Ruth First. La sua penna contro l’apartheid 

Giornalista, scrittrice, attivista e accademica, Ruth First è nota per la sua instancabile denuncia delle politiche di segregazione razziale, che colpirono la popolazione nera dopo l’ascesa del National Party in Sudafrica. Un evento cruciale che segnò l’inizio del regime di apartheid, durato dal 1948 al 1991. La sua determinazione e il suo impegno per la verità e la giustizia sono un esempio per le nuove generazioni e assicurano la possibilità di opporsi alle ingiustizie per costruire un mondo più equo.
Limiterò al massimo i dati biografici, che sono ben descritti in un articolo apparso su Vitamine vaganti il 9 maggio 2020, a firma di Emma de Pasquale, per soffermarmi sulla sua produzione giornalistica e saggistica
Ruth avrebbe potuto godere dei benefici che il regime dell’apartheid garantiva alla popolazione bianca, invece scelse la via più difficile, quella del dissenso e della lotta politica.

Ruth First

La copertina del pamphlet di denuncia di Ruth First, The farm labour scandal (Johannesburg New Age 1959)

All’Università di Johannesburg aveva conosciuto tra gli altri Nelson Mandela, futuro Presidente del Sudafrica, Joe Slovo, attivista anti-apartheid sudafricano e comunista, che sarebbe diventato suo marito, Eduardo Mondlane, leader del movimento per la libertà del Mozambico.
Nell’agosto del 1946 circa ottantamila minatori neri sfruttati scioperarono per una settimana; la rappresaglia dello Stato fu spietata e la protesta soffocata nel sangue. Fu allora che la giovane Ruth decise di intraprendere la carriera di giornalista per denunciare i soprusi del regime. A poco più di vent’anni abbandonò il lavoro al Comune di Johannesburg e varcò la soglia della redazione locale del Guardian, un settimanale all’epoca vicino al Partito Comunista. In breve ne divenne caporedattrice, specializzandosi in reportage di denuncia soprattutto delle condizioni di lavoro delle persone di colore. Insieme al fotografo Joe Gqabi e al pastore anglicano Michael Scott, condusse un’inchiesta sulle condizioni disumane dei lavoratori nelle fattorie di patate di Bethal, nel Transvaal. Il reportage documentava abusi sistematici e maltrattamenti, lavoratori incatenati, frustati e costretti a dormire nudi in stanze sovraffollate e sporche. Pubblicato su The Guardian, scatenò un’ondata di indignazione pubblica e portò l’African National Congress a organizzare un boicottaggio nazionale delle patate. First continuò a indagare, attraverso il quotidiano, sulle ingiustizie del sistema dell’apartheid, denunciando le condizioni dei lavoratori migranti e gli scioperi degli autisti di autobus, una forma di protesta contro le basse retribuzioni, le lunghe ore di lavoro e la mancanza di diritti per lavoratrici e lavoratori africani. Attaccò la brutalità della polizia e sostenne gli scioperi dei minatori. La ricca presenza di riserve minerarie in Sudafrica aveva generato uno tra i business più remunerativi per il Paese. Tuttavia, la condizione lavorativa soffriva di una costante violazione dei diritti umani. La manodopera che scendeva nelle miniere a scavare era tutta costituita da giovani africani maschi, fisicamente prestanti, che percepivano un salario dieci volte inferiore a quello di un lavoratore bianco.
Il 9 agosto del 1956 First era sul posto per documentare la marcia di 20.000 donne contro l’obbligo del lasciapassare col quale le donne avrebbero perso il diritto di muoversi liberamente. Quest’obbligo imponeva alla popolazione di colore dai sedici anni in su di esibire un documento speciale per entrare nelle aree urbane riservate ai bianchi. Era un altro sopruso! Le donne, di ogni razza, provenienti dalle città, dalle riserve e dai villaggi, si unirono per esprimere la loro protesta. L’evento è commemorato ogni anno in Sudafrica come Giornata Nazionale della Donna.

Ruth First e Joe Slovo nella guerra contro l’Apartheid
Ruth First, 1965, attivista sudafricana

Nel 1952 The Guardian venne bandito, ma riapparve costantemente con nuovi nomi fino alla chiusura definitiva nel 1963. Dal 1954 First aveva iniziato a scrivere anche per il mensile comunista Fighting Talk, del quale in breve tempo assunse la direzione, trasformandolo in una piattaforma per il dibattito politico e la denuncia sociale. Oltre alla lotta contro l’apartheid, sul Fighting Talk First ha denunciato le politiche coloniali e le difficoltà delle giovani nazioni africane indipendenti. Anche Fighting Talk venne soppresso dal governo dell’apartheid nel 1963. 
La strage di Sharpeville del 21 marzo 1960, nella quale si contarono 69 morti, dimostrò che la lotta non violenta non bastava a difendere i diritti della gente di colore, e il movimento anti-apartheid scelse la lotta armata. Fu in quel momento che i destini di Ruth e di suo marito si separarono. Slovo entrò nell’Alto comando del gruppo paramilitare (MK) guidato da Nelson Mandela, dove fu uno dei principali strateghi dell’organizzazione armata; le uniche armi di Ruth, invece, restarono lo studio, l’insegnamento e la ricerca
Nel 1961 fu in Namibia, il Paese che il Sudafrica si era annesso unilateralmente subito dopo la Seconda guerra mondiale. Lì svolse una minuziosa indagine per analizzare l’esportazione del modello razziale sudafricano. Il materiale raccolto, che documenta le condizioni oppressive imposte alla popolazione locale, diede vita al suo primo libro, South West Africa, pubblicato a Londra nel 1963. In Sudafrica la sua diffusione fu rigorosamente vietata.

Il 9 agosto del 1963 fu sospettata di aver partecipato agli incontri alla fattoria di Rivonia, nei sobborghi di Johannesburg, dove furono arrestati Nelson Mandela e altri sette uomini per aver cospirato contro il governo; detenuta in isolamento per 117 giorni, in base alla legge dei 90 giorni, che prevedeva che una persona potesse essere detenuta, senza processo, per un periodo di tre mesi, tentò il suicidio. Il racconto del periodo di detenzione fu pubblicato col titolo 117 Day nel 1965 e divenne un classico della letteratura di denuncia, da cui è stato tratto anche un film. Il libro offre una testimonianza intensa delle torture psicologiche subite e della sua resistenza morale contro un sistema repressivo. Al suo rilascio, lei e le tre figlie lasciarono il Sudafrica per raggiungere Joe Slovo, già in esilio, in Gran Bretagna, dove continuò la sua attività di scrittrice e ricercatrice. Ebbe prima un incarico di insegnamento all’Università di Manchester (1972), poi a quella di Durham, dove si avvicinò al pensiero femminista
In questo periodo pubblicò diversi libri, oggi considerati pietre miliari del dibattito accademico marxista. In The Barrel of a Gun: The Politics of Coups d’Etat in Africa, Londra 1970, analizzando i colpi di stato in alcuni Paesi africani, mette in luce le fragilità delle giovani democrazie africane, anche attraverso testimonianze dirette.
Co-autrice dell’inchiesta The South African Connection: Western Investment in Apartheid (1972), First analizza le complicità internazionali nel mantenimento del regime sudafricano. Con Libya: The Elusive Revolution, Londra, 1970, indaga la rivoluzione libica guidata da Mu’ammar Gheddafi, le sue promesse e le sue contraddizioni.

Ruth First, 1966, immagine promozionale per il film sulla sua detenzione in Sudafrica

Ruth First ha curato anche No Easy Walk to Freedom di Mandela (1967), The Peasant’s Revolt di Govan Mbeki (1967) e Not Yet Uhuru di Oginda Odinga. Trasferitasi con Joe Slovo in Mozambico nel 1977, assunse l’incarico di direttrice di ricerca presso il Centro di Studi Africani dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo, dove condusse ricerche sulla vita dei lavoratori migranti. Pubblicò anche altre opere come The Mozambican Miner: Proletarian and Peasant (1977), dove esamina le condizioni dei minatori mozambicani, il loro sfruttamento e le contraddizioni tra la vita rurale e quella industriale nel Mozambico postcoloniale. 

Mozambico, Ruth First, Direttrice di Ricerca presso il Centro de Estudos Africanos dell’Università Eduardo Mondlane
Mozambico, Ruth First, Direttrice di Ricerca presso il Centro de Estudos Africanos dell’Università Eduardo Mondlane

Nel 1982, il 17 agosto, fu brutalmente assassinata da un pacco bomba consegnato nel suo ufficio presso l’Università di Maputo. Presidenti, membri del parlamento e ambasciatori di oltre trenta Paesi e migliaia di persone parteciparono al suo funerale. La sua morte suscitò indignazione internazionale e segnò una grave perdita per la causa della giustizia in Sudafrica. 

Il presidente sudafricano Nelson Mandela scopre una targa dedicata a Ruth First e Joe Slovo a Londra

 Gli assassini furono in seguito identificati come agenti dello Stato sudafricano. Alle udienze della Commissione per la Verità e la Riconciliazione a Pretoria, nel settembre 1998, Craig Williamson, un maggiore della Polizia sudafricana, affermò di aver ordinato l’omicidio di Ruth First: ottenne, tra le polemiche, l’amnistia dalla Commissione con la motivazione che la morte di Ruth First era avvenuta nel contesto della lotta politica.

Ruth First st. a Pretoria 
Murale, Johannesburg

A Ruth First sono intitolate diverse strade in Olanda, nel Regno Unito e in Sudafrica.

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.

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