La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel giornalismo arabo e mondiale. La sua figura è diventata un simbolo non solo della libertà di stampa sotto attacco, ma anche della lotta del popolo palestinese per essere ascoltato. Il suo volto è apparso su murales a Ramallah, Beirut, Dublino, Parigi e in altre città. Il suo nome è stato invocato da giornalisti/e, attivisti/e e politici/che e, come ha scritto un collega: «Shireen è stata la nostra voce quando avevamo solo il silenzio. Anche se oggi è assente, continuerà a parlare, ogni volta che qualcuno racconterà la verità».

Shireen Abu Akleh, nata a Gerusalemme il 3 aprile 1971 e uccisa l’11 maggio 2022 a Jenin, è stata una delle giornaliste più riconoscibili e rispettate del mondo arabo. Di origini palestinesi e cittadina statunitense, ha lavorato per oltre due decenni come corrispondente per la rete Al Jazeera, diventando una figura emblematica nel racconto del conflitto israelo-palestinese. Il suo assassinio, durante un’operazione militare israeliana in Cisgiordania, ha scosso profondamente l’opinione pubblica internazionale e sollevato interrogativi cruciali sulla libertà di stampa, sulla sicurezza di giornaliste e giornalisti in zone di conflitto e sulla giustizia per le vittime civili.
Shireen nasce in una famiglia cristiana melchita di Betlemme e cresce a Gerusalemme Est, in un contesto segnato dall’occupazione israeliana e dalle tensioni politiche costanti. Dopo aver terminato gli studi superiori presso la Rosary Sisters’ School, una prestigiosa scuola cattolica di Gerusalemme, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università.
Ottenuta la cittadinanza statunitense grazie ai legami familiari, completa gli studi in giornalismo presso la Yarmouk University in Giordania, dove si laurea in Giornalismo e comunicazione. Tornata nei Territori palestinesi, inizia la sua carriera professionale con determinazione e un chiaro senso di missione: raccontare al mondo la realtà palestinese sotto occupazione. Shireen inizia così il proprio percorso nel giornalismo lavorando per diverse emittenti, tra cui Radio Monte Carlo e la Cnn araba. Ma è nel 1997, quando entra a far parte della nascente redazione araba di Al Jazeera, che la sua carriera decolla. Diviene una delle prime corrispondenti sul campo della rete, con il compito di coprire notizie dai Territori palestinesi, in particolare dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Durante gli anni della Seconda Intifada (2000–2005), acquisisce una reputazione di giornalista seria, empatica e instancabile. Con il suo caratteristico giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”, diviene un volto familiare per milioni di telespettatori e telespettatrici arabe. I suoi reportage sono sempre dettagliati, umani, e spesso rischiosi. Racconta la sofferenza delle popolazioni civili, le incursioni militari, gli scontri armati, le demolizioni, ma anche la vita quotidiana che continua nonostante tutto.

Diviene man mano conosciuta per il suo approccio equilibrato, attento ai dettagli, capace di mantenere professionalità e umanità anche nelle situazioni più drammatiche. «Ho scelto il giornalismo per essere vicina alle persone», dice. «Forse non è facile cambiare la realtà, ma almeno posso far sentire la loro voce al mondo».
Nel corso della sua carriera, Shireen ha coperto tutti i momenti cruciali della storia palestinese contemporanea: dalle guerre su Gaza agli scontri a Gerusalemme, dalle elezioni palestinesi ai processi di pace falliti. È stata più volte elogiata per il suo coraggio e per la sua integrità giornalistica. Numerosi colleghi e colleghe la descrivevano come una professionista rigorosa, umile e sempre pronta ad aiutare le più giovani nella professione. Ha formato generazioni di giornaliste e giornalisti arabi, non solo con l’esempio, ma anche attraverso workshop, interventi universitari e mentorship.
Nonostante non abbia ricevuto premi internazionali in vita, il valore del suo lavoro è stato successivamente riconosciuto da organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani. Dopo la sua morte, Al Jazeera ha istituito in suo onore una borsa di studio per aspiranti giornaliste palestinesi.

L’11 maggio 2022, durante un’operazione militare dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, Shireen Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa mentre indossava l’equipaggiamento che la identificava chiaramente come giornalista. Stava seguendo un raid israeliano assieme ad altri reporter. Le prime testimonianze sul posto, comprese quelle di giornaliste/i presenti, indicano le forze israeliane come responsabili. L’esercito israeliano inizialmente nega, sostenendo che il fuoco potesse essere venuto da miliziani palestinesi, ma successivamente modifica la versione, ammettendo che “è possibile” che un soldato israeliano l’abbia colpita “per errore”. Tuttavia, indagini indipendenti condotte da organizzazioni, quotidiani e riviste come Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times e Washington Post concludono che il colpo mortale è provenuto da posizioni israeliane e che non vi sono stati scontri armati nel momento preciso della sparatoria. Nessun combattente palestinese si trovava nelle vicinanze della troupe.

La sua uccisione scatena una vasta ondata di indignazione internazionale. Le Nazioni Unite chiedono un’indagine indipendente. L’Unione Europea, la Commissione Interamericana per i Diritti umani e numerosi Stati arabi e occidentali condannano l’accaduto. Anche il Dipartimento di Stato Usa, sotto pressione da parte di membri del Senato e attiviste/i, chiede trasparenza, senza però prendere iniziative vincolanti.
Al funerale di Shireen, tenutosi a Gerusalemme, si verificano scontri tra la polizia israeliana e le persone partecipanti: le forze dell’ordine, infatti, attaccano i portatori della bara e il corteo funebre, provocando ulteriore sdegno e condanna.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha inserito il suo caso tra i più gravi crimini impuniti contro reporter, mentre la famiglia ha portato il caso davanti alla Corte penale internazionale (Cpi) e ad altri organismi per i diritti umani, in cerca di giustizia, ma fino a oggi nessuno è stato incriminato per la sua morte prematura.

Shireen Abu Akleh è stata molto più che una giornalista: è stata una cronista della verità in una delle zone più complesse e delicate del pianeta. La sua voce, ferma e appassionata, è stata per anni la colonna sonora dei bollettini di Al Jazeera, testimone degli eventi che molti governi e personaggi politici avrebbero preferito ignorare. La sua uccisione ha messo in evidenza i pericoli a cui sono esposti coloro che si trovano in aree di conflitto, soprattutto quando operano in contesti di occupazione, censura o violenza sistemica, ma il suo esempio continua a ispirare giovani reporter, attivisti/e per i diritti umani e semplici cittadini/e che credono nel potere dell’informazione.
Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Virginia Mariani

Docente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.
