«Preghiamo per Gibilterra». Così inizia l’editoriale del numero di aprile 2026 di Limes, scritto da Lucio Caracciolo, e immediatamente si riflette su quanto la guerra israelo-americana contro l’Iran, che ha di fatto provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz, sia pericolosa per un Paese come l’Italia. Il Bel Paese ha un vitale bisogno della libertà di circolazione negli Stretti, sia per importare le materie prime — di cui è carente — sia per esportare i prodotti finiti, visto che è il quarto Paese esportatore al mondo. Questa guerra e le sue propaggini hanno fatto finire in trappola la Terra, ma proprio l’Italia, tra i Paesi ricchi, rischia moltissimo: Bal-al-Mandab è sotto tiro degli Huti, il Canale di Suez è condizionato dalle guerre di reazione dello Stato ebraico dopo il 7 ottobre e lo Stretto di Sicilia si trova a confrontarsi con Turchia e Russia in Libia, mentre subisce la pressione dei conflitti tra Sahel e Corno d’Africa. Aggiungo che, peraltro, la chiusura dello Stretto e il blocco navale statunitense stanno preparando una crisi alimentare dalle dimensioni inimmaginabili dei Paesi del cosiddetto Sud globale.

È ormai evidente che la guerra contro l’Iran è stata imposta da Netanyhau a Trump, anche se sulle ragioni di questa imposizione circolano varie ipotesi, la più diffusa delle quali le fa risalire agli Epstein file. Con questa scelta l’America ha perso il prestigio e la fama di superpotenza militare che aveva ottenuto vincendo, con l’aiuto di sovietici e cinesi, la Seconda guerra mondiale. (A tale proposito si legga Il gigantesco autogol dell’America, intervista a Justin Logan, direttore Studi difesa e politica estera al Cato Institute). Tutte le guerre combattute successivamente dalla potenza egemone sono state perse o “pareggiate” (per usare il gergo calcistico tanto caro agli studiosi di geopolitica più accreditati, quasi tutti uomini). Circola una battuta, impropriamente attribuita come tante altre a Mark Twain, secondo la quale ogni tanto gli americani fanno la guerra per imparare la geografia. Anche questa volta probabilmente non hanno considerato né le dimensioni dell’Iran (come ricorda Caracciolo l’antica Persia è grande come Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Benelux) né le sue caratteristiche fisiche, in uno spazio impervio che va dal Caspio al Golfo Persico, né le migliaia di anni di civiltà che l’Iran ha alle spalle e che hanno contribuito a creare un sentimento di sé molto forte tra la popolazione.

La prima parte del volume di aprile è intitolata Il fortino iraniano e raccoglie anche voci della Repubblica islamica. Eterogenesi del regime change di Nicola Pedde racconta come la guerra sia servita a decapitare la teocrazia, che peraltro da tempo non costituiva il potere più forte in Iran, e a rafforzare il gruppo militare più intransigente, quello dei pasdaran della seconda generazione politica. Dopo la barbarie degli attacchi israelo-americani, avvenuti in spregio al diritto internazionale e in modo illegittimo mentre erano in corso trattative diplomatiche, con la decimazione di leader considerati eroi della guerra contro l’Iraq, anche le persone che si opponevano al regime oggi si sono strette attorno alla loro Patria. Non riescono a comprendere come chi li esortava a ribellarsi a un potere sanguinario abbia distrutto in questi mesi infrastrutture civili come ponti, scuole, università, ospedali, colpendo bambine e bambini inermi nelle scuole, donne e civili malati/e negli ospedali. L’Iran non vuole solo sopravvivere, ma vincere — come si sostiene in un’intervista del volume — e per farlo colpisce gli Stati arabi e le basi americane ospitate, trasformandole da strumenti di protezione in bersagli. Inoltre utilizza la «difesa a mosaico», di cui si è già scritto in articoli precedenti di questa serie. I tanti saggi di questa parte presentano un Iran poco conosciuto, filoccidentale, con grandi capacità di mediazione e più laico di quanto si immagini e servono a ricordare, a chi ancora non lo sapesse, che non si tratta di un Paese arabo, ma appartenga a un’etnia indoeuropea. A tale riguardo si legga Il Grande Altro. Una storia di incomprensioni tra “Iran” e “Persia” di Marco Lauri il quale, pur sottolineando il carattere liberticida del regime, mostra come l’Occidente non ne conosca la storia, molto ben raccontata invece dall’autore anche attraverso la critica alla narrazione occidentale del “caso Soraya”.

Diversamente dal solito, le firme femminili di questo numero sono molte, due delle quali in questa prima parte: Alessia Tortolini col suo Bonyardi di Stato sulle bonyad, le fondazioni divenute uno strumento potentissimo di propaganda in Iran e Shirin Zakeri, ricercatrice attenta alle tematiche femministe, che scrive un articolo sulla diaspora iraniana.

Israele-Usa per mano nel burrone è il titolo, molto efficace, della seconda sezione, di cui si consiglia vivamente il saggio L’architetto della guerra permanente della giornalista di Haaretz Noa Limone, dedicato a Netanyahu e al suo delirio di onnipotenza che lo spinge a equipararsi addirittura a Churchill. Sulla Turchia come prossimo nemico di Israele dopo l’Iran, è illuminante il saggio di Remi Daniel La Turchia nel mirino di Israele, mentre sulla posizione della Cina nel conflitto in Medio Oriente è fondamentale l’approfondimento di Giorgio Cuscito La Cina batte gli Usa senza combattere.
La terza parte è la più ricca di contributi femminili, tutti estremamente interessanti perché illustrano scenari di cui raramente si sente parlare sui media. Si intitola La guerra allarga Caoslandia e si apre con l’articolo di Maria Giulia De Donno A secco in un mare di petrolio. Il paradosso di Hormuz, in cui si descrive l’eccesso di offerta di petrolio nel mondo che si scontra con la crisi seguita alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Scrive De Donno: «La differenza fondamentale fra oggi e gli anni Settanta è la natura della crisi. All’epoca le tensioni furono determinate principalmente da decisioni politiche dei paesi produttori che ridussero deliberatamente le esportazioni verso i paesi consumatori. Nel contesto attuale la minaccia non deriva tanto dall’embargo formale di un produttore, quanto dalla vulnerabilità fisica delle rotte energetiche. Negli anni Settanta il potere geopolitico dei produttori si esercitava soprattutto attraverso il controllo diretto dell’offerta, oggi il rischio principale riguarda la sicurezza delle infrastrutture e delle rotte di trasporto. La crisi di Hormuz sembra quindi delineare una nuova fase della geopolitica energetica: un sistema più diversificato ma più interconnesso, con nodi vulnerabili e dunque più esposto alla propagazione degli shock. Laddove gran parte dei flussi energetici viaggia via mare, pochi passaggi strategici possono assumere un’importanza decisiva per l’equilibrio dell’intero mercato. La globalizzazione dell’energia non ha eliminato la variabile geopolitica. L’ha concentrata in un numero limitato di nodi critici, dove tensioni regionali possono rapidamente assumere una dimensione mondiale».
La posizione della Russia, storica alleata dell’Iran, è ben delineata da Orietta Moscatelli, mentre Federica Luise con Il dilemma degli Huti prospetta i tre modi in cui il gruppo yemenita potrebbe schierarsi al fianco dell’Iran, di cui l’ultimo, la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab, potrebbe costituire «il punto di non ritorno della guerra». «Dalla prospettiva energetica — scrive Luise — il blocco di entrambi i choke points farebbe schizzare le quotazioni a livelli insostenibili, considerando che a marzo hanno sfiorato i 120 dollari al barile. A innescare questa spirale sarebbero sia la riduzione dell’offerta, causata dallo stop dell’export e della produzione dal Golfo, sia l’impennata dei costi di trasporto per le petroliere costrette a circumnavigare l’Africa. A questo scenario si unirebbe il collasso delle rotte del gas naturale liquefatto nel Mar Rosso, un mercato già fiaccato dal calo produttivo del Qatar in seguito agli attacchi iraniani. Non sarebbe la prima volta: dinamiche simili per il gnl si sono già viste nel 2024 proprio a causa delle operazioni degli ḥūṯī. All’Agenzia internazionale dell’energia rimarrebbe solo l’opzione di liberare le riserve strategiche, di cui una parte è peraltro già stata rilasciata in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz».
Lavinia Bertoldi firma l’articolo su Aden, cuore conteso dello Yemen, mentre Antonella Caruso, con Il triangolo di sabbia, si occupa di una zona del mondo colpevolmente dimenticata, il corridoio attraverso cui la guerra civile del Sudan si lega alle crisi della Libia, del Corno d’Africa e del Mar Rosso. Dei rapporti di Israele con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti scrive Emily Tasinato, mentre si torna a parlare di Italia in Trieste è tornata soglia strategica, per la penna di Isabella Chiara.
Bussando alla porta dell’Inferno, l’editoriale di Lucio Caracciolo, non è mai stato tanto disincantato come in questo volume, in cui prende atto del venir meno dell’ombrello americano sul nostro Paese, della debolezza della comunità internazionale e dell’inefficacia del diritto internazionale nell’attuale fase di disordine mondiale. Tuttavia un barlume di speranza per l’Italia c’è: la capacità negoziale con l’Iran. Di quella della Ue, che spesso Limes chiama Leuropa, volutamente scritta come nel film Lamerica di Gianni Amelio, in cui l’Italia sembrava l’Eden agli occhi degli Albanesi postcomunisti, non si vede traccia, purtroppo. Negoziare è diventato fondamentale anche perché la vera bomba atomica di Teheran non è quella di cui si continua a parlare nei proclami di Trump e dei suoi inesperti negoziatori ma, come ha detto recentemente Luciana Borsatti nel podcast di Internazionale del 29 aprile scorso, aver regionalizzato il conflitto. Il che permette a Teheran, da sempre molto abile nel negoziare, di trattare da una posizione di forza che prima non aveva.
In copertina: particolare della copertina di Limes di Laura Canali.
***
Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
