Sul significato dei termini “etica” e “morale”, e sulla loro differenza, si scrive e si specula da molti secoli, dunque, non è il caso di approfondirlo qui. L’etica, a farla breve, è la «riflessione speculativa intorno al comportamento pratico» delle persone per capire quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali (ossia l’atteggiamento interiore) verso sé stessi e verso gli altri, e quali «i criteri per giudicare sulla moralità delle azioni umane» (più o meno tratto dal vocabolario Treccani). Insomma etica e morale ci fanno distinguere quello che è giusto, e poi sta a noi farlo. Un esempio di etica è negli articoli della nostra Costituzione, che garantiscono (o garantirebbero se la Carta fosse applicata) la parità e la pace. Ma la lingua — qualunque lingua — è piena di trappole, e di questi tempi è facile sentir spacciare per etico ciò che non lo è. Per l’etica romana preparare la guerra era il modo migliore per preservare la pace; un paio di millenni più tardi sarebbe stato sperabile che ossimori del genere fossero smascherati ed evitati. Non è così.
Da qualche mese circola in rete l’appello per una raccolta di firme, promossa dal Partito radicale, per abrogare una legge, emanata nel 2005 dal terzo governo Berlusconi e in vigore dal 1° gennaio 2006, che impone una sovrattassa per chiunque si occupi di «produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico e di incitamento alla violenza». La tassa colpirebbe attività riprovevoli, benché — almeno nel caso del porno — non proibite, per cui è stata definita «etica».
L’addizionale Irpef in questione è del 25%, il che significa che due categorie di lavoratrici e lavoratori (chi produce a vario titolo «immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti» e chi incita alla violenza), a differenza di tutte le altre, pagano le tasse non in base al reddito ma alla valutazione etica (o morale, o tutt’e due) che del proprio lavoro ha dato il governo numero tre di Silvio Berlusconi (che, come ricordiamo, quanto a eticità e a moralità faceva invidia a Seneca e a Immanuel Kant).
La cosa merita qualche riflessione: innanzitutto, gli «atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti» sono assimilati all’incitamento alla violenza; poi, l’incitamento alla violenza, anziché essere condannato tout-court, sarebbe un’attività normale, forse un filino sopra le righe, ma che genera reddito tassabile (probabilmente perché l’incitatore o l’incitatrice emettono regolare fattura); infine, il lavoro, su cui — è sempre bene ricordarlo — si fonda la Repubblica italiana, non è uguale per tutti e tutte: alcuni mestieri sono meno etici di altri e chi li svolge deve pagare di più. Sembrerebbe ovvio considerare che, se la rappresentazione pornografica è fatta con atti di violenza sulle donne, come spesso è stato denunciato, allora si tratta di un “reato”, e non di un “lavoro”, che va perseguito e non tassato, ma questo riguarda qualunque attività. Quindi viene spontanea la considerazione che millenni di filosofia sono stati inutili: la verità è che la differenza fra “etico” e “non etico” è esattamente il 25% di una data cifra. Tutto qua. Chissà perché Aristotele, Arthur Schopenhauer, Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Edith Stein e un sacco di altre persone ci hanno rimuginato tanto: era così facile!
La raccolta di firme per l’abolizione della tassa “etica” non è però una notizia degna della prima pagina. Da tempo i titoli dei giornali sono pieni di quei pochi nomi, sempre gli stessi, che è diventato noiosissimo, oltre che fastidioso, ricordare, e che quindi non è opportuno citare qui. Anche perché la diffusione delle informazioni (e dunque anche delle balle) che queste persone controllano è diventata autentica strategia bellica.
La comunicazione politica che fa notizia, ovvero che risuona più rumorosamente nella grancassa mediatica, è una sfida all’etica, ma è spesso mascherata. Per fare un esempio, se il sequestro di Saif Abu Keshek e Thiago Ávila da un’imbarcazione battente bandiera italiana in acque extraterritoriali e la conseguente incarcerazione da parte di Israele ha provocato qualche protesta — proprio perché la natura di tale atto è un palese rapimento, dunque un crimine — lo stesso crimine compiuto dallo stesso Stato sessantasei anni fa — quando ancora Israele era considerato un Paese democratico — ai danni di Adolf Eichmann, rapito in un altro Paese sovrano e poi processato e impiccato, fu visto dai più come un atto di giustizia: Eichmann era davvero uno schifoso organizzatore di massacri, ma solo la critica serrata e lucidissima di Hannah Arendt contribuì a evidenziare l’immoralità di fondo di tutta la faccenda e lei, per tale onesta lucidità morale, fu anche perseguitata. Per quanto odiosa fosse la vittima, un sequestro è un sequestro e la condanna e l’uccisione del criminale nazista avvennero secondo leggi retroattive (dunque non etiche) che, quando furono compiuti i reati ascritti, neppure esistevano, anzi non esisteva nemmeno il Paese giudicante. Il mondo civile tirò un respiro di sollievo per la morte del boia, la moralità sembrava salva, ma in realtà fu un sollievo ben poco etico.
Ora lo stesso accade senza neppure la pretesa di punire l’efferatezza nazista. «In una notte cancellerò un’antica civiltà e poi al ritorno mi prenderò pure Cuba» dice quel tale. E «impiccherò qualunque terrorista, purché palestinese non ebreo», dice quell’altro.
Il problema è che è difficile accorgersi di come vanno le cose davvero. Secondo Reporters senza frontiere l’indice della libertà di stampa non è mai stato così basso, con oltre metà dei Paesi del nostro pianeta in condizioni «difficili» o «molto gravi» e l’Italia scesa in un anno dal quarantanovesimo al cinquantaseiesimo posto. Quasi la metà di tutti i Paesi della Terra (novantadue su centonovantacinque) sono coinvolti in eventi bellici e circa 122 milioni di persone hanno dovuto fuggire dalle loro case.
L’attenzione di chi legge i giornali e consulta la rete è guidata solo verso alcuni argomenti, e non altri, da una strategia poco vistosa ma potente, e chi non detiene il potere mediatico semplicemente scompare. D’altro canto, perché ci dovrebbe interessare l’«instabilità diffusa» (ovvero la gente morta ammazzata) in Mali o nel Myanmar, che, diciamolo, troveremmo con una certa fatica sulla carta geografica? Il supernarcisista dai capelli gialli ossessionato dal Nobel per la pace almeno lo sappiamo dove sta: sarà anche fuori di testa (ma presumibilmente no: è estremamente astuto, da vero dittatore di successo) però ci è familiare e ci viene servito su tutti i media ogni cinque minuti. Non dobbiamo faticare. È comodissimo. Ma è proprio per questo che bisogna occuparsi anche di altro: come i nomi delle strade, per esempio, cosa che molte voci hanno definito «benaltrismo». L’informazione che segue la “corrente principale”, maggioritaria, ci rimpinza di scemi e criminali come un tempo di comiche di Stanlio e Ollio e di gialli con Humphrey Bogart. Noi ci divertiamo molto. Certo, a essere onesti erano meglio Stanlio e Ollio e Humphrey Bogart, ma questo passa il mercato.
Però non ci dobbiamo accontentare. Dobbiamo cercare, e pensare, e discutere, e pensare ancora. E non limitarci alla corrente principale, ma esplorare anche le piegoline di casa nostra, perché non tutto è “Facciamo Ancora Grande l’America” o miserie del genere.
Qualche esempio di informazione spicciola? Lo Stato investirà 155.000 euro in statue di san Francesco per l’ottocentenario della sua morte; l’ultimo campionato mondiale della pizza, svoltosi a Parma, è stato vinto dal diciottenne egiziano Mohamed Issam Soliman; sul monte Bondone un turista, alla ricerca delle chiavi smarrite dell’auto con un metal detector, ha invece trovato un meteorite di quattro miliardi e mezzo di anni fa.
Si potrebbe andare avanti all’infinito. Bisognerebbe farlo. Per ricordarci chi siamo e dove viviamo; che la nostra realtà è più provinciale di quanto l’informazione ufficiale vuole affibbiarci, ma ugualmente interessante; che qualunque momento della vita quotidiana è un’occasione per occuparci di etica e di morale: sono qui vicino, a un metro di distanza.
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L’aprile di Toponomastica femminile, il report delle attività svolte il mese scorso dalla nostra associazione, apre la rassegna di questo nuovo numero di Vitamine vaganti. A proposito di eventi, il 17 aprile «la parola ha smesso di essere soltanto oggetto di studio per tornare a essere esperienza viva». Scrivere per ritrovarsi: l’incontro con Antonio Bortoluzzi e Gabriella De Angelis racconta il bellissimo seminario di scrittura sulla narrazione della montagna e del ruolo invisibile delle donne, che ha invitato chi lo ha frequentato a partire dal concreto nella scrittura e poi a esplorare il potere della parola, dei silenzi e delle scelte linguistiche con esercizi pratici su punteggiatura e lessico.
Uno sguardo ora all’attualità con In trappola. Il numero 3 di Limes che analizza l’impatto globale della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, con particolare attenzione ai rischi per l’Italia, fortemente dipendente dalle rotte marittime strategiche.
Il volto di Calendaria è Rachel Carson, i pettirossi e l’inquinamento: biologa marina e scrittrice statunitense considerata la madre dell’ambientalismo moderno per aver denunciato con rigore scientifico i danni causati dall’uso indiscriminato del Ddt e di altri pesticidi.
Lucy Mensing, fisica teorica. Una meteora nel firmamento di Gottinga fu tra le prime a studiare il momento angolare quantistico, ottenendo risultati fondamentali per la nuova teoria. Nonostante il talento, abbandonò presto la carriera scientifica restando per molto tempo una figura poco ricordata.
«Il panorama dell’imprenditoria femminile in Italia sta mutando» è l’incipit che apre l’intervista a Paola Sorrentino in Un progetto che nasce a casa: “Paku Ceramics”, un laboratorio artigianale che unisce creatività, tradizione pugliese e formazione.
La pedagogia dell’uguaglianza e del riscatto sociale presenta Marianna Farnararo, la quale contribuì in modo decisivo alla nascita della moderna Pompei. Con la sua attenzione a educazione, uguaglianza e riscatto sociale, aiutò soprattutto orfani e persone fragili, lasciando un’eredità fondamentale per la città.
Il tarantismo. Prospettive femminili mette in luce il contributo spesso dimenticato delle donne. Ricorda figure come Chiara Samugheo e Annabella Rossi, che hanno documentato il fenomeno dando voce diretta alle tarantate. Il tarantismo emerge così anche come esperienza raccontata, interpretata e tramandata dalle donne stesse.
Per la rubrica “Voci dai banchi” Superare il peso dei pregiudizi denuncia i preconcetti verso gli istituti professionali attraverso la storia di Anita, la cui esperienza mostra che la scuola non forma solo competenze tecniche, ma anche empatia, responsabilità e capacità di prendersi cura degli altri.
La casa che non accoglie analizza come molte scrittrici abbiano trasformato la casa in simbolo di oppressione e controllo, più che di protezione. Lo spazio domestico diventa metafora della condizione femminile e delle dinamiche patriarcali e la scrittura femminile usa così la letteratura per denunciare l’invisibilità e affermare la propria identità.
All’università di Roma Tre Lucia Tancredi ha presentato Ersilia e le altre, un romanzo che riscopre la figura di Ersilia Bronzini Majno e il suo impegno per i diritti delle donne, dell’infanzia e dell’istruzione, restituendo voce a protagoniste dimenticate della storia del femminismo italiano.
Scopriamo ora la Mauritania. Dal deserto al confine dell’oceano, descritta come una terra di deserti, oasi, antiche città e paesaggi spettacolari che arrivano fino all’oceano. Il viaggio attraversa luoghi storici e fenomeni naturali.
Ricordiamo anche uno degli anniversari di questo 2026 con Film 1976. I cinquant’anni di Taxi Driver, e sembra oggi: il testo riflette sul cinema del 1976 a partire da “Taxi Driver”, di cui si evidenzia la capacità di anticipare tensioni sociali e disagio contemporaneo. Attraverso il confronto con altri film l’autrice mostra come il cinema abbia spesso interpretato crisi politiche, sociali e culturali.
Per concludere, la ricetta della settimana presenta Sottovetro. Carciofi conservati sott’olio «per poterli gustare anche quando il prodotto fresco sarà sparito dal mercato».
Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco
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Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e qualcos’altro in una blues band.ciali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
