Nel corso dei secoli il concetto di povertà è andato cambiando, diventando un indice rivelatore dei valori più profondi che stanno alla base dell’atteggiamento mentale dei popoli nei confronti di chi, per incapacità o cattiva volontà, non può provvedere al proprio mantenimento. Fin da quando la ricchezza ha dato origine alle differenziazioni sociali, l’atteggiamento verso la povertà è andato oscillando fra la concezione che sia strumento di elevazione spirituale e il timore dei poveri come minaccia potenziale all’ordine pubblico ma anche al cosiddetto “ordine costituito”.
A ciò si deve aggiungere che le grandi ideologie prevalenti in Europa (quella cristiana, quella liberale e infine quella socialista), differivano profondamente nella valutazione della povertà e delle azioni conseguenti. Secondo il pensiero cristiano, la carità dello Stato deve essere soltanto complementare rispetto alla beneficenza che vive e si alimenta della religiosità propria del cristianesimo e ciò vale per cattolici e protestanti. La concezione liberale vede invece la beneficenza come attività assolutamente privata, affidata alla coscienza individuale, in cui lo stato non può e non deve ingerirsi. Per il pensiero socialista, infine, la beneficenza è una funzione prettamente borghese e capitalistica, il cui esercizio ha come unico scopo quello di prevenire i pericoli anti-capitalistici e anti-borghesi ed è destinata a sparire quando la società sarà organizzata in maniera più giusta ed equa.
Si aggiunga che nei secoli le motivazioni che stavano alla base della beneficenza si modificarono moltissimo. Nell’Umanesimo e nel Rinascimento, ad esempio, la ricerca di prestigio dei ceti mercantili fece fiorire pittura e architettura, mentre gli investimenti in edilizia ospedaliera o ecclesiastica erano il frutto dell’espiazione dei peccati dei grandi mercanti, della restituzione a Dio, attraverso i poveri o la Chiesa, degli illeciti guadagni ottenuti con l’usura, il commercio e la banca. Ovviamente, c’era anche chi riconosceva la necessità di ridurre le diseguaglianze e di sostenere cause sociali. Qui vengono presentati esempi eclatanti di generosità, ma non vanno dimenticati quanti e quante hanno effettuato beneficenza in modo più riservato, generando comunque una catena virtuosa di solidarietà.
Si comprende quindi perché la storia delle istituzioni assistenziali nel mondo abbia conosciuto molteplici evoluzioni, dalle forme caritative religiose del Medioevo all’attuale sistema pubblico strutturato. Nel Medioevo infatti le istituzioni caritative erano prevalentemente legate a opere pie di matrice religiosa e sono andate laicizzandosi solo nel corso dei secoli.
L’assistenza era gestita principalmente da enti religiosi, congregazioni e ospedali, nati per accogliere poveri, infermi e pellegrini, oltre alle ragazze “a rischio di virtù”.
Con l’Illuminismo e poi durante l’epoca napoleonica, l’assistenza divenne un dovere statale. Ad esempio in Italia fu con la legge Crispi del 1890 che lo Stato italiano fondò le Ipab (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza), riducendo progressivamente l’autonomia della Chiesa Cattolica in favore del controllo statale, poiché non va dimenticato che l’assistenza, fin dal Medioevo, è stata anche una forma di controllo sociale di coloro che, considerati “diversi” o “diverse”, potevano costituire un problema per l’ordine pubblico.
Fu solo nella seconda metà dell’Ottocento, con le Charity Organization Society inglesi, che l’assistenza si organizzò scientificamente. In Italia, le prime scuole per assistenti sociali sorsero appunto nei primi decenni del Novecento.
Durante il regime fascista, in Italia tutta l’assistenza fu accentrata negli Eca (Enti comunali di assistenza) e nell’Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia).
Dagli anni Settanta, in Italia, si assisté infine a un’evoluzione verso la deistituzionalizzazione, con il passaggio a un sistema universalistico di tutela socio-sanitaria che garantisce a tutti il diritto alla salute e all’assistenza. Se questo è l’impianto giuridico e legislativo, non si può ignorare che centinaia e centinaia di persone, sia a titolo personale sia come membri di organizzazioni caritative, hanno continuato a occuparsi di beneficenza, nella consapevolezza che anche il miglior sistema assistenziale non riesce a rispondere a tutti i bisogni, che aumentano e variano col mutare delle condizioni sociali ed economiche del nostro mondo. E queste persone sono in prevalenza donne.
Nel Dizionario biografico delle donne modenesi, pubblicato nel 2019, le benefattrici a vario titolo sono il 10% delle biografie e, cosa ancora più significativa, esse rappresentano tutte le classi sociali, anche le più povere, come dimostra Matilde Rizzati Cavicchioli che nel 1927 «lasciò le sue modeste sostanze ai poveri e alle chiese di Villafranca di Medolla, lasciando tracce indelebili di bene», come scrisse il suo parroco.

Un’altra caratteristica degna di nota è che le oltre 200 benefattrici ricordate nel suddetto Dizionario possono essere suddivise in quattro gruppi diversi: chi si è occupata di chiese, luoghi di culto, istituzioni religiose, chi di scuole, asili e istituzioni educative, chi di assistenza, chi di salute pubblica, chi ha collaborato con altri nella costruzione di istituti di accoglienza e formazione per ragazzi, come l’ex orfanatrofio S. Filippo Neri, che oggi gestisce e coordina servizi educativi residenziali e semi-residenziali per minori e per minori stranieri non accompagnati o il Patronato pei Figli del Popolo, di cui parleremo più avanti, o ancora il Ricreatorio “La Città dei Ragazzi”, tutte realtà ancor oggi funzionanti a Modena.
Per rendersi conto dell’entità del fenomeno del “volontariato benefico” a Modena, si ricorda che nel 1978 da un’indagine del Comune emerse che le Opere Pie in provincia erano complessivamente 103, di cui 78 concentrate nel capoluogo. Forse non è un caso che Modena sia stata dichiarata “capitale italiana del volontariato” per il 2026.

La più antica benefattrice che Modena ricordi è la Bonissima. Nel 1261 Modena conobbe una terribile carestia. Narra la leggenda che una ricchissima dama di nome Bona prestasse denaro o ne regalasse a chi ne aveva più bisogno, perché potesse acquistare frumento. Il 30 aprile 1268 una statuetta posta su una lastra di marmo retta da quattro colonne fece la sua comparsa in Piazza Grande, davanti all’ufficio delle bollette. Nel 1462, la statua, nel frattempo soprannominata “Bona” o “Bonissima” e raffigurante una donna in atto di porre la mano a una borsetta che tiene alla cintura, o di tenere in mano una bilancia, venne posta sull’angolo del Palazzo Comunale, all’imbocco di via Castellaro, dove tuttora si trova. Alcuni documenti antichi testimoniano che una certa Bonixima donò nel 1042 molti poderi al monastero di S. Pietro di Modena: potrebbe essere nata da qui la leggenda della buona dama a cui fu dedicata la statua. Altri propendono per un omaggio a Gundeberga, spectabilis foemina, morta nel 570 d.C., che è ricordata, senza che se ne conosca il motivo, in una lapide posta nel Duomo di Modena. Altri ancora ritengono che raffiguri Matilde di Canossa con in mano un melograno (frutto spesso usato per rappresentarla) o che semplicemente richiami la “bona estima”, cioè la correttezza del commercio, da cui in dialetto “bonastéma” e infine “bonissima”. Sta di fatto che una raffigurazione della Bonissima è ancora oggi il dono che il sindaco di Modena offre agli/alle ospiti illustri della città.


Continuando in tema di assistenza, una menzione merita sicuramente Luisa Cattania vedova Ognibene che, insieme ad altre/i benefattori, contribuì nel 1874 alla fondazione del “Patronato pei Figli del Popolo” di Modena, istituzione laica che aveva fra i propri scopi l’istruzione e l’emancipazione dei più deboli. A questa nuova istituzione potevano essere affidati dalle famiglie più povere i figli maschi fra i 6 e i 14 anni. Il Patronato curava che frequentassero le scuole, facendosi carico dei libri e degli altri “oggetti indispensabili agli studi” e successivamente li collocava presso le officine e i negozi di Modena per imparare un mestiere. Dopo i 14 anni l’associazione procurava loro una sistemazione lavorativa. Il Patronato, nato sotto la protezione della Società operaia di mutuo soccorso, fu inaugurato domenica 6 giugno 1875 ed eretto in Ente Morale con Regio Decreto del 1° aprile 1886; è ancora funzionante, con le stesse finalità, come Asp (Agenzia di servizi alla persona).
Nonostante avesse contribuito generosamente con risorse proprie alla fondazione dell’Ente, Luisa Cattania Ognibene non fu però nominata nel Comitato di Gestione, dove peraltro non era presente nessuna donna. In Italia, infatti, soltanto a partire dal 1890 le donne furono ammesse nei consigli di amministrazione degli istituti caritativi, ma solo se presentavano l’autorizzazione maritale (!).

Virginia Mazzoni Marchi (1848-1927), carpigiana, si trovò invece in tutt’altra situazione. Rimasta vedova di Antonio Marchi, e non avendo avuto figli, quando ricevette dal cognato Luigi Marchi una cospicua eredità, la cedette integralmente alla Congregazione di Carità di Carpi «in adempienza di un antico voto di famiglia», affinché venisse costruito un Ricovero di Mendicità per i vecchi poveri e inabili al lavoro, che avrebbe dovuto intitolarsi “Tenente Luigi Marchi”.
In quegli anni a Carpi non esisteva infatti un ospizio per anziane/anziani, che venivano quindi ricoverati a Modena, lontani dalle famiglie e spesso in condizioni penose. La donazione venne firmata l’8 gennaio 1917, giorno di nascita di Luigi Marchi, e conteneva alcune clausole vincolanti, pena la decadenza del lascito. Virginia Mazzoni Marchi si riservò infatti di concordare con la Congregazione «norme, modalità e condizioni di costituzione, di funzionamento e di gestione», imponendo che il Ricovero entrasse in funzione nel 1925, decimo anniversario della morte del Tenente Marchi. La Congregazione di Carità, depositaria del lascito, destinò al Ricovero di Mendicità altri fondi provenienti da diversi legati, consentendo così l’assistenza a 115 ricoverati, 45 dei quali a carico del Comune di Carpi. La sede dell’istituzione fu stabilita nel vecchio fabbricato dell’Ospedale Infermi, lasciato libero nel 1922 in occasione dell’apertura a Carpi del nuovo edificio dell’ospedale “Ramazzini”. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, la vecchia sede fu abbandonata per l’apertura di un padiglione appositamente costruito vicino all’ospedale “Ramazzini”. La “Tenente Marchi” funziona ancora oggi a Carpi come Casa Residenza per anziani.

Anche Teresa Ricci Muller (1750-1835) godette di ampie libertà nell’amministrazione del proprio patrimonio, ereditato dal marito. Nel 1831 dotò l’Orfanatrofio di S. Bernardino in Modena (che fu poi unificato con la Congregazione di S. Filippo Neri, attivo ancor oggi nella sua sede originaria di via S. Orsola) della rendita necessaria al mantenimento di 14 ragazzi poveri ospitati nella struttura.
Durante il periodo napoleonico, il marito di Teresa Ricci, Jean-George Muller, acquistò all’asta la Palazzina della Casiglia a Sassuolo (residenza estiva e casino di caccia degli Estensi) che alla sua morte passò in eredità alla vedova, la quale la donò al Pio Istituto Figlie di Gesù di Modena (Istituto per l’educazione delle bambine sordomute), che ne fece il proprio collegio estivo.
Per tutta la vita Teresa Ricci Muller elargì sovvenzioni ai poveri della città di Modena, oltre ad aiutare le chiese modenesi. Mantenne alcune ragazze presso il Regio Educandato di S. Paolo, a Modena, e almeno dal 1821 e poi per tutta la vita tenne al suo servizio una ragazza sordomuta, Maria Zimondi di Reggio Emilia, a cui lasciò una cospicua eredità. Con testamento redatto dal notaio Giuseppe Cavani il 15 dicembre 1834, dispose che alla sua morte 20.000 lire fossero utilizzate per restauri a una chiesa parrocchiale; destinò poi una somma ragguardevole per il mantenimento di dodici fanciulle sordomute. Con la restante ricca eredità ordinò la costituzione di un’Opera Pia, denominata “Opera Pia Muller” (tuttora funzionante), con presidente il vescovo di Modena, che avrebbe dovuto utilizzare metà della rendita per una Casa di ricovero fuori città e l’altra metà per aiutare i poveri. Scrisse: «che debbano primieramente soccorrersi que’ teneri giovanetti esposti dall’età e dal sesso a rimanere sedotti e lasciare la via dell’innocenza, li quali dovranno togliersi dal pericolo per collocarli in qualche luogo sicuro ove possano essere educati ed istruiti nelle cose segnatamente necessarie alla salute eterna». Nelle integrazioni al suo testamento, stilate il 27 agosto 1835, assegnò un vitalizio mensile a don Severino Fabriani, fondatore del Pio Istituto delle Sordomute di Modena.
Morì a Modena, nel suo palazzo in Corso Canalchiaro. In riconoscimento della sua generosità, il Duca decretò per lei funerali solenni, ai quali parteciparono i ragazzi dell’Orfanatrofio di S. Bernardino e le ragazze sordomute dell’Istituto Figlie di Gesù. Il Duca inoltre, in deroga alla legge, ne stabilì la tumulazione a spese della comunità nella chiesa del SS. Salvatore, in Piazzetta Servi a Modena, oggi scomparsa a seguito del bombardamento alleato del 13 maggio 1944. La lapide sepolcrale posta vicino sulla sua tomba la definiva “nutrice perpetua degli indigenti”. Un suo ritratto è conservato presso la sede della Fondazione S. Filippo Neri di Modena.

Come ultima figura di donna dedita all’assistenza, presenteremo ora una persona di cui crediamo difficilmente esista un altro esempio. Marianna Saltini (1889-1957), carpigiana, a 21 anni sposò il sarto Arturo Testi, ma rimase vedova a 39 anni con 6 figli. Nonostante la risoluta opposizione della sua famiglia, decise di affidare alcuni dei figli a parenti e di mandare i più grandi in collegio, per potersi dedicare ad allevare le figlie dei poveri. Da quel momento fu per tutti “Mamma Nina”, da qualcuno definita anche “la matta che aveva abbandonato i suoi figli per quelli degli altri”. Nel marzo del 1936 il vescovo approvò provvisoriamente la sua opera e il Comune di Carpi le concesse in uso il vecchio Palazzo Benassi. Nel 1938 l’istituto e il nuovo ordine religioso delle “Figlie di S. Francesco” vennero definitivamente costituiti con l’approvazione dello Statuto. Già all’apertura le bambine assistite da Mamma Nina erano una cinquantina, ma diventarono ben presto un centinaio e Mamma Nina disse: «Gesù mi ha detto che metterà sempre a tavola le mie bambine». Durante l’occupazione nazifascista, su richiesta di Odoardo Focherini (che pagò con la vita l’aiuto agli ebrei), Mamma Nina ospitò nella sua Casa alcune ragazze ebree. Sorella di don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, Mamma Nina allevò migliaia di bambine povere, insegnando loro un mestiere e togliendole dalla miseria e dai rischi della strada. Nata a Carpi, ma con sedi anche a Modena e Serramazzoni, oggi l’istituzione fondata da Mamma Nina è ancora attiva col nome originario di “Casa della Divina Provvidenza”.
Nel 1985 fu aperto il processo di beatificazione di Marianna Saltini, che nel 1988 è stata dichiarata “serva di Dio”. Le è stata dedicata una scuola a Carpi e i Comuni di Carpi e di Modena le hanno intitolato una strada.

Come detto, nella storia modenese non mancano persone che si occuparono di costruire o ristrutturare edifici religiosi. Poco nota a Modena, avendo vissuto molto tempo lontano, Teresa Rangoni Naldi, contessa del ramo Rangoni di Castelvetro, visse a lungo a Faenza, dove aveva sposato il conte Girolamo Naldi. Quando rimase vedova tornò a Modena e si dedicò ad opere di beneficenza. Nel 1716 fece iniziare i lavori di restauro del Santuario della Beata Vergine della Salute a Puianello (in comune di Castelvetro), dotandolo anche di ricchi arredi e apparati liturgici. Al termine del restauro, nel 1721, il Santuario fu inaugurato e gli furono assegnate in dote 1.000 biolche di terreno.
Alla sua morte nel 1739, la contessa Rangoni lasciò i suoi beni in eredità all’Ospizio dei Poveri di Modena, con la clausola dell’obbligo di mantenimento perpetuo dell’Oratorio di Puianello. A garanzia del rispetto dell’impegno da parte dell’Ospizio, nominò fiduciario l’Abate conte Ottavio Rangoni, che fra l’altro doveva verificare che a Puianello fossero celebrate annualmente 250 messe per la salvezza della benefattrice. Lasciò anche disposizioni per la costruzione dell’altare della cappella di S. Pio V nella chiesa di S. Domenico di Modena, che complessivamente costò 1.000 zecchini. Nel museo annesso alla chiesa di Puianello è conservato un suo ritratto.
Anni dopo, fu un’altra donna, Giustina Tagliazucchi Vandelli, che nel 1911 acquistò il Santuario di Puianello, che stava di nuovo andando in rovina, e lo donò alla parrocchia di Levizzano di Castelvetro, permettendone così la sopravvivenza.

Margherita Montagnani non costruì direttamente una chiesa, ma fu grazie al suo intervento che il comune di Serramazzoni poté dotarsi di una chiesa parrocchiale. Appartenente a una facoltosa famiglia di Ligorzano di Serramazzoni, agli inizi del Novecento si spostò a vivere nei vasti terreni che possedeva attorno a Serramazzoni. Donna energica, esuberante e piena di iniziative, negli anni Trenta era responsabile della ragioneria del Comune e segretaria del Fascio femminile locale. In questa veste organizzò nei locali del dopolavoro corsi per le donne del paese, per l’apprendimento di nozioni scolastiche e di lavoro domestico. Condusse i suoi terreni agricoli con spirito imprenditoriale: negli anni 1939-40 fece ampliare la vecchia stalla, dotandola di tutte le attrezzature e creando un allevamento di tori che per la loro bellezza furono premiati a livello provinciale sino agli anni Cinquanta. Insieme alla sorella Severina fu generosa benefattrice: nel 1943, come detto, donò la terra per la costruzione della chiesa parrocchiale di Serramazzoni. Nei primi anni Sessanta predispose una lottizzazione di parte delle sue terre (detta “lotto degli impiegati”) per consentire anche a categorie meno abbienti di costruirsi l’abitazione. Nel 1968 donò la vecchia casa dei suoi contadini alla “Casa della Divina Provvidenza” di Mamma Nina, perché ne facesse una residenza estiva. Nel 1965 le fu conferita l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica perché, come recita la motivazione, «si è resa cittadina benemerita del paese per il contributo diretto e indiretto dato allo sviluppo turistico del paese». Il Comune di Serramazzoni ha chiamato in suo onore “Viale Margherita” la strada che congiunge la zona di Serra Alta alla via Giardini.

Come Margherita Montagnani, anche Clara Obici donò nel 1957 il terreno per la costruzione di una chiesa parrocchiale, quella di Pozza di Maranello, dove già nel 1947 aveva aperto un asilo infantile dedicato alla memoria del figlio Duccio, scomparso giovanissimo.

Chiudiamo questa rassegna di benefattrici con due donne che si occuparono, in modo diverso e per diverso ruolo, di costruire scuole.
Mariannina Salvioli (1887-1973) era una maestra e per tutta la vita si preoccupò di risparmiare per realizzare il suo obiettivo: la fondazione di una scuola materna a S. Caterina di Concordia (frazione in cui insegnò per oltre trent’anni), per offrire un aiuto concreto alle tante mamme lavoratrici. In collaborazione con la collega e amica Rosa Mantovani, diede mandato al parroco di S. Caterina di procedere alla costruzione della scuola, che fu intitolata al Sacro Cuore ed entrò in funzione nel gennaio 1957, affidata alle suore Orsoline. Si preoccupò sempre che alla scuola fossero forniti attrezzature e strumenti moderni ed efficienti. Di salute molto cagionevole, negli ultimi anni della sua vita non lasciò mai la sua camera e da qui seguiva le suore e i bambini e le bambine quando erano nel cortile della scuola, che si ergeva proprio di fronte alla sua casa. Alla sua morte, lasciò in eredità la sua abitazione alla parrocchia di S. Caterina. La scuola materna “Sacro Cuore” è rimasta in funzione fino al 1993.

Madre Imelde Ranucci (1904-1980) a nove anni, come tante ragazze del primo Novecento, per poter studiare entrò nel convento delle suore Francescane dell’Immacolata di Palagano, diplomandosi maestra a 18 anni. Per alcuni anni insegnò come maestra a Campogalliano, poi ottenne la cattedra nella scuola elementare di Palagano, dove prestò servizio per moltissimi anni. Nel 1928 entrò come novizia nel convento delle suore Francescane dell’Immacolata e nel 1932 pronunciò i voti perpetui; nel 1949 venne eletta Superiora Generale dell’ordine. Donna forte, intelligente e dinamica, fu sempre al fianco della comunità palaganese, come dimostrano anche i passi del suo diario (Lacrime e sangue) scritto durante il periodo dell’occupazione nazifascista.
Il 16 settembre 1943 suor Imelde diede ospitalità a una dottoressa polacca, che aveva bisogno di un rifugio per sfuggire alla persecuzione nazista contro gli ebrei. La dottoressa Federica (Frida) Hubschman aveva 37 anni; restò nascosta nel convento di Palagano dal 16 settembre 1943 al 28 maggio 1945. Pare che, insieme a Madre Imelde, abbia assistito partigiani e militari feriti e sarebbe anche stata utilizzata come interprete dai tedeschi, che non sospettarono mai che fosse ebrea. Quando finalmente l’occupazione tedesca e la guerra finirono, Madre Imelde riprese la sua attività di suora, di insegnante, di superiora del convento, raggiungendo in tutte queste attività insperati successi.
Nel 1950 ottenne l’apertura in paese della scuola media, che evitò ai ragazzi e alle ragazze di Palagano di doversi spostare per disagevoli strade di montagna fino a Montefiorino, e negli stessi anni portò a compimento la costruzione del nuovo grande convento a fianco del vecchio edificio.
Nel 1959 fondò a Palagano l’Istituto magistrale, tuttora esistente come Liceo delle scienze umane e Liceo linguistico, l’unica scuola superiore funzionante ora come allora nella valle del Dragone e recentemente statizzata. Aprì poi a Modena una scuola dell’infanzia tuttora funzionante, che negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso funzionò anche come Collegio universitario. Una seconda scuola dell’infanzia fondata da Madre Imelde e gestita dalle suore Francescane di Palagano è ancor oggi attiva nel quartiere “Madonnina” di Modena. È del 1970 l’apertura da lei fortemente voluta della missione delle suore Francescane di Palagano in Madagascar.
L’8 dicembre 1979, pochi mesi prima della sua scomparsa, il Consiglio Comunale di Palagano la decorò con la Medaglia d’oro per «l’altissimo determinante contributo recato allo sviluppo della comunità palaganese con una vita interamente spesa al consolidamento dei valori morali, sociali e religiosi fra la nostra gente».
Oltre alla piazza principale del paese, sono intitolati a Madre Imelde Ranucci la scuola elementare e il Cinema-Teatro di Palagano.
Ora dobbiamo fermarci qui: spiace non poterle citare tutte, le tantissime donne che si sono dedicate al prossimo, che ci ricordano che il non ti scordar di me non è solo un fiore.
In copertina: Casa della madre e del Bambino a Modena.
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Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
