Simone Weil. Tra comunismo, anarchia e misticismo

«Non potrei desiderare di essere nata in un’epoca migliore di questa, in cui si è perduto tutto…».
È stata una specie di folgorazione per me l’incontro con Simone Weil, specie per la sua poetica dell’attenzione che lei impone a sé stessa e che suggerisce a chi legge. Volle sempre essere presente in prima persona, in carne e ossa, con il suo corpo sofferente e il suo cuore pensante nei luoghi della massima contraddizione del suo tempo. Tutto per lei, infatti, deriva dall’attenzione: l’amore, il desiderio, l’intelligenza, la coscienza, l’arte, la relazione, la politica e molto altro. Bisogna «esserci» nel processo creativo, patirlo fino in fondo perché la verità va guadagnata passo dopo passo.

Simone Weil a 12 anni

La vita di Simone Weil è avvolta da un alone di leggenda, di eccezionalità. Nacque a Parigi il 3 febbraio del 1909 da genitori ebrei, entrambi agnostici, al punto che lei lo scoprì solo a 9 anni. Il padre era medico, la madre di origini russe e il fratello, André, di qualche anno maggiore di lei, divenne poi un grande matematico. Ricevette un’istruzione laica, raffinata e dal respiro internazionale, ma severa. Era spesso malata e a nove anni, quando venne premiata come migliore della classe, non poté partecipare alla cerimonia perché a letto con la pertosse. A dieci anni rimase impressionata da come il trattato di Versailles avesse umiliato il nemico sconfitto, tanto da sviluppare, sin da bambina, una vena critica verso il patriottismo e un’istintiva indignazione verso ogni forma di costrizione.
Fin dall’adolescenza si dimostrò una ribelle: assunse un aspetto trasandato e mascolino, decisamente contrario alle convenzioni borghesi. Durante gli anni del liceo venne introdotta da Alain (professore di filosofia, pseudonimo di Émile-Auguste Chartier) ad amare Platone e Kantai quali rimarrà sempre legata. Ammessa all’Ecole normale supérieure nel 1928, nel ’31 ottenne la docenza nella scuola media superiore e insegnò dal ’31 al ’38 nei licei femminili in città di provincia.

Simone Weil Al liceo di Roanne, a.s. 1933/34

Di un’allieva che prese scrupolosi appunti rimane testimonianza delle sue lezioni raccolte nel testo Lezioni di filosofia, suddiviso in tre ampie sezioni, che disegnano un originale percorso teoretico, ricco di osservazioni critiche e di riflessioni metodologiche. Era molto amata da tutte le sue allieve perché la sua dedizione nei loro riguardi era non comune; si occupava anche dei loro bisogni materiali, oltre che offrire ore di lezione supplementari gratuite. Aveva studiato Marx, lo amavo molto, si riteneva comunista, ma lo si considerava sempre di meno essendo delusa dalle scelte del partito; riteneva che Stalin avesse abbandonato il punto di vista di Marx per farsi sedurre dal capitalismo; era interessata solo al sindacato. Univa il lavoro di insegnante a quello politico di militante comunista radicale, in difesa di chi non aveva lavoro. Grande fu il suo impegno per i disoccupati di Le Puy che ottennero il lavoro sperato. Desiderando mettere in pratica ciò di cui parlava Marx sul tema del lavoro, in lei si faceva sempre più chiara la volontà di andare a lavorare in fabbrica, per verificare di persona ciò che aveva solo studiato. In quegli anni era vicina ad ambienti sindacali e politici trotskisti e anarchici così che, nel dicembre del 1934, venne assunta come manovale nelle fabbriche metallurgiche di Parigi, tra cui la Renault, dove patì un’estrema fatica fisica a cui non era abituata, oltre che l’indifferenza dei colleghi e il licenziamento.
Fu un’esperienza durissima poiché temeva di venir messa a lavorare su macchine pericolose e soffriva di tremende emicranie. Di quel periodo tenne un diario dove annotava ciò che faceva quotidianamente e, a parte, i suoi pensieri; dalla grande fabbrica elettromeccanica, dove il taylorismo con la catena di montaggio aveva trasformato il lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici, tornava alla sera distrutta, a fatica era capace solo di riprendere le forze per il lavoro del giorno seguente.

Su questi temi rimane il suo testo Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, del 1934, dove tratta della lotta di classe, dell’operaismo, del pacifismo, della cultura proletaria, dell’anti-intellettualismo, sempre in un’ottica antiautoritaria. Critica i mutamenti profondi che hanno condotto la classe operaia a passare a una collettività che la rende servile, negando il valore del lavoro artigianale e contadino, ancora ricco di sapienza. Dell’antico lavoro dell’artigianato non restava più nulla, il suo sapere era stato distrutto e umiliato con la parcellizzazione delle fasi lavorative della catena di montaggio. Con il cottimo vi era un ulteriore sfruttamento intensivo del lavoro e, con suo rammarico, aveva verificato che in «fabbrica non si può pensare». Il pensiero era completamente sottratto dalla fatica, non vi era gioia, né creatività, né, come dirà in seguito, «neppure Dio era presente».
Veniva derisa dai compagni per la sua poca destrezza, che le aveva causato diversi infortuni; molto dolorosa fu anche l’umiliazione dei licenziamenti. Trovava degradante la divisione del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale. Constatò che mentre in campagna tra contadini e proprietari di terre c’era ancora condivisione e ammirazione reciproca, nelle grandi fabbriche tra i padroni e gli operai non c’era collaborazione, ma solo duro antagonismo. Il lavoro manuale destava sempre in lei un grande interesse, lo considera un valore supremo perché lo collegava a quello culturale. «Non c’è né arte, né sport che diano ciò che ci dà il lavoro manuale, in esso c’è la gioia della vita vera». Partecipò all’occupazione della fabbrica per giorni e giorni nel ’36 a fianco del Front Populaire; fu una grande lotta che portò al governo la coalizione di sinistra.

Nel giugno del 1936 scrive Lettera aperta a un operaio iscritto al sindacato, dove esprime la sofferenza delle operaie e degli operai umiliati che, iscritti al sindacato, si sentono più forti e finalmente non più soli. All’inizio della guerra civile in Spagna partì, nell’ agosto 1936, come giornalista inviata, poi si unì alla colonna anarchica, ma un incidente la costrinse a rientrare a Parigi nel settembre, sentendosi in colpa per i compagni uccisi nella missione a cui, a causa di quell’incidente, non aveva potuto partecipare. Era andata in Spagna perché voleva essere presente al pericolo, pur provando ripugnanza per il fucile; voleva stare, come sempre, dalla parte delle vittime.

Simone Weil alla guerra di Spagna, 1936

Weil insegna non solo con le sue tesi rigorose, ma anche con la passione della testimonianza, in lei vi è la necessità di unire lucidità e sentimento. Riteneva che soltanto se le forze in campo sono di segno opposto, allora entrano in una tensione dialettica che non giunge a una sintesi, ma apre ad altre possibilità, quali giustizia, amore, grazia.
Le sue continue e gravi emicranie la indussero a lasciare per sempre l’insegnamento e a effettuare dei viaggi. Nel 1937 trascorse ad Assisi due splendide giornate e per la prima volta sentì il desiderio di inginocchiarsi e pregare; questo segnò una svolta nella sua vita, dando inizio al suo cammino spirituale cristiano, senza mai voler ricevere il battesimo, desiderando rimanere «sulla soglia». Continuò incessantemente il suo scrivere, ma i suoi libri verranno pubblicati tutti postumi, a eccezione dell’Iliade, o il poema della forza, che scrisse nel 1939, dove esalta le modalità del mondo greco.

Con l’inizio della seconda guerra mondiale crebbe il suo pessimismo e si trovò costretta a lasciare Parigi per problemi razziali. Trascorse il 1941 nei pressi di Marsiglia dove, oltre a scrivere i suoi famosi Quaderni, lavorò nelle vigne di Gustav Thibon, scrittore contadino, col quale ebbi scambi filosofici. «Io scrivo e faccio: scrivo i miei pensieri, ma voglio anche fare. Il mondo ha bisogno di aiuto immediato, non può più aspettare… o forse sono io che non posso più aspettare. È la passione che mi spinge a condividere la vita con i poveri e gli sfruttati. Continuo a scrivere sui miei quaderni, seguendo un ordine mio, interno, di natura ascetica, che prescinde dalla sequenzialità temporale e dall’ordine argomentativo».
Nel 1942 consegnò i suoi testi a Thibon e portò in salvo i genitori in America dove già era riparato il fratello. A New York si occupò della comunità nera di Harlem e imparò la lingua sanscrita, avvicinandosi ai testi vedici e riscontrando l’universalità della spiritualità.
Desiderando fortemente fare qualcosa per la liberazione della Francia, si unì alla Resistenza francese, raggiungendo Londra nella primavera del ’43, dove c’era il governo della Francia libera guidato da De Gaulle. Lì stese un programma politico per il dopoguerra. Non ottenne il permesso di effettuare il suo progetto, un’operazione rischiosa sulle coste della Normandia e, malata di tubercolosi, si lasciò morire a 34 anni in un sanatorio ad Ashford; era il 24 agosto 1943. Sarà lo scrittore Albert Camus a raccogliere l’immensa mole di scritti e a farli pubblicare.

Laboratorio: discutere delle tematiche sociali e spirituali, sviluppate da Simone Weil.

Teatro filosofico. Una scena alla Renault. https://youtu.be/Pr1Sog8usdo?si=sdX71z2f1pNVoPIL

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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