A fari spenti nella notte è il titolo dell’editoriale di questo numero di Limes, dedicato alla fase geopolitica che il mondo sta attraversando da quando l’America ha smesso di rispettare il diritto internazionale e di comportarsi come una democrazia, seppure molto imperfetta. Il volume di marzo, di lettura particolarmente difficile, si compone di tre parti: Guerra all’Iran, sezione per certi aspetti superata dagli eventi che si susseguono di giorno in giorno; l’Impero si divora e Frantumazione sociale.
L’America è in guerra anzitutto con sé stessa — e dunque col mondo — e sta trascinando in questa guerra tutto il pianeta, “ingolfandolo” attraverso la guerra all’Iran.
Della prima parte si segnalano almeno due contributi interessanti: Il piano di Netanyhau non è il cambio di regime ma la guerra infinita di Giuseppe De Ruvo e Israele, specchio rotto dell’America di Massimo Scattarreggia, che descrive i rapporti Usa-Israele, la lobby ebraica e la lobby pro-Israele e come sta cambiando l’atteggiamento dei giovani nei confronti dell’alleato storico dell’egemone. In questa sezione sono presenti anche articoli che descrivono il punto di vista degli aggressori, come è giusto che sia per una rivista di geopolitica.

La seconda parte contiene contributi notevoli che toccano argomenti di cui si parla poco sui nostri media e che servono a capire quanto sta succedendo in America, dando la parola a molti esponenti dei gruppi che sostengono Trump, anche se dovrebbe ormai essere chiaro a tutte e tutti che spesso con questi saggi la direzione è in profondo disaccordo ma li condivide per una migliore comprensione di quanto sta accadendo nella potenza che non si rassegna a non essere più egemone.
Carlos Roa, giovane direttore esecutivo di The National Interest, nell’articolo L’abito nuovo dell’impero esamina la Strategia di sicurezza emanata dal governo statunitense nel 2025 e sostiene che i tre gruppi che appoggiano dall’interno l’amministrazione Trump concordano su una cosa: gli Usa sono un Impero e devono restarlo; non possono disfarsene ma lo devono riconsolidare, ripudiando l’egemonia liberale internazionale, quella che avevano esportato in tutto l’Occidente e avviandosi verso l’età del “capitalismo nazionale”.

Una lettura spiazzante che si conclude con queste parole, che a noi possono sembrare deliranti: «Nei prossimi anni vedremo cose spiacevoli, soprattutto se questa strategia sarà attuata. Dovremo aspettarci dazi, inflazione, scontri sul debito, rivoluzioni tecnologiche, contraccolpi culturali, repressioni sui migranti, rimpatri, guerre ai cartelli, guerre per procura, pressioni sui regimi e molto altro. Ma è questo il prezzo del rifiuto di morire. L’America, con questa amministrazione, ha scelto di consolidarsi invece di dissiparsi, scommettendo tutto sulla convinzione che una nazione tanto audace da dichiarare apertamente i propri interessi fondamentali — e tanto spietata da difenderli senza orpelli — può ancora strappare il proprio futuro dalle fredde mani della morte». (Una versione di questo articolo è apparsa su The National Interest il 31/12/2025).
Di Una guerra civile fredda in America parla Nathan Pinkoski, intervistato da Federico Petroni con una lucida analisi dei tre gruppi che sostengono dall’interno l’amministrazione Trump: i vecchi suprematisti militari, per i quali bisogna mantenere una supremazia globale armata degli Usa allo scopo di dissuadere e sconfiggere i rivali; i tradizionalisti nazionalisti che sostengono il primato Usa nell’emisfero occidentale, secondo la vecchia dottrina Monroe aggiornata al XXI secolo; e il gruppo che si pone a metà tra i primi due, preoccupato del declino della civiltà occidentale e desideroso di esportare la rivoluzione americana nell’Unione Europea, emblema del decadimento della civiltà, convincendola ad allinearsi al nuovo abito dell’Impero. Un bagno di realtà per noi europei ed europee, con governanti che assistono attonite/i alle decisioni di questa amministrazione, mostrando di non avere strumenti per capirle e soprattutto per reagire se non le condividono.

L’articolo di Giuseppe De Ruvo, Il valzer dei tecnovassalli, va letto con grande attenzione perché descrive quanto sta succedendo nei rapporti tra Big Tech e Stato. Le Big Tech si sono insinuate sempre più nelle camere e anticamere dello Stato, mentre il potere politico tenta di legarle a sé non tramite la sovranità ma tramite la costruzione di relazioni informali fuori delle strutture pubbliche. A questi legami partecipa anche l’affarista spregiudicato a capo degli Usa, tramite il figlio Donald Trump Junior e il Fondo Capital 1789 (data dell’entrata in vigore della Costituzione americana) il cui scopo dichiarato è promuovere un “capitalismo patriottico”. Insomma, i mercanti dell’Ai prestata alla sicurezza e alla guerra (Palantir di Peter Thiel e Karp attraverso la piattaforma di Ai aumentata Maven ha reso possibile la cattura di Maduro e l’uccisione di Khamenei) stanno di fatto diventando coloro che condizionano l’Impero.

Così si conclude il saggio del docente della Scuola di Limes: «La verità è che aziende come Palantir, SpaceX e Anduril prosperano proprio perché l’America non è in grado di risolvere i suoi problemi strutturali. Fondi come 1789 Capital, dal canto loro, investono in queste imprese perché dinnanzi allo sfascio generalizzato lo sguardo della politica non può andare oltre la mera sopravvivenza di facciata. Oramai raggiungibile solo trasformandosi in attore economico mentre gli attori economici si trasformano nello Stato, seppur in maniera parziale e inadatta alla risoluzione dei problemi del paese. Il circolo virtuoso che permette alle Big Tech di ottenere denaro e alla famiglia Trump di accumulare capitale politico è dunque in realtà un circolo vizioso, il cui rafforzamento non fa altro che impedire agli Usa di affrontare strutturalmente i problemi che l’attanagliano. L’America avrebbe bisogno di reindustrializzare per ridare speranza alla spina dorsale del paese. Ma Musk — dinnanzi alla perdita di circa 100 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero nel 2025 — vuole costruire robot per automatizzare il lavoro manuale. Le Forze armate avrebbero bisogno di navi e proiettili (come ricorda un veterano della Marina militare come Seth Cropsey in un contributo del volume n.d.r.). Ma Karp gli offre algoritmi. La società andrebbe ricomposta, le faglie identitarie smussate. Ma Thiel dota l’Ice di sistemi di riconoscimento utili per scovare i manifestanti e progettati per essere razzisti.

Altro che Repubblica tecnologica. L’America rischia di trasformarsi in una res privata senza Stato e strategia, in cui tutti — imprenditori e politici — pensano esclusivamente a perpetrare le loro esigenze e i loro affari. Rifiutandosi di accollarsi la responsabilità di fare ciò di cui il paese avrebbe davvero bisogno. Spesso facendo addirittura l’opposto. Questo è, alla fine della giostra, il valzer dei tecnovassalli: un ballo solitario, in cui ciascuno tenta di mantenere la propria rendita di posizione. Con musica gentilmente offerta dall’orchestra del Titanic. L’importante è solo continuare a ballare. Even if we are just dancing in the dark».
Tornando alla terribile guerra all’Iran in cui, diversamente da quanto accadeva in Ucraina già dal 2014, non parliamo più di aggressore e aggredito, suggerisco un contributo importante della firma femminile per eccellenza della rivista, la cartografa Laura Canali: il podcast Iran, Isfahan sfregiata… che denuncia la distruzione di tutto il patrimonio dell’Umanità Unesco a opera degli aggressori Israele e Usa, in pieno delirio di onnipotenza. Di questo naturalmente nei media mainstream non si parla.
Il podcast è reperibile come tutti gli altri sull’app di Limes.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
