Le donne al voto in Europa

Esercitare il diritto di voto attivo e passivo è andato configurandosi, soprattutto nella cultura occidentale, come requisito esclusivo e prova unica del pieno godimento della cittadinanza. Pur essendovi altri diritti di indubbia rilevanza e strettamente connessi a quello della rappresentanza politica, come quello all’istruzione, alla salute, alla proprietà, che assicurano e restituiscono il senso dell’essere cittadine e cittadini, ossia di essere riconosciuti all’interno di una comunità che si è affidata al diritto positivo, la capacità di eleggere i propri rappresentanti e di essere eletti si candida, di fatto, a essere il “diritto dei diritti”. Forse per il suo potente atto simbolico che materializza l’esercizio del potere. Forse perché è più immediatamente collegato e collegabile al potere, un argomento che affascina sia quando il potere si pensa di gestirlo, sia quando, in una prospettiva preoccupante, si pensa di possederlo. Tant’è che, in certi contesti, il diritto di voto lo si avverte più esclusivamente come diritto che come diritto/dovere.

Limitando la riflessione all’età contemporanea e circoscrivendola allo spazio europeo, un’analisi delle tappe storiche fondamentali che hanno portato al riconoscimento del suffragio femminile consente anche di ripensare e meditare su certi aspetti della cultura occidentale, in materia di diritti appunto, la quale rivendica, ancora oggi e in molti luoghi, il suo primato.
Se si ammette che le radici dell’Europa contemporanea affondano nell’humus culturale e politico della Francia rivoluzionaria di fine Diciottesimo secolo, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, scritta nel 1791 dalla drammaturga e attivista francese per i diritti, Olympe de Gouges, di fatto, si presenta come una denuncia immediata all’aspirazione universalistica dell’Illuminismo d’Oltralpe. Nel 1789, infatti, quegli stessi uomini che avrebbero giustiziato, di lì a poco, re Luigi XVI come il “cittadino” Luigi Capeto, emanano una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, che, in realtà, di “universale” ha ben poco in quanto, così come per gli altri diritti, oltre a non contemplare tutti gli uomini in tema di rappresentanza politica, ne esclude aprioristicamente tutte le donne. In questo senso, il gesto della de Gouges, per altro ghigliottinata il 2 novembre 1793, presagisce almeno una delle costanti della storia del riconoscimento dei diritti in Europa e cioè che quelli delle donne, non essendo concepiti immediatamente tali, sono diritti che seguono quelli riconosciuti agli uomini e che vengono estesi a esse solo in un secondo momento. A tal proposito, volendo partire proprio dalla Francia, non si può fare a meno di notare che, mentre il suffragio universale maschile risale al 1848, quello universale maschile e femminile è da collocarsi solo nel 1946, con un ritardo di circa cento anni. Stesso discorso per il Regno Unito: ammettendo come data del suffragio universale maschile il 1918, anno a partire dal quale poterono votare tutti gli uomini indipendentemente dal vincolo della proprietà e della ricchezza, sebbene il Paese fosse stato la patria di Mary Wollstonecraft, autrice, nel 1792, del testo fondamentale in tal senso, A Vindication of the Right of Women, e luogo di nascita, nel 1897, della National Union of Women’s Suffrage Societies, la piena ammissione delle donne al voto, si ha solo dieci anni più tardi, nel 1928; a partire dal 1918, infatti, vengono ammesse al voto solo le donne che hanno compiuto il trentesimo anno di età, come a dire che le donne raggiungono la maturità per partecipare significativamente alla costituzione della società civile molto più tardi degli uomini. Stessa cosa quando si considera il caso italiano: se ci si riferisce allo Stato unitario, il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, il quale riconosce il diritto di voto alle donne che abbiano compiuto almeno 21 anni, segue di trentatré anni il riconoscimento del suffragio universale maschile di età giolittiana. E, a rafforzare questo quadro per cui, ottenimento dei diritti per tutti non vuol dire automatico ottenimento dei diritti da parte delle donne, vi è la dimenticanza del legislatore nel decreto Bonomi di far menzione dell’elettorato passivo, cioè della possibilità per le donne italiane di essere votate. Tale riconoscimento tardivo, da far risalire solo al decreto n. 74 datato 10 marzo 1946, che consente alle donne italiane che abbiano compiuto 25 anni di età di poter essere votate, dimostra l’atteggiamento di fondo del legislatore, l’intima convinzione per cui, nella battaglia per il riconoscimento dei diritti, quello di tutti preceda quello delle donne e il presupposto per cui in quel “tutti” non rientrano le donne.

Clara Campoamor

A dir poco incredibile, è il caso della Svizzera dove il diritto di voto attivo e passivo, non solo, viene esteso alle donne tardissimo rispetto agli altri Paesi europei e cioè nel 1971, ma stupiscono soprattutto le modalità per le quali si arriva a tale risultato: all’eventualità presa in considerazione dal Consiglio federale, nel 1968, di firmare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo senza però sottomettersi alla clausola concernente i diritti politici delle donne, fa seguito la protesta di massa delle associazioni femminili svizzere che inducono il Governo a indire una votazione sul tema il cui esito assicurerà alle svizzere la possibilità di recarsi alle urne e di occupare gli scranni del Parlamento federale.
Il caso spagnolo, invece, è significativo e apre a una serie di ulteriori riflessioni. La Costituzione approvata in Spagna il 9 dicembre 1931, considerata tra le più avanzate del periodo in termini di diritti riconosciuti, prevede, tra l’altro, con l’articolo 36, l’introduzione del diritto di voto per le donne, le quali lo esercitano effettivamente, per la prima volta, in occasione delle elezioni del 1933. L’avvocata Clara Campoamor, avvocata e attivista, esponente del Partito radicale, conduce una battaglia solitaria difficilissima in tal senso perché l’approvazione del suffragio viene ostacolata in parlamento, sia dalla sinistra sedicente progressista sia dalle stesse donne presenti che, in realtà, sono in tutto tre. Sul fatto che anche le compagini politiche maschili progressiste non abbiano mai tenuto in seria considerazione i diritti delle donne, si direbbe che “è storia vecchia”. «Gratta, gratta un comunista sui problemi della donna e viene fuori un reazionario» pare abbia affermato proprio Lenin nella rievocazione che, nella sua autobiografia, fa Camilla Ravera del leader bolscevico. Stupisce, invece, l’opposizione delle donne spagnole stesse alla battaglia di Campoamor. Victoria Kent, del Partido Republicano Radical Socialista, lungi dal ricorrere alla biologica incapacità delle donne a prendere decisioni razionali — ipotesi tuttavia avanzata da qualche deputato — ritiene sconveniente l’estensione del suffragio alle donne per ragioni politiche contingenti: queste, secondo la Kent, sono fortemente influenzate dalla Chiesa e non hanno maturato ancora una coscienza sufficientemente “politica” in senso laico, per cui il suffragio universale porterebbe al potere la destra reazionaria. La risposta di Campoamor a Kent è significativa e fa riflettere: «… Io sono deputata della Provincia di Madrid. L’ho percorsa in lungo e in largo e ho visto che agli atti politici erano presenti sempre più donne che uomini, ho visto nei loro occhi la speranza di redenzione, il desiderio di aiutare la Repubblica, la passione e l’emozione che mettono nei loro ideali». Tanto i timori di Kent quanto le argomentazioni a sostegno del suffragio femminile di Campoamor rivelano una passione civile e democratica unitaria dell’universo femminile in campo politico che contraddistinguerà la grande coesione delle donne, pur di diversa appartenenza partitica, in molti consessi.
È il caso tedesco che vede una sostanziale divisione dei diversi movimenti femministi fino al 1917, quando diventa ormai chiaro per tutte le tedesche attiviste che il suffragio universale sarà riconosciuto solo agli uomini. Divisi sull’idea stessa di suffragio — diritto di voto per le donne, ma non suffragio universale e uguale, da una parte; suffragio universale femminile, dall’altra — tutti i movimenti femministi tedeschi fanno fronte comune nel novembre del 1918, chiedendo e ottenendo il diritto di voto attivo e passivo per tutte le donne. È comunione di intenti, al di là delle differenze di vedute, a fare della Germania uno dei primi paesi europei a introdurre il suffragio femminile.

Andrebbe fatta qualche riflessione anche sul primato europeo dei Paesi scandinavi in tema di estensione del diritto di voto alle donne. Quando le finlandesi si vedono riconosciute, nel 1906, il diritto di votare ed essere votate, il Granducato di Finlandia è riuscito sì a ottenere, accanto alla Dieta, un parlamento unicamerale, ma la russificazione del Paese, che ha subito già un’accelerazione nel 1899, quando lo zar russo si arroga il diritto di governarlo senza consultare né il senato né la Dieta, continua e l’autonomia dello Stato scandinavo diminuisce. La Finlandia del 1906, quella del primato europeo del voto alle donne, può dirsi davvero un Paese “europeo”? Preceduta a livello mondiale dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, che estendono il diritto di voto attivo e passivo alle donne rispettivamente nel 1893 e nel 1901, la Finlandia dei diritti riconosciuti alle donne nel 1906 — seguita dalla Norvegia nel 1913 e dalla Danimarca nel 1915 — è espressione non proprio della cultura “occidentale” in senso stretto. L’analisi in tal senso porterebbe lontano ma poche osservazioni sono sufficienti a rimettere in gioco corroborate convinzioni di presunti primati culturali che rendono, oggi, quanto meno difficoltosi approcci genuinamente multiculturali con quella “polis meticcia” che potrebbe essere davvero l’Europa.

Per saperne di più:
– Severini Marco, Le fratture della memoria. Storia delle donne in Italia dal 1848 a oggi, Marsilio, Venezia 2023
– Maurizio Ridolfi (a cura di), 2 Giugno: nascita, storia e memorie della Repubblica, Viella, Roma 2020
– González Sanz Alba, Clara Campoamor: la lucha política por los derechos de la mujer, RBA, Barcelona 2019
– AAVV, L’Italia delle donne: settant’anni di lotte e di conquiste, Donzelli, Roma 2018
– AAVV, Donne della Repubblica, Il Mulino, Bologna 2016
– Celotto Alfonso, Costituzione annotata della Repubblica italiana, Zanichelli, Bologna 2012
– Fagoaga Concha, Saavedra Paloma, Clara Campoamor: la sufragista española, Instituto de la Mujer, 2006
– Boneschi Marta, Di testa loro dieci italiane che hanno fatto il Novecento, Mondadori, Milano 2002

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Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.

2 commenti

    1. Grazie davvero. Credo che lo scopo di ripercorrere il passato attraverso un racconto storico sia quello di sottoporsi a meccanismi di autocoscienza. Così la Storia diventa Politica, “nel senso più alto”, come dice Lei.

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