Cambiamo discorso. Percorsi per uomini autori di violenza

L’incontro del mese di maggio, del ciclo Cambiamo discorso, organizzato dall’associazione Reti culturali, con il sostegno del Centro servizi volontariato Marche e il patrocinio del Forum delle Donne di Ancona, tratterà un tema sempre più attuale – quando si parla di violenza contro le donne – che spinge lo sguardo non solo o non tanto sull’aumentare l’autostima femminile o educare le donne a riconoscere le situazioni pericolose, ma a intervenire sulla cultura e sulla psicologia maschile. Come recita un motto sempre più giustamente diffuso, e declinato in più modi ma con lo stesso significato: «non educare tua figlia a difendersi, educa tuo figlio a non essere violento».

Di questo importante cambio di prospettiva si occuperà Antonella Ciccarelli – anconetana, sociologa e psicologa, criminologa e coordinatrice da otto anni, per Polo9, del Centro per uomini maltrattanti – nel webinar che si terrà giovedì 12 maggio prossimo, alle ore 17.00, dal titolo Non è più come prima – Uomini autori di violenza e percorso V.O.C.E. (Violenza, Offesa, Cura, Emancipazione). Prima dell’incontro, pensiamo sia interessante e utile, in prospettiva anche di orientamento per le giovani generazioni, conoscere meglio la relatrice, approfittando del suo tempo prezioso per informarci sul suo percorso di studi, le sue esperienze e le attività del centro in cui opera.

Che scuole superiori hai frequentato? In quegli anni adolescenziali, avevi già le idee chiare sulla tua professione futura? Che cosa o chi ti ha portata a scegliere il percorso universitario?

Mi sono diplomata al liceo psicosociopedagogico, prima Istituto Magistrale. Nella prima adolescenza in realtà pensavo alla professione di ostetrica; oggi posso affermare che il focus, la declinazione femminile in tema di diritti, la condivisione, la sorellanza, la scelta della maternità, l’autonomia, seppure in forma acerba e anche un po’ oppositiva, erano già presenti.
Il primo corso universitario l’ho scelto perché negli anni Ottanta ancora si considerava la società, lo studio dei processi sociali, come variabili imprescindibili per la costruzione di modelli più equi, cambiamenti legati alle opportunità, al sapere, alle occasioni di incontro. Erano gli anni in cui si studiava la devianza, la tossicodipendenza come risultanti di modelli collettivi disfunzionali. Non c’erano i servizi per le dipendenze, la forma di trattamento per questo problema era la comunità terapeutica, ecco, appunto, la comunità, il mettere insieme, il gruppo che cura. Ho lavorato in comunità e lì mi sono appassionata ai percorsi di ognuno/a, ho potuto constatare quanto la salute o al contrario la malattia siano collegati alla devianza, al carcere, ai diritti garantiti e a quelli negati. Le donne, ad esempio, vivevano una doppia discriminazione, in quanto tossicodipendenti e in quanto donne, le donne dipendenti e straniere addirittura triple discriminazioni. Non parliamo poi di donne fragili e madri. Credo che i temi delle opportunità e delle possibilità abbiano agganciato la mia motivazione in modo molto forte, da qui il mio approfondire le questioni di cui vi ho detto.

In base alla tua esperienza, oggi è sufficiente una laurea di base, per trovare lavoro in modo adeguato, oppure occorrono ancora molti anni di studi specializzati o di master?
Per trovare un lavoro potrebbe addirittura non servire. Per restare nel mondo del lavoro preparate, esperte, aggiornate, invece, ne servirebbero più d’una. Per quel che mi riguarda ho sentito la necessità di formarmi continuamente. Alla prima laurea, ne è seguita un’altra e molti master specialistici. Del resto in un mondo così mobile, dove tutto cambia molto velocemente, non possiamo immaginare che i problemi, le difficoltà, le devianze, si presentino nello stesso modo o si affrontino come 40 anni fa. Nulla è più come prima, la società, la famiglia, i ruoli, le leggi, i confini geopolitici (in questo periodo più vero che mai). Si, c’è bisogno di prepararsi continuamente.

So che nelle facoltà di Scienze Umane preponderano le presenze femminili, ma poi leggo sui giornali o vedo nei talk show prevalentemente volti di esperti e non di esperte. È una percezione distorta la mia oppure reale? Se è davvero così, a che cosa si deve imputare, secondo te, ancora oggi questo fenomeno?

Bella domanda. Le facoltà di Scienze Umane e in generale quelle che prevedono ruoli educativi pullulano di presenze femminili perché il ruolo educativo e di cura è prevalentemente dato e lasciato ancora alle donne. Come se il mondo avesse nelle donne la parte operativa e negli uomini quella più concettuale. Non è più così ma la rappresentazione collettiva risente ancora di questa radice. Ad esempio, in tv o sui giornali, la narrazione della violenza nei rapporti intimi è incentrata sulla dinamica della relazione familiare: la delusione per un rapporto concluso, il dolore del maschio, il raptus… Il racconto passa attraverso l’analisi della vittima e della relazione con l’autore non tanto come autore ma come compagno innamorato colto da gelosia o da raptus. Una sorta di morbosità che presenta le donne sempre e comunque compagne di, ex mogli di, e che pure da morte colloca dentro ruoli familiari piuttosto che in quelli di soggetti giuridici.

Nei manuali scolastici (di letteratura, arte, filosofia, scienze…), nella toponomastica cittadina, in politica e nella governance economica, c’è un grande gap fra presenze maschili e femminili, decisamente minoritarie. Questo dato sociale incide nei rapporti di coppia, nella possibilità, per le donne, in famiglia, di far emergere e far valere la propria volontà?
Certamente influisce. Nel primo dopoguerra si è lavorato per i diritti di base, il voto, l’elezione, il lavoro. Nel secondo per i diritti di libertà come il divorzio l’aborto, la sessualità. Si sono ottenuti risultati sul piano giuridico, contrattuale, eppure nelle relazioni intime assistiamo ogni giorno alla dominanza patriarcale, modelli maschili che pure gli stessi fanno fatica a riconoscere come dominanti tanto sono interiorizzati come “normali”. Per quanto riguarda il riconoscimento pubblico, ad esempio la toponomastica, la titolazione di sale consiliari o scuole, siamo ancora al regime di concessione. Da qualche anno anche nella nostra regione è stato avviato uno studio e una mappatura che evidenzia il gap che dobbiamo colmare.

Com’è, in base alla tua esperienza, un rapporto di coppia sufficientemente sano, e quali sono i primi segnali di allarme?
Il rapporto sufficientemente sano è quello in cui ci si sente reciprocamente riconosciute/i, legittimate/i a esprimere il proprio parere, che non deve necessariamente essere lo stesso del/la partner. È quello in cui non c’è sopraffazione, quello in cui l’educazione di figli/e e la cura della casa, la preparazione dei pasti, l’accompagnamento di figli e figlie, il sostegno ad anziani e anziane è condiviso.
I campanelli d’allarme dovrebbero scattare quando non ci sente libere di esprimersi, non libere di lavorare o di gestire il denaro che si guadagna, quando non ci si può vestire o mettere il trucco che preferiamo, quando veniamo controllate se parliamo troppo o se ridiamo con amiche. Quando uno schiaffo ci viene raccontato come impeto di gelosia, quindi considerato amore. Questi e molti altri sono campanelli che le donne debbono imparare a leggere. Gli uomini sono ancora più lontani dal riconoscimento, dalla coscientizzazione di queste modalità. Ne parleremo nell’incontro del prossimo 12 maggio.

Ci vuoi raccontare una storia emblematica di fuoriuscita dalla violenza?
Racconto in breve la storia di una donna straniera, sposata con un italiano, entrata in programma di protezione con quattro figli minori, tutti con gravi problemi di salute. Donna che non aveva “credibilità sociale”: non aveva un’autonomia economica, non conosceva la lingua, non aveva la patente. Il programma durato più di due anni ha permesso di raggiungere risultati veramente incredibili. Ora è in autonomia, paga un affitto, gestisce i contributi per le disabilità dei figli, svolge un lavoro part time, guida l’auto. Mantiene i contatti con i servizi del territorio ove risiede. L’ex partner aveva puntato tutto narrando le difficoltà evidenti, dovute alla complessità e alla fragilità della situazione come incompetenze materne, mancanze (che puntualmente puniva con violenze fisiche). Tale situazione, secondo l’ex partner poteva riequilibrarsi solo attraverso il costante rimprovero e controllo che lo stesso attuava. Se la donna non capiva, interveniva con mezzi di correzione fisica. Come a dire, non sono io il violento ma la situazione è talmente grave che debbo intervenire per ri-orientare le vele. Aggiungo che questo uomo non era né sprovveduto, né analfabeta, né povero, né solo.

Nell’attesa di ascoltare dalla viva voce della dr.a Antonella Ciccarelli, che si occupa di contrasto alla violenza nelle relazioni intime da oltre venti anni, la presentazione delle attività, dei metodi, dei risultati raggiunti dal Centro per uomini maltrattanti di Ancona, la ringraziamo sentitamente per queste risposte e le auguriamo di cuore buon lavoro, in un ambito in cui c’è ancora tanto da fare.

Questo il link per iscriversi all’incontro online e ricevere poi le indicazioni per l’accesso: https://csvmarche-it.zoom.us/webinar/register/WN_aRRdL87fRJqMz2z5cU1Qcw

Qui trovate le interviste dei mesi scorsi: alla storica della fotografia Simona Guerra; alle esperte di arte e musica Laura Baldelli e Paola Ciarlantini; alla scrittrice e storica dell’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino Anna Paola Moretti.

In copertina. Antonella Ciccarelli ospite di un incontro online su Violenza donne, non solo numeri

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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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