Violet Gibson, l’attentatrice dimenticata 

Il 7 aprile 1926 una donna irlandese di cinquant’anni tentò di cambiare il corso della storia italiana sparando a Benito Mussolini da distanza ravvicinata. Il proiettile lo ferì lievemente al naso, poiché, in quel preciso istante, il Duce era intento a porgere un saluto romano alla folla, e così spostò impercettibilmente la testa indietro, sottraendola alla traiettoria del proiettile. La donna cercò di sparare un secondo colpo, ma la rivoltella si inceppò, e la folla inferocita si scagliò contro di lei. Soltanto l’intervento della polizia la sottrasse con la forza al linciaggio. Mussolini, soccorso immediatamente da decine di chirurghi, lì riuniti per un congresso da lui stesso inaugurato, mantenne un’ostentata compostezza e continuò a ripetere alla folla di mantenere la calma, sostenendo che non fosse accaduto nulla di grave. 
Quella donna era Violet Albina Gibson, l’unica, tra i vari attentatori del Duce, ad averlo effettivamente colpito, nonché l’unica straniera, l’unica donna e, non a caso, anche l’unica a essere stata quasi completamente rimossa dalla memoria pubblica. 
Per comprendere le ragioni di tale rimozione, occorre ricostruire non solo le dinamiche dell’attentato, ma l’intera traiettoria biografica di Violet inserita nel contesto storico in cui si mosse, in un’epoca in cui, soprattutto per una donna, il confine tra dissenso politico e follia veniva tracciato con estrema facilità e conseguenze definitive.  

Nata a Dublino nel 1876, penultima di sei figli, Violet apparteneva a una famiglia dell’alta aristocrazia anglo-irlandese: il padre, Edward Gibson, era un avvocato e un politico, primo barone di Ashbourne e Lord Cancelliere d’Irlanda, la massima carica giudiziaria del Paese prima dell’indipendenza. Debuttò a corte presso la regina Vittoria a diciotto anni e, come ci si aspettava da una figlia della nobiltà protestante, il copione prevedeva un buon matrimonio o, in alternativa, una vita domestica al servizio dei genitori. Violet, tuttavia, non aveva intenzione di seguire nessuno dei due. 
La sua vita fu segnata fin dall’adolescenza da una salute estremamente cagionevole, con peritoniti, rosolia, febbri misteriose che la costringevano a letto per settimane, ma questo non le impedì di viaggiare per l’Europa e di entrare in contatto con ambienti culturali e religiosi eterogenei. Si avvicinò alla teosofia di Helena Blavatsky, alla dottrina antroposofica di Rudolf Steiner, alla vita bohémienne di Parigi. La sua esistenza fu attraversata anche da lutti profondi e da relazioni affettive di cui restano poche tracce, elementi che contribuirono a costruire una personalità complessa, inquieta e difficilmente incasellabile. 

Violet Gibson insieme al padre

Nel 1914 comparve tra le partecipanti al Congresso Internazionale delle Donne per la Pace, segno di un impegno politico già orientato in senso antibellico. Nel 1918 le fu diagnosticato il morbo di Paget, una forma di cancro che comportò un intervento chirurgico estremamente invasivo, ovvero l’amputazione del seno, che le causò dolori cronici. Fu in quel momento di crisi e di vuoto, fisico e spirituale, che si convertì al cattolicesimo, scelta radicale, che la allontanò dalla famiglia e ridefinì completamente il suo modo di leggere la realtà. 

Violet Gibson dopo la conversione al cattolicesimo.

Negli anni successivi, la dimensione religiosa e quella politica finirono per sovrapporsi. Violet sviluppò una visione del mondo in cui la fede implicava una responsabilità attiva nella storia, e proprio per questo restò profondamente scossa dagli eventi italiani: l’assassinio di Giacomo Matteotti, la repressione dell’opposizione, l’esilio forzato di don Luigi Sturzo. Parallelamente, osservò con crescente inquietudine l’atteggiamento dell’establishment britannico, in larga parte favorevole a Mussolini. Ciò che la colpì non fu solo la violenza del regime, ma il consenso che lo circondava, un silenzio che interpretò come complicità. In questa convergenza tra delusione politica e tensione religiosa maturò la decisione di agire. 
Il 6 novembre 1925 partì per l’Italia con un’infermiera, Mary McGrath, e una pistola. Ufficialmente, l’arma era per difesa personale, ma aveva confidato al fratello l’intenzione di colpire il Papa, reo di non essersi opposto al fascismo, e di star accettando in silenzio l’operato di Mussolini, smettendo di essere, ai suoi occhi, una guida spirituale degna. 
Si stabilì al Convento di Nostra Signora di Lourdes, sulla Nomentana. Tentò di mettersi in contatto con diverse figure all’interno del Vaticano, ma si rese presto conto che avvicinarsi al Pontefice era impossibile. Il 27 febbraio 1926, dopo mesi di tentativi falliti, sparò a se stessa, chiedendo perdono e misericordia divina. Il proiettile, per un caso quasi miracoloso, rimbalzò su una costola invece di colpirla al cuore. Sopravvisse, e fu ricoverata a Villa Giuseppina per due mesi. Non era la prima volta che veniva internata in un ospedale psichiatrico, nel 1923 era stata ricoverata in una struttura psichiatrica, con una diagnosi che la descriveva come potenzialmente violenta. 

La morte della madre, il 25 marzo 1926, fu un altro colpo durissimo, che contribuì a condurla al gesto del 7 aprile. 
Quel mercoledì mattina, mentre la folla si assiepava attorno al Campidoglio, Violet cambiava i suoi piani all’ultimo momento: aveva originariamente in programma di uccidere Mussolini nel pomeriggio, davanti alla sede del partito fascista, ma decise di agire anticipatamente. Si fece strada tra la gente, lo raggiunse, e sparò. Le prime parole di Mussolini, secondo i testimoni, furono: «Una donna! Ma guarda un po’, una donna!». Parole che restituiscono lo stupore di fronte a un gesto che, compiuto da una figura femminile, risultava doppiamente inconcepibile. 
Eppure, quello di Violet Gibson non fu né il primo né l’ultimo tentativo di uccidere Mussolini. In meno di un anno, tra il novembre 1925 e l’ottobre 1926, il Duce sopravvisse a quattro attentati. Prima di lei, il 4 novembre 1925, il deputato socialista Tito Zaniboni aveva attentato alla vita di Mussolini con un fucile di precisione, poi intercettato dalla polizia fascista. L’11 settembre 1926, fu la volta dell’anarchico Gino Lucetti, che lanciò una bomba contro la Lancia Lambda che trasportava Mussolini in via Nomentana. La bomba rimbalzò sul bordo del finestrino ed esplose a terra, con otto passanti rimasti feriti e Mussolini illeso. Il quarto tentativo si consumò il 31 ottobre 1926 a Bologna, fu il quindicenne Anteo Zamboni, che sparò contro l’auto del Duce durante una parata, bucandogli la giacca. In pochi secondi fu catturato e linciato a morte dalle camicie nere. 
A Gino Lucetti è dedicata una piazza ad Avenza di Carrara, mentre il suo nome compare anche in circoli e formazioni partigiane. Anteo Zamboni è ricordato a Bologna, dove esistono luoghi urbani a lui intitolati, come le “Mura Anteo Zamboni”. Anche Tito Zaniboni è presente nello spazio urbano, con vie a lui dedicate in diverse città italiane. Sono intitolazioni concentrate soprattutto in aree con una forte tradizione antifascista, che ne hanno consolidato la memoria pubblica. 

Dublino, targa commemorativa

Violet Gibson, al contrario, non ha alcuna intitolazione in Italia. L’unico riconoscimento significativo nello spazio urbano si trova a Dublino, dove nel 2021 è stata apposta una targa di fronte alla sua abitazione d’infanzia. Violet è rimasta esclusa dall’ambiente urbano, ma anche oscurata all’interno della narrazione storica ufficiale.  
La sua rimozione non è casuale. Il regime si trovava di fronte a un paradosso: riconoscere la natura politica dell’attentato significava attribuirgli un peso reale, enfatizzarlo rischiava di incrinare l’immagine di invulnerabilità del Duce. Tuttavia, le nuove leggi approvate dopo gli attentati, che servirono soprattutto a liquidare ciò che restava dell’opposizione, complicarono ulteriormente la questione Gibson, che non poteva rimanere impunita. Il regime risolse l’imbarazzo dell’attentato dichiarando Violet inferma di mente, evitando così un processo pubblico. All’epoca risultava più accettabile dichiarare pericolosa e instabile Violet Gibson, che riconoscere la pericolosità di Mussolini. 

Violet non rientrava in alcun modello accettabile per l’epoca, non era moglie o madre, non era inserita in un ruolo sociale riconosciuto, perciò fu facile rinchiuderla, lasciando che procedessero nell’ombra degli accordi segreti per facilitarne l’espulsione dall’Italia. 

Foto segnaletiche di Violet Gibson.

L’ispettore Pennetta, che si occupò di interrogarla e di dirigere le indagini, non credeva che la donna fosse mentalmente instabile, anzi, era convinto che quella fosse una copertura per una congiura contro Mussolini, e che la donna avesse dei complici. Non si scoprì mai se queste ipotesi fossero fondate o meno, Gibson portò con sé questo segreto fino alla morte. 
La reazione del regime e dell’opinione pubblica racconta molto di quell’epoca. Lettere di sostegno piovvero sul Duce da ogni parte. Tra queste, secondo alcuni storici, vi era anche quella di una ventenne di nome Clara Petacci, che scrisse a Mussolini per congratularsi dello scampato pericolo. Fu proprio quella lettera ad attirare l’attenzione di Mussolini, che la volle conoscere, legandola indissolubilmente al proprio destino. Clara Petacci, infatti, sarebbe morta con lui il 28 aprile 1945, appesa a piazzale Loreto. 
La rivista fascista L’Assalto pubblicò il 9 aprile 1926 un commento esplicito: «Abbiamo sempre nutrito un feroce odio nei confronti di queste donne del terzo sesso. Donne vecchie, brutte, ripugnanti che vengono dall’estero in gruppi, carovane, reggimenti, per macchiare la bellezza dei nostri cieli, la fertilità della nostra terra. […] Noi non vogliamo che vengano qui ad assassinare i nostri uomini e i nostri padri». 

Violet Gibson era nubile, senza figli, «asessuata» agli occhi del regime, incarnava tutto ciò che il fascismo rifiutava nel modello femminile. La propaganda mussoliniana esaltava la donna come Rachele Mussolini, celebrata come modello di virtù domestica persino dalla stampa britannica, e una donna come Violet, che aveva rifiutato quel ruolo per tutta la vita, era per definizione anomala. Durante la detenzione fu sottoposta a un esame ginecologico per verificare se il suo imene fosse intatto. L’ipotesi implicita era che la follia femminile risiedesse nella biologia, nei «lombi» come si diceva allora.  
Nel giugno 1926, pochi mesi dopo l’attentato di Violet, fu rinchiusa in manicomio un’altra donna silenziata dal regime fascista, Ida Dalser, che era stata l’amante di Mussolini prima che lui salisse al potere, e sosteneva di esserne la moglie legale, avendo avuto da lui un figlio inizialmente riconosciuto. Morì internata nel 1937. Non aveva sparato a nessuno, aveva solo detto la verità su un uomo potente, in un momento in cui dirla era diventato un reato. 
Il manicomio diventa così uno strumento di controllo, non solo sanitario ma anche politico e sociale.  

Violet Gibson intenta a dare da mangiare agli uccellini al St. Andrew’s Hospital

Nel 1927 Violet viene internata nel St Andrew’s Hospital di Northampton, dove medici la visitarono e, su volontà della famiglia, firmarono la diagnosi: «Deliri espansivi, esaltazione delle proprie idee, perversione del giudizio». Il fratello Willie, a cui Violet era legatissima, si oppose strenuamente alle sue richieste di dimissione, appellandosi alle crisi depressive che la colpivano. Quegli stessi medici, in seguito, avrebbero ricondotto quelle crisi all’isolamento forzato in cui Violet era costretta. Willie non poteva più permettersi le spese dell’istituto, ma non voleva nemmeno che lei uscisse.  
Dalla sua stanza scrisse decine di lettere: ai parenti, agli amici, a Winston Churchill, all’allora principessa Elisabetta. Nessuna fu mai inviata dalla direzione dell’ospedale. Si trovano ancora nell’archivio della clinica di Northampton. Le lettere che le amiche cercavano di mandarle non le venivano consegnate. Per trent’anni, nessuno al di fuori della famiglia sapeva dove si trovasse. 
«Credevo che il gesto più coraggioso che si potesse compiere fosse permettere a sé stessi di essere considerati pazzi in un Paese straniero, e dunque mi dissi che non ci sarei mai riuscita. Ma quando sono giunta al momento della verità l’ho accettato facilmente e con gioia, per la semplice ragione che non ho mai pensato a me stessa». 
Così scrisse a un’amica nel settembre 1926. La strategia di fingersi folle per evitare il processo si era trasformata in una prigione senza uscita. «Dire o non dire la verità non è importante», annotava. «Quel che conta è non dire quel che non si può dire».  

Lapide di Violet Gibson

Morì il 2 maggio 1956, nel totale anonimato. La stampa non riportò la notizia, nessun membro della famiglia presenziò ai funerali. Fu sepolta sotto una lapide con il solo nome e le date di nascita e morte, ignorando anche la sua volontà di essere tumulata in un cimitero cattolico. 
Resta, ancora oggi, una figura difficile da definire. La sua vita è segnata da instabilità, da ricoveri, da gesti estremi; ma la stessa domanda sulla “follia” potrebbe essere posta a molti protagonisti e protagoniste della violenza politica del Novecento. Ciò che cambia, nel suo caso, è lo sguardo con cui quel gesto viene interpretato: per gli uomini è politica, per le donne diventa patologia. La differenza, più che nell’atto, risiede nel genere di chi lo compie. Reperire informazioni su di lei rimane difficile ancora oggi. I documentari sono pochi e quasi impossibili da trovare sulle piattaforme streaming. Esistono solo due libri: il principale, La donna che sparò a Mussolini di Frances Stonor Saunders, pubblicato nel 2010, è la fonte da cui proviene la maggior parte di ciò che sappiamo. Il secondo, che raccoglie le sue lettere dal manicomio, è arduo da consultare.  
Stonor Saunders, nel suo libro, ricorda come Giolitti avesse definito i fascisti «nevrastenici». Mettendo a confronto le fotografie di Mussolini con quelle di Augustine, la paziente fotografata dal neurologo Jean-Martin Charcot come esempio di isteria, le somiglianze nello sguardo sono sorprendenti. Una donna con quello stesso sguardo sarebbe stata internata, lui no. 
Se Violet Gibson fosse stata un uomo, probabilmente avrebbe una statua. Lo ha detto esplicitamente il regista del documentario che le è stato dedicato. È una frase semplice, quasi banale, ma contiene tutto. Se fosse stata un uomo, probabilmente Violet Gibson sarebbe ricordata come un attentatore politico, forse come un martire dell’antifascismo. Invece è stata trasformata in un caso clinico, privata della propria voce e infine rimossa dalla storia. Eppure, al di là di ogni giudizio sulla sua lucidità, resta il fatto che tentò di fermare Mussolini quando molti lo sostenevano o lo tolleravano. 

Restituirle un nome e una storia non significa celebrarne il gesto, ma riconoscere la complessità di una figura che il suo tempo non ha voluto — o saputo — comprendere. 

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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