Femminismo e populismo

Un testo di recentissima pubblicazione e molto interessante è Per un femminismo populista-Verso l’immaginazione politica del futuro, della giovane filosofa argentina Luciana Cadahia. Vengono ripresi i luoghi tradizionali delle donne: la capacità di accoglienza, l’affetto e la cura, ma vengono tradotti e rivalorizzati in forza collettiva, vengono ricondotti al campo dell’esperienza popolare, dando al termine “populismo” non l’accezione negativa che prevale da noi, collegata a un’ideologia sovranista e nazionalista, escludente e “fascista”, ma il significato di ciò che è connesso alla mobilitazione sociale e alle sfide che i movimenti popolari devono affrontare. Lo consiglio come lettura, proprio per una nuova immaginazione del futuro, di cui c’è tanto bisogno.

Nella sua prefazione, la politologa Chantal Mouffe afferma: «Esistono vari femminismi e, sebbene molti condividano “somiglianze di famiglia”, ci sono anche divergenze e, persino, antagonismi. Sul piano teorico si possono distinguere varie scuole, le più antiche delle quali sono probabilmente quelle degli Stati Uniti, di Italia e Francia. Sono le più conosciute e per molto tempo sono state le più influenti. Tuttavia, in anni recenti, è in America Latina che si è assistito allo sviluppo di nuove lotte femministe; è qui che hanno luogo discussioni particolarmente interessanti. Tanto nel campo della pratica politica come in quello della riflessione teorica troviamo lì esperienze molto stimolanti. È ora che la discussione femminista europea si arricchisca attraverso il contatto con i femminismi latinoamericani. Uno dei meriti del libro di Luciana Cadahia è quello di permettere tale incontro».

Il libro racchiude vari saggi, scritti tra il 2015 e il 2022, di complessità teorica crescente a carattere filosofico o estetico, che tendono però all’obiettivo politico di superare le criticità dei vari femminismi nei confronti dei movimenti populisti – accusati di avere una visione maschile della politica – per costruire una prospettiva di azione comune, che faccia i conti con ciò che è “conflitto” e “potere”, coniugato con ciò che è “cura” nell’ambito della lotta politica. Un ottimo esempio di questo modo di pensare e di agire è il movimento Ni una menos (Non una di meno) nato in Argentina contro il femminicidio e che si è esteso in una dimensione internazionale mediante le tante rivolte femministe dell’8 marzo contro il patriarcato.
Numerosi e originali i temi trattati nei saggi: dalla forza collettiva degli affetti ai vari significati di “populismo”; dall’emancipazione nella mitologia popolare e nel femminismo allo smontare il fascismo libertario; per giungere infine a delineare un femminismo populista, consapevole del desiderio del femminile nella lotta politica.

Se i temi centrali del dibattito politico nel XIX e XX secolo ruotavano intorno all’asse capitale-lavoro, nel XXI sec. – afferma Cadahia – si orientano più nella direzione capitale-vita, ed è qui che emerge fortemente il concetto di “cura” – di sé, degli altri e della natura – come portato fondamentale del femminismo nel costruire lotte popolari per una forma di vita alternativa al capitalismo. Il discorso e l’azione devono portare a coniugare il conflitto e l’antagonismo con i nodi cruciali della riproduzione della vita e dei vincoli amorosi.
Questa concezione del politico mette in discussione la credenza che la ragione e la sensibilità (o gli affetti) sarebbero in contrapposizione e indipendenti l’uno dall’altro, vuole superare la convinzione che una politica efficace si basi sulla capacità di neutralizzare gli elementi passionali e su un orientamento strettamente razionale (a me a questo punto è venuta in mente la filosofia di Maria Zambrano).
L’intento è di promuovere l’incontro di due forze teorico-politiche come il populismo e il femminismo, che tendono entrambe a lottare, dal basso, come è nella tradizione marxista, contro l’oppressione. I motivi di questo desencuentro, come detto nel primo saggio Indizi: il mistero del significante e la forza degli affetti, risultano sia la visione patriarcale della politica, che limita l’accesso femminile al campo popolare, sia il mancato riconoscimento dell’importanza della politica della cura. Non è però utile un’azione femminista autoreferenziale e disgiunta in modo pregiudizievole dalle lotte popolari, bensì occorre svincolarsi da qualsiasi residuo patriarcale unendo le forze per un solidale obiettivo comune, che coniughi genere, razza e classe in una concreta opposizione al sistema capitalistico e patriarcale.

Fra i moltissimi autori e autrici citate, mi piace ricordare il nostro Antonio Gramsci e l’antropologa e attivista argentina Rita Segato come capaci di coniugare teoria filosofica e prassi politica, razionalità e affettività, pensiero e sensibilità, non considerati poli di positività o negatività assolutamente contrapposti, ma come elementi conciliabili, seppur antagonisti, presenti in una realtà da cogliere, comprendere e immaginare sempre in movimento.
Gramsci vuole pensare l’estetica (momento della sensibilità) legata al vincolo sociale in senso popolare: «L’elemento popolare “sente”, ma non comprende né sa; l’elemento intellettuale “sa” ma non comprende e specialmente non sente. […] Non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere sentimentalmente uniti al popolo, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo». Nella visione immaginifica gramsciana, l’obiettivo è «organizzare l’elemento vivo di una cultura mediante la costruzione di una volontà collettiva, ovvero di dare forma concreta agli affetti attraverso un’immagine: un’immagine-vivente in grado di mobilitarci o di organizzare l’azione collettiva». Segato aiuta a «compiere un esercizio di immaginazione o finzione filosofica» in grado di attuare una riappropriazione dell’archivio tradizionale filosofico, scavalcandone la patina patriarcale e la voluta dicotomia tra maschile e femminile ‒ l’uno dominatore della res publica e l’altro relegato nel domestico ‒ intrecciando il discorso filosofico con trame narrative femministe. È importante raccontare la storia in altro modo e arrivare (o, meglio, ritornare) alla filosofia come cura. La domanda attuale è, come si interroga Chiara Saraceno, «che ruolo gioca l’attività della cura nella riproduzione sociale della forza lavoro, quando è concepita come un’attività produttiva che, andando oltre la relazione salario-lavoro, si concentra sul sostentamento della vita umana»? «Il femminismo contemporaneo – come afferma Carol Gilligan – è arrivato a rendere pensabile che senza cura non c’è vita. D’altro canto, ha però rivelato anche che tale attività, identificata con l’ambito domestico, vale a dire con un tipo specifico di legame sociale, è stata svolta storicamente dalle donne ‒ anche se non unicamente ‒ e richiede, nel suo stesso sviluppo, sentimenti ed emozioni verso gli altri». Per Luciana Cadahia «grazie al femminismo marxista abbiamo potuto scoprire nel lavoro in casa delle chiavi per incentivare l’organizzazione popolare delle donne, ossia per fare del lavoro domestico un luogo di affermazione delle donne in quanto soggetti politici coscienti dello sfruttamento che patiscono e capaci di proporre azioni di resistenza al neoliberalismo».

Testo difficile da leggere, sicuramente, ma apprezzabile, secondo me, anche dalle /dai non addetti ai lavori; e se si incontrano pagine molto complesse – e si conoscono e ri-conoscono solo un quinto dei moltissimi autori e autrici citate, a parte i classici Spinoza, Hegel, Marx, Heidegger, Foucault… anche, per fare degli esempi, il filosofo argentino Ernesto Laclau o la sociologa Karina Batthyány – è un libro in grado lasciare una traccia, un solco per seminare e veder germogliare un nuovo futuro.

Luciana Cadahia
Per un femminismo populista
Rogas edizioni, Roma, 2023
pp. 182

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di formazione per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020

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