Carissime lettrici e carissimi lettori,
non finisce qui. Sembra proprio di no. Credevamo e speravamo che le esibizioni di machismo fossero finite con quella sera di inizio estate al Maxxi, il museo polifunzionale di Roma, ora diretto da Alessandro Giuli. Invece ci risiamo di nuovo, come se non si fosse scritto nulla, come se nessuno avesse contestato, a cominciare dal personale, a maggioranza femminile, del Museo stesso, abituato alla guida di un’altra donna, Giovanna Melandri, precedentemente direttrice del Maxxi. Come se non fossero state dette in pubblico che frasi leggere, non significative. Verba volant? Sì, ma non può essere questo il caso, per il peso e la volgarità dell’accaduto. E poi, indirettamente ce lo insegna Benjamin, siamo nell’epoca della riproducibilità tecnica, tutto si può fermare, riprodurre all’infinito, come una testimonianza che smentisce illazioni, come alla moviola.
Da Vittorio Sgarbi, a Morgan che gli ha fatto da spalla, siamo passati ai fatti che riguardano Daniela Santanchè e ora alle bravate dell’ultimo dei tre rampolli maschi della famiglia La Russa. Il Presidente del Senato è la seconda carica della Repubblica, un vice del Presidente inquilino del Quirinale. Non può essere giustificato come un padre, tra i tanti, che ha il cuore addolorato e sanguinante per le gesta gravi del figlio. Non può non tenere conto della sua altaposizione politica.
Tutti e tre i figli del Presidente del Senato hanno ricevuto i nomi di capi delle tribù degli indiani d’America, di cui il padre è da sempre innamorato. Una prima o seconda passione del Presidente del Senato, lo ripetiamo, seconda carica dello Stato, oltre a quella, quasi innata, per il Duce, del quale a casa sua ha mostrato una volta, orgoglioso (!), le statue e i numerosi busti sotto i cui piedi – rise con i/le giornaliste – ha posto la falce e il martello, i simboli di ideologie opposte, di sinistra. Insomma, da quel che visibilmente appare, il sessismo e i maltrattamenti contro le donne stanno caratterizzando questo periodo e ci riportano indietro, e di molto, nel tempo. Con una sosta a qualche anno fa (i fatti risalgono all’estate del 2019), quando un altro figlio famoso, Ciro Grillo, l’erede del comico poi diventato patron dei pentastellati, fu accusato, insieme ai suoi amici, di stupro e fu difeso, anche in quel caso, strenuamente dal padre. Vi ricordate il Beppe Grillo del video? Paonazzo in viso e urlante, che dette spettacolo (in fondo si potrebbe anche concederglielo visto che da quel mondo viene!) durante una sorta di arringa inscenata in difesa del proprio pargolo e versus le ragazze che avevano accusato e sporto denuncia, secondo Grillo, troppo tardi rispetto ai fatti commessi, alle imprese/violenze sessuali ricevute. Questa di oggi, che riguarda il figlio minore dell’onorevole La Russa, appare come un dejà vu di un copione, o meglio, di un canovaccio teatrale già recitato!
Un quotidiano, alla luce dei tristi fatti di cronaca recenti, cerca di analizzare questi 200 e passa giorni del primo Governo a conduzione di una donna, decantato da più parti come una vera deflagrazione del famoso tetto di cristallo.
«Meloni ama o odia le donne? E avere una premier donna sarà migliorativo per le altre donne oppure no? – si chiede Daniela Hamaui, giornalista e direttrice di numerose note riviste, in un suo articolo di qualche giorno fa — Dopo più di 200 giorni dal suo insediamento a Palazzo Chigi, la risposta è no. La condizione femminile non solo non è migliorata ma per alcuni aspetti è davvero peggiorata. Il primo punto riguarda il rispetto che in pochi mesi sembra regredito di anni, come se le rivendicazioni dei diritti e il #Metoo non fossero mai esistiti. In un Paese dove le violenze sessuali sono aumentate del 16% nel 2022 la materia andrebbe maneggiata con molta attenzione. E invece il Presidente del Senato e fondatore di FdI, Ignazio La Russa, è riuscito a trattare le donne come inaffidabili e a sostenere che i maschi — o, perlomeno suo figlio — non mentono mentre le femmine sono bugiarde. Se poi sono drogate e così indecise da aspettare 40 giorni a denunciare la violenza sessuale per lui sono poco credibili! Un concentrato di sessismo e una mancanza assoluta di considerazione nei confronti della vittima che non si sentiva da tempo da parte di un personaggio che dovrebbe rappresentare le istituzioni».
E che dire del giornalista Filippo Facci recentemente in odore di passaggio (ora messo in dubbio) nelle file della rai new style, ma sul quale in molte e molti chiedono la sospensione dall’ordine professionale? Facci dà vergognosamente addosso alla ragazza accusatrice di Leonardo Apache La Russa. Nelle sue affermazioni, messe nero su bianco, sembra ripetere con la stessa oscenità e squallore, le frasi scritte dal giovane rampollo del Presidente del Senato quando tentava la via del successo come rapper. Una sua canzoncina, composta nel 2019, intitolata Sottovalutati detta il pensiero di questo ragazzino. È l’unica che ha conquistato un certo pubblico «quello attratto dalle parolacce e dal politically incorrect spinto». La canta in duo con Apo Way, per scoprire frasi non proprio tranquillizzanti, come «sono fatto, sono matto, sono pazzo, ma ti fotto pure senza storie». Un passaggio che, riascoltato oggi, alla luce delle accuse di violenza sessuale mosse dalla ragazza ventiduenne, vittima di stupro e di violenza psicologica, sa di presagio e mette i brividi. Per tacere, ritornando al misero testo della canzone, del ricorrente uso della parola bitch, certo non bella nella sua traduzione italiana.
Filippo Facci con le sue vergognose parole sul fatto commesso da chi in arte si firma Larus (indicativo e parecchio!) è affiancato dal quotidiano Libero che, in prima pagina, interpreta l’accusa verso La Russa jr come una mossa/ritorsione della Magistratura verso il governo che vuole riformarla (lo ha detto lo sesso ministro di via Arenula) secondo la propria visione del mondo. Insomma, a dar retta al quotidiano: un Toghe rosse bis!
Paola Di Nicola Travaglini è una giudice di Cassazione, che spesso si è trovata ad occuparsi di vittimizzazione secondaria e ne parla indicandola come vietata dalla legge: «La vittimizzazione secondaria, cioè il danno che subiscono le donne per il solo fatto di avere denunciato una violenza maschile subita fino ad esserne ritenute esse stesse responsabili, è talmente diffusa e strutturata nella cultura e, quindi, nelle istituzioni, in tutto il mondo, che abbiamo avuto bisogno di convenzioni internazionali (convenzione di Istanbul e convenzione delle Nazioni Unite contro la discriminazione nei confronti delle donne) e direttive dell’Unione Europea (direttiva 2012/29/UE sulle vittime) perché fosse vietata. Su questo infido meccanismo ognuno di noi può fare la sua parte, anche fuori dalle aule di giustizia».
Ancora più disincantato è lo scrittore Stefano Massini che commenta i fatti della cronaca recente, dall’episodio La Russa al vergognoso sfratto punitivo dell’azienda Rai verso Fiorello, reo di difesa del suo amico Amadeus giudicato (!) da Morgan indegno della conduzione del Festival di Sanremo (sempre durante quella serata di inizio estate!). E altro ancora: «Mi pongo una domanda – esordisce Massini — Mi chiedo se davvero sia così strano, che non ci stiamo meravigliando, sorprendendo, di qualcosa che in realtà non è poi alla fine così sorprendente. Fino a quando continueremo a considerare che il tema dei diritti, il tema del rispetto nei confronti delle donne non sia fondamentale? Quell’incredibile forma di orrore secondo cui sei pagato più o meno se si è una donna o un uomo, con tutto quello che questo comporta e porta. Fino a quando continueremo a credere che tutto questo sia soltanto un patrimonio politico e diciamo culturale della sinistra andremo incontro evidentemente a questa forma di visione deformata. A me sorprende soprattutto la leggerezza con cui tutto questo viene trattato e anche il modo in cui, dopo aver fatto il danno con estrema leggerezza, si pretende di derubricare, cioè di dire sì vabbè però, vale a dire, ho capito, ho capito. In modo sbrigativo. Non c’è capacità di soppesare cosa si è detto che cosa si è fatto…Questo meccanismo, secondo me, è un po’ presente nella non cultura di certe persone che tendono in qualche modo a concepire ancora il punto di riferimento, un po’ vecchio stampo. La Russa è l’uomo che non sbaglia mai per il quale, in qualche modo, c’è sempre una forma di colpa della donna. Abbiamo visto la reazione di La Russa, adesso viene fuori Facci e prima c’era uno Sgarbi sessista molto sgradevole al Maxxi!».
Alle trasformazioni della nuova Rai, che è un’azienda di Stato, si aggiunge un altro tassello amaro: Paolo Petrecca, direttore della testata rainews 24, ha censurato e operato tagli su un servizio che riguardava proprio il caso La Russa. Il Cdr (il Comitato di redazione) ha protestato e l’autrice del servizio ha ritirato la firma.
Accolgo la notizia della morte di Milan Kundera (mercoledì scorso, all’età di 94 anni) con tristezza e con il desiderio di ritorno agli anni universitari. Mi riviene in mente la bellezza della letteratura cèca, in tutta la sua particolarità. Le scrittrici e gli scrittori che mi si sono presentati/e in tutta la loro tipicità, mi si presentavano diversi/e dagli scrittori e scrittrici a cui ero abituata. Si è sovrapposta e fusa in me insieme all’amore che ho avuto e ho per la letteratura russa con tutti i suoi meravigliosi/e artisti/e nate/i anche in Ucraina, come per esempio il grandissimo Nikolaj N. Gogol’!
Le scrittrici e gli scrittori cèchi mi si sono presentati/e in tutta la loro bellezza. Un unico grande rimorso, quello di non aver avuto, per la letteratura cèca, come insegnante (lo era stato immediatamente prima del mio arrivo all’università) Angelo Maria Ripellino, che alla fine di quest’anno (ci ritorneremo presto!) avrebbe compiuto 100 anni! Era nato a Palermo, sua città amatissima, il 4 dicembre del 1923, ed è andato via da questa terra e dall’ascolto della grandezza del suo insegnamento del mondo slavo da parte dei suoi e delle sue studenti, il 21 aprile 1978 (45 anni fa, un altro anniversario).
Che la scomparsa di questo grande scrittore dissidente sia stimolo per conoscere, riconoscere e riscoprire la letteratura di questo Paese creatore della sua Primavera, che ha avuto i suoi eroi, oggi tristemente usati da una destra sovranista e nazionalista. Che sia una bella occasione per andare o ritornare a Praga (Kundera era però nato a Brno, importante città della Moravia), ma con un viatico sotto il braccio, il meraviglioso testo del mio indimenticabile professore, la Praga Magica di A.M.Ripellino che ci guida, con le sue incantate parole e le stupende fotografie del figlio Alessandro, tra libri, strade, osterie, negozi più bizzarri, dove vivevano, e forse vivono ancora, se vogliamo seguire la sua magia, i più importanti poeti e poete della città della Vltava, tra le casette degli alchimisti alla ricerca dell’oro e i bar letterari dove scrivevano e discutevano di cultura intellettuali del calibro di Holan, Nezval, Bohumil Hrabal, con i suoi Treni altamente sorvegliati, o le osterie e birrerie come quella frequentata da Jaroslav Hašek ,il fine autore soprattutto conosciuto per l’immenso e ironico romanzo Il buon soldato Švejk, la storia lunghissima dell’omino in divisa, alto una spanna, con il nasino a tappo così come lo ha disegnato per noi lo stesso suo creatore letterario. Per non dimenticare il grandissimo Karel Čapek autore di R. U. R. (Rossum’s Universal Robot) e, in pochi lo sanno, coniatore proprio con questo testo, del termine Robot, dal verbo slavo Roboti, lavorare, e pronunciato con l’accento esclusivamentesulla prima o: Ròbot! Sapevate poi che dal poliedrico Jiří Kolář è nato il termine, solo apparentemente francese, di Collage? Un mondo da visitare con l’allegria seria della leggerezza!
In omaggio a Milan Kundera leggiamo insieme un brano del suo libro più famoso. Milan Kundera (1929-2023) era nato a Brno, ma amava Praga «la città più bella del mondo» come fa dire alla fotografa Tereza, un suo personaggio del libro che salendo la collina di Petrin si volta continuamente per ammirarla. Kundera pubblica il libro-capolavoro nel 1984, dopo nove anni di esilio a Parigi insieme alla moglie Věra Hrabánková. «Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale» come lo definisce l’editore nel risvolto di copertina. Però è a Praga che Kundera inizia la sua vita di scrittore: «Nei suoi caffè aveva trovato i personaggi che gli permettevano sviluppare temi come identità, autenticità, illusione: pilastri della sua narrativa esistenzialista. Gli incontri tra le coppie e le loro dinamiche gli ispiravano l’eros intenso che trasponeva nei suoi romanzi. Locali come il Café Slavia di Staré Město nel medesimo isolato del Famu (la scuola di cinema in cui si era laureato, n.d.r), il suo preferito, un caffè letterario punto di ritrovo di artisti, intellettuali e del gruppo di dissidenti Charta 77. Ma anche quelli legati a Kafka come il Caffè Milena in Staroměstské náměstí 22. Mentre la città vecchia gli offriva spunti per indagare le sfaccettature dell’animo umano» (La Stampa, 13 luglio 2023).
«Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico. La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti. Essi sono più felici delle persone della prima categoria le quali, quando perdono il pubblico, hanno la sensazione che nella sala della loro vita si siano spente le luci. Succede, una volta o l’altra, quasi a tutti. Le persone della seconda categoria, invece, quegli sguardi riescono a procurarseli sempre. C’è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata. La loro condizione è pericolosa quanto quella degli appartenenti alla prima categoria. Una volta o l’altra gli occhi della persona amata si chiuderanno e nella sala ci sarà il buio. E c’è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori».
(Milan Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, traduzione di Giuseppe Dierna).
Buona lettura a tutti e a tutte.
Questo numero parte dal Rapporto 2022-2023 di Amnesty International sui diritti umani nel mondo: Focus su Medio Oriente e Africa del Nord, per allargare il nostro sguardo e constatare, una volta di più, l’ipocrisia di alcuni organi della giustizia internazionale nei confronti di quello che sta succedendo in Israele e non solo. Per fortuna c’è anche una bella notizia, collegata a questa area del mondo in cui le violazioni dei diritti umani sono moltissime. Ce ne parla l’autrice di Rayyanah Barnawi. Prima astronauta saudita, per la serie Musulmane memorabili, la storia di una donna che sta aprendo la strada a tante sorelle in Arabia Saudita. Ripiombiamo nella difficoltà di essere donna e nelle leggi modellate sul pensiero maschile con un’altra puntata della serie Grecità, La moglie di Eufileto, in cui avremo modo di constatare, se ce ne fosse ancora bisogno, la scarsissima considerazione in cui le donne erano tenute dalla “civiltà” greca. Parlando delle donne all’interno della società non bisogna dimenticarsi di una della più conosciuta femme fatale del cinema francese come possiamo leggere nell’articolo Una targa per Simone Signoret a Villa Pamphilj, è stata anche la prima donna francese a ottenere la vittoria al Festival di Cannes e agli Oscar. Eppure, nella trasmissione della cultura le donne ebbero un ruolo fondamentale. Ce lo ricorda Monache bibliotecarie, la seconda parte della relazione Le donne del libro. Presenze e testimonianze in età moderna,sul seminario tenutosi a Firenze il 26 maggio, mentre per H-Demica, Biblioteche vaganti Il lavoro delle donne durante il secondo conflitto mondiale ci parla di donne, di guerra e di spionaggio, mentre di “guerra alla guerra” scrive l’autrice dell’articolo, orgogliosamente antimilitarista, La guerra “sola igiene del mondo”? Perché sono pacifista e antimilitarista, una voce «in direzione ostinata e contraria» rispetto al pensiero unico bellicista, come lo chiama Nico Piro, da cui siamo invasi/e da un anno e mezzo a questa parte. Controcorrente è senza dubbio anche la donna di Calendaria 2023 di questo numero, Elfriede Jelinek. Nobel per la letteratura, che «disseziona la società capitalistica neoliberista per mostrarne la ferocia ed è particolarmente critica verso il suo Paese, amato e odiato», l’Austria. Il suo linguaggio risente della sua grande formazione musicale. Di musica continuiamo a parlare anche nella recensione del libro, a cura di Milena Gammaitoni, Le direttrici d’orchestra nel mondo. Una galleria di ritratti da Marin Alsop a Xian Zhang, un’opera necessaria.
In Juvenilia, presentiamo il bellissimo racconto senza titolo premiato nella sezione Narrazioni della decima edizione del Concorso “Sulle vie della parità” di Toponomastica femminile. Quanta forza serve per sentirsi forte? è l’articolo che lo recensisce. Per Tesi vaganti, l’autrice di L’ara del cielo e le porte dell’inferno. La croce materna in Elsa Morante riflette sulle diverse figure di madri nelle opere della grande scrittrice italiana. Da Procida e dagli altri luoghi cari a Morante ci spostiamo in Valle d’Aosta con Palinodie. Una poetica legata alla contemporaneità che ci racconta di un’esperienza teatrale, tutta al femminile, che ha scelto questa regione «per abitare i limiti e i confini e guardare lontano».
Cambiamo argomento e parliamo di quel periodo poco raccontato, che è la fine della scuola. Fate l’amore, non il professionale indaga il significato dei «segni che gli e le studenti lasciano ovunque, con buona pace di docenti e bidelle/i» nelle aule e negli edifici in cui hanno studiato, prima che le pulizie per la preparazione dell’Esame di Stato facciano man bassa di tutti i cartelloni con cui si tenta di personalizzare e rendere più gradevoli le classi delle scuole italiane, spesso tristi e anonime come le costruzioni che le ospitano, salvo rare eccezioni.
Chiudiamo, come sempre, con una gustosa e fresca ricetta, per la Serie La cucina vegana: Gazpacho di cetrioli, «un piatto molto gradevole, soprattutto dopo una giornata di spiaggia, quando si rientra accaldati e un po’ disidratati», che prevede anche la variante con i pomodori freschi. Come sempre, buon appetito a tutte e tutti noi.
SM
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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

E’ sempre un piacere leggere quello che scrive la mia amica e grande collega. Il mio sabato mattina. Oggi , leggendo, ho trovato tanti punti in comune: Ero tentato di commentare le squallide vicende del Maxxi. Ma anche rispondere alla domanda : “Ma la Meloni ama le donne?”. Ha continuato a leggere, proprio quasi alla fine mi sono fermato. Troppo struggenti le parole di Giusi su Milan Kundera , uno scrittore che ho sempre ammirato. Giusi, parlando di lui, ne ha voluto fare un ricordo e anche una riflessione stilistica. Ma soprattutto, come è sua meravigliosa abitudine, farci riflettere. Giusi non scrive niente se non rivolto al lettore. E’ la scuola antica del giornale, penso al nostro Messaggero. E allora Giusi estrae dal lavoro di Kundera il brano degli occhi. O meglio lo sguardo. Kundera ne elenca quattro, mi sono ritrovato nel primo, nel secondo , nel terzoìo. Al quarto , lo sguardo del sognatore, mi sono fermato a riflettere. E’ lo sguardo vero, saggio, quello della vita .Giusi voleva questo da ogni suo lettore. La ringrazio
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Sai Luciano quando tu commenti quello che scrivo io sento fortemente che sta parlando non solo una persona intelligente , ma prima di tutto il giornalista. Vale a dire che sento la tua lezione, le tue lezioni, punto per punto lì dove ti soffermi. Imparo ancora. Ritornando quindi sul mio lavoro e riflettendo lì dove mi porti. Davvero grandioso! Poi l’ultima parte mi ha emozionato per il ritorno al passato , per l’amore che ho sentito per quella letteratura così diversa da ciò che ero abituata. Sono così contenta di ciò che mi dici della tua passione per Kundera! E poi il messaggio che mi hai appena scritto. Mi sento tutta la gioia nell’immaginario che leggi ad un tuo amico parte o tutto il mio lavoro per un sabato che mi scrivi ti rallegro. Grazie di esserci, anche per me
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