Tanto si è detto, scritto, discusso intorno a questo 25 novembre 2023, funestato da atroci femminicidi che sembra non debbano fermarsi. Terribile il fatto che di fronte all’efferatezza e, forse, premeditazione, del gesto criminale di un ragazzo che ha tolto il futuro a una giovane donna, scatti in molti altri l’emulazione e non il ribrezzo e la vergogna di appartenere allo stesso sesso, con il desiderio di capire in profondità il perché e di differenziarsi. Per questo particolarmente significativo e interessante sarà ascoltare ciò che ci dirà il sociologo, fondatore dell’associazione Maschile Plurale, Stefano Ciccone, nell’incontro online del ciclo Cambiamo discorso-Contributi per il contrasto agli stereotipi di genere, organizzato da Reti Culturali, che si terrà il 14 dicembre prossimo. Sarà introdotto e presentato da Antonella Ciccarelli, che abbiamo già incontrato in questo articolo di Vitamine vaganti.
Prima del webinar, rivolgiamo alcune domande a Stefano Ciccone per conoscerlo meglio in quella formazione e percorso culturale che lo ha portato alla contestazione della visione patriarcale della società.

Hai incontrato le discriminazioni di genere, come tematiche e come vissuti, nella tua esperienza scolastica o al di fuori della scuola?
È impossibile non incontrarli: siamo tutte e tutti immersi in un contesto di aspettative, sguardi, ruoli, vincoli che determinano il nostro stare al mondo, le nostre relazioni, la stessa percezione di noi stessi e dei nostri corpi. E la scuola non è estranea a tutto questo. Non si tratta di affrontare o meno queste tematiche, ma di scegliere se vogliamo che restino invisibili e non dette oppure se vogliamo costruire insieme strumenti per vivere in modo consapevole le “regole invisibili” che sono alla base di quello che consideriamo “naturale”. Anche solo le assenze (come quella degli uomini assenti dalle scuole dell’infanzia) sono la conferma di un ordine. Il problema è che per i maschi, ma in parte anche per le ragazze che non sono ancora nel mondo del lavoro o in relazioni di coppia stabili, è più difficile andare oltre “l’illusione della libertà”. I maschi vivono come naturale il proprio privilegio e la propria libertà di movimento e fanno fatica a comprendere come l’imbarazzo che li prende nell’espressione delle emozioni o nelle relazioni con altri maschi sia il segno di un condizionamento invisibile, il prezzo di quel privilegio.
Oggi, secondo te, la scuola se ne occupa adeguatamente oppure no? Ossia, detto banalmente, occorrono più leggi e circolari o più formazione di docenti e genitori?
La scuola è spesso il luogo dove più è presente uno sforzo per promuovere consapevolezza, libertà e ascolto. Paradossalmente ci si scontra spesso con una reazione miope che chiede che “la scuola non si impicci” e lasci fare alle famiglie. Eppure ormai dovrebbe essere chiaro che le famiglie spesso non sono in grado di offrire questi strumenti, anzi. Ma, soprattutto, le famiglie non sono l’unico luogo di formazione di modelli e rappresentazioni: bambini e bambine, ragazzi e ragazze assorbono dalla pubblicità, le canzoni, gli amici, i social, i cartoni, le pubblicità stradali, le favole, i giocattoli… Solo dopo fatti tragici che rivelano l’urgenza di un cambiamento culturale si torna a chiedere alla scuola di educare al rispetto della dignità e della libertà dell’altra. Ma anche qui dobbiamo evitare un errore: riconoscere la centralità della scuola non può significare delegare alla scuola lasciare che si occupi di un cambiamento che deve realizzarsi qui e ora, cambiando la cultura degli adulti, dei genitori e degli insegnanti. Ancor più pericoloso mi pare delegare l’educazione ai sentimenti, a relazioni libere e rispettose, agli “esperti”. Scuola e società, famiglie devono promuovere uno spazio pubblico condiviso di confronto e crescita che nessun “tecnico” può sostituire.
Che cosa ti ha portato a fondare, insieme ad altri, l’associazione Maschile Plurale?
Io parto da un’esperienza maschile che non ha mai vissuto un’esclusione o una discriminazione. Sono stato motivato più dal peso di dover corrispondere sempre a un ruolo che tutti si aspettavano da me.
Sono stato motivato dalla distanza che vivevo nei confronti delle generazioni precedenti di uomini, distanza da quella che percepivo come una miseria delle loro relazioni, dei modelli di paternità, della socialità tra maschi. Al centro c’è stata l’assunzione di responsabilità per la violenza maschile contro le donne e per le relazioni di potere esercitate dagli uomini. Abbiamo detto che quella violenza ci chiamava in causa ma abbiamo voluto distinguere tra mero senso di colpa e assunzione di responsabilità. Abbiamo scelto di porci non come gli “uomini buoni” che si fanno carico dei diritti delle donne ma di uomini che vedono un guadagno anche per sé stessi nel mettere in discussione ruoli e modelli di genere rigidi e inautentici.
Leggiamo che sei parte attiva in diverse istituzioni, anche ministeriali, volte al contrasto della violenza maschile sulle donne: quali i loro punti di forza o i limiti?
È ovvio che l’impegno sociale ha bisogno di strumenti, ha bisogno di spazi e di continuità. Le istituzioni devono ascoltare ciò che la società produce e garantire che alle norme, agli interventi repressivi si accompagnino interventi di prevenzione, di cambiamento culturale, di aggiornamento professionale degli operatori. Per questo servono risorse e servono anche interventi normativi consapevoli della complessità dei problemi. Le sedi di confronto esistenti sono dunque un’occasione preziosa. Ma questo confronto dovrebbe poi produrre una produzione legislativa più attenta e meno schiacciata sulla ricerca dell’effetto dopo il caso di cronaca efferato. Dovrebbe garantire continuità e coerenza degli interventi: non è possibile, ad esempio, che i centri antiviolenza o i centri che lavorano con gli autori debbano reinventarsi ogni volta in base al bando del momento. I piani triennali di contrasto alla violenza dovrebbero perseguire un intervento integrato e organico (dalla prevenzione al sostegno alle vittime, dalla formazione degli operatori al lavoro con gli autori) e una continuità nel tempo delle iniziative. Purtroppo non è così.

Uno dei tuoi libri si intitola Maschi in crisi-Oltre la frustrazione e il rancore. Pensi al significato psicoanalitico di crisi come “rottura” “vuoto” che può però portare a cambiamenti positivi?
Dovremmo domandarci perché gli uomini reagiscano al cambiamento, appunto, con frustrazione e rancore. C’è innanzitutto una responsabilità del discorso pubblico che rappresenta il cambiamento come una minaccia per gli uomini e non come un’opportunità. Ma c’è anche un problema più profondo che riguarda le risorse di cui gli uomini dispongono per vivere i mutamenti in corso nei modelli familiari, nella relazione tra lavoro e vita, nella sessualità. Io credo che la crisi di cui parliamo riveli il fatto che il simbolico patriarcale a cui abbiamo fatto riferimento come uomini, il nostro mito di autosufficienza, il potere come conferma della propria identità, la competizione, la prestazione come misura della nostra virilità, la rimozione della soggettività femminile si rivelino oggi un vicolo cieco, dimostrino di non essere più in grado di dare senso alle nostre vite, da qui nasce una spinta distruttiva ma anche autodistruttiva. Si apre un vuoto. ma per riempirlo non possiamo inseguire vecchi modelli ormai privi di credibilità, dobbiamo reinventare il nostro modo di stare al mondo. E scoprire che farlo è un’occasione per cambiare, in meglio, le nostre vite.
Grazie a Stefano Ciccone per essere un esempio di una mascolinità “forte” nell’abbattere stereotipi e pregiudizi ancora profondamente radicati e dannosi per entrambi i generi. Al prossimo giovedì!
Questo il link per effettuare la preiscrizione all’incontro online e ricevere poi le indicazioni per il collegamento: https://csvmarche-it.zoom.us/webinar/register/WN_znQxkgeQRKSFSEmd4fsylA
Qui si possono leggere tutte le precedenti conversazioni del ciclo.
Chi non potesse partecipare alla diretta dell’incontro online, potrà rivederlo (come tutti i precedenti) sulla pagina fb di Reti culturali.
In copertina: vignetta di Gianluca Costantini (particolare).
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti. Collabora con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea.
