Ruth First

Ci sono tante donne di cui si sa poco e niente, che sono state tagliate fuori dai libri di storia e di cui, con il passare degli anni, si cominciano a perdere i ricordi.
Una di queste è sicuramente Ruth First, una delle più importanti voci antiapartheid nel Sudafrica della metà del XX secolo.
Ruth nasce a Johannesburg il 4 maggio del 1925 e l’impegno politico ce l’ha nel sangue: i suoi genitori sono due immigrati lettoni ed ebrei, che, appena arrivati in Sudafrica, hanno partecipato alla fondazione del SACP, il Partito Comunista Sudafricano. Ruth si iscrive al partito giovanissima, mentre frequenta ancora il liceo, e si impegna particolarmente sul fronte antiapartheid, che le sta molto a cuore.
Decide infatti di intraprendere gli studi di sociologia presso l’Università di Witwatersrand, laureandosi brillantemente nel 1947 ed è lì che comincia a prendere parte in misura attiva e fondante alla lotta antirazzista: fonda la Federation of Progressive Students. Tra i colleghi che ne prendono parte c’è Joe Slovo, il futuro giornalista e attivista che diventa il grande amore della sua vita. I due condividono la passione politica e quando si sposano, nel 1949, rendono la loro dimora di Johannesburg il centro di ritrovo degli oppositori all’apartheid e dei membri dell’African National Congress (ANC), tra cui Mandela.
Anche Ruth si dedica al giornalismo e coniuga la sua attività a un profondo impegno sociale e rivoluzionario: lavora per l’istruzione dei ragazzi neri e scrive per The Guardian, diventandone redattrice, prima che venga bandito dal governo. La sua è un’attività d’inchiesta instancabile, che la porta ad abbracciare diverse cause nell’ambito del sostegno dei diritti civili: tramite i suoi articoli denuncia la corruzione del sistema giudiziario e la discriminazione degli imputati neri, combatte per l’abolizione del lasciapassare per le donne (Pass Campaign), difende i diritti dei minatori e lo sfruttamento dei lavoratori agricoli.
Arrivano gli anni del famoso Treason Trial e, purtroppo, Ruth e Joe sono tra i 156 attivisti accusati di alto tradimento dello Stato. Viene assolta, ma a partire dal ‘60 comincia quello che è il periodo più difficile della sua vita: il massacro di Sharpeville, in cui perdono la vita 69 manifestanti, porta a un irrigidimento delle misure restrittive e Ruth viene privata di tutti i suoi diritti civili, in quanto leader del movimento antiapartheid. L’African National Congress è bandito e si dichiara lo stato d’emergenza: deve andarsene. Così la famiglia fa i bagagli e si trasferisce in massima segretezza nello Swaziland, dove resta per sei mesi, prima di tornare in Sudafrica.
Infatti, l’ANC ha ripreso a lavorare clandestinamente alla sua missione e Ruth non riesce a lasciar perdere: nonostante il divieto impostole nel 1960, ricomincia a fare giornalismo, per la rivista della Congress Alliance, che coadiuvava tutte le forze contro la segregazione razziale.
La clandestinità va avanti per qualche anno, ma nel 1963 viene incarcerata con il pretesto di detenere libri proibiti, stabilendo un triste primato: è la prima donna bianca a subire le conseguenze della neonata “legge dei 90 giorni”, ovvero la possibilità per il corpo di polizia di tenere in carcere un sospettato di crimini a sfondo politico per 90 giorni, senza permettergli di parlare con un avvocato e senza avere alcun tipo di mandato.
Con Ruth vanno oltre, i giorni diventano 117 e gli interrogatori sempre più pressanti e violenti: soffre e prova a suicidarsi quando pensa di non farcela più, ma sui compagni non si lascia sfuggire una parola. Inoltre, appunta tutto ciò che le succede in quei fatidici 117 giorni su piccoli pezzetti di carta, da cui ricaverà il libro 117 Days.
Uscita dall’inferno della prigionia, abbandona il Sudafrica nel 1964, dirigendosi verso una nuova vita a Londra. Nonostante i chilometri, non smette di mettere tutta sé stessa nella lotta antiapartheid e porta avanti una brillante carriera universitaria tra Manchester e Durham.
Pubblica diverse opere, da The Barrel of a Gun, a Libya: The Elusive Revolution, incentrate sia sulle questioni interne al suo paese sia sull’importanza della lotta per l’indipendenza degli altri paesi africani.
Dopo 14 anni in Inghilterra, finalmente, torna in Africa, chiamata a dirigere il programma di ricerca dell’Università di Maputo, in Mozambico.
Nel 1982, nella tranquillità del suo ufficio, esplode un pacco bomba, che stronca la vita di Ruth in pochi secondi. I mandanti? Il governo dell’apartheid, nelle figure individuate come responsabili di Craig Williamson e Roger Raven, a cui fu poi concessa l’amnistia dalla Commissione per la verità e la riconciliazione.
Oggi, a 38 anni dal suo omicidio, dovremmo riesumare la figura di Ruth First dalle ceneri della storia e riconoscerle universalmente il ruolo chiave che ha giocato nella lotta all’apartheid. Come scrittrice, come giornalista, come donna e come militante, sempre in prima linea, senza mai tradire i suoi compagni e sé stessa, ha contribuito in maniera decisiva a rendere il Sudafrica il paese libero che è oggi.

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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