Non so voi, ma io dopo aver letto le parole di questa ragazzina di una quarta professionale, indirizzo sociosanitario, mi sono sentita felice. E in buone mani per il mio futuro da vecchietta bisognosa di cure. Anita descrive così il suo percorso di studi: «Quando ho deciso la scuola superiore da frequentare, la sfida più grande è stata accettare e valorizzare la mia scelta dell’istituto professionale. All’inizio sentivo il peso dei pregiudizi, anche sociali. Ho superato questa difficoltà informandomi, impegnandomi nello studio e capendo che questo indirizzo richiede competenze molto complesse, soprattutto umane. Queste sono fondamentali, sia per noi alunne che per chi insegna, che deve incarnarle e dare l’esempio. Secondo me, infatti, un bravo docente non è solo chi spiega bene, ma chi riesce a entrare in relazione profonda con noi studenti. Una buona docente sa motivare, incoraggiare, capire le difficoltà e adattare il proprio metodo a chi ha davanti. È qualcuno che non giudica solo dai voti, ma che vede la persona dietro noi studenti. La cosa che odio di più è quando la scuola diventa solo prestazione e competizione. A volte sembra che il valore di una persona dipenda da un numero. Per questo, personalmente cambierei il modo di valutare, introducendo più valutazioni formative, più spazio per i progetti e per le competenze pratiche e relazionali.
La scuola non è solo un posto dove si apprendono delle discipline, ma è soprattutto un posto dove si cresce, si costruisce la propria identità e si impara a stare con gli altri e le altre. Io, scegliendo questo indirizzo, sono stata fortunata: se ripercorro il mio percorso di studi, direi che la scuola mi ha cambiata molto e in positivo. Mi ha resa più responsabile, più empatica e più consapevole delle fragilità delle persone. Le materie socio-sanitarie mi hanno insegnato a guardare l’altra/o con rispetto e attenzione. Ho imparato ad ascoltare, a rispettare le differenze, a lavorare in gruppo e a gestire le emozioni. Queste competenze sono fondamentali nelle relazioni quotidiane, non solo nel lavoro futuro, ma nella vita in generale. Non a caso, il momento più forte della mia carriera da studente è stato il primo giorno di tirocinio. Mi sentivo molto insicura, avevo paura di non essere abbastanza preparata e di commettere errori. Invece, quando una persona fragile mi ha ringraziata per averla semplicemente ascoltata, ho capito quanto il nostro ruolo di future operatrici socio sanitarie sia importante. È stato un momento cruciale, perché ho percepito per la prima volta il senso concreto di ciò che studio.
Oggi, a chi mi chiede quale parola sceglierei per descrivere la mia esperienza scolastica, rispondo senza dubbio che è trasformazione, perché in questi anni non ho solo imparato dei contenuti, ma sono cresciuta come persona, cambiando il mio modo di vedere me stessa e gli altri».
Tanta roba, accidenti. Anita ci sta dicendo che a volte la scuola funziona eccome. Non perché riempie la testa di nozioni, ma perché trasforma la persona, la arricchisce e la completa, contribuendo alla sua identità felice. Mi piace sottolineare che non stiamo parlando qui di un Liceo o di un Istituto tecnico, ma di un Istituto professionale, quello che in genere occupa il fanalino di coda nelle aspirazioni dei genitori delle ragazze e dei ragazzi maggiormente dotati. Perché ai pregiudizi di cui parla Anita contribuiamo in primo luogo e colpevolmente noi adulti, inutile negarlo. Basti considerare quante volte avete sentito, in vita vostra, un qualsiasi telegiornale dare notizia, che so, delle materie uscite per la maturità in un corso di meccanica o per il turismo. Io mai. E di primavere ne ho quasi cinquanta, di tg ne ho sentiti parecchi. I servizi giornalistici sono dedicati sempre e solo ai Licei. A meno che, beninteso, non debbano dar conto di fatti di cronaca gravi tipo pestaggi, accoltellamenti, spaccio, devianza o minacce. Allora lì i professionali vanno alla grandissima, occupando per un pugno di giorni le luci della ribalta. Giusto il tempo di gridare all’ennesima emergenza educativa (che emergenza non è, perché ormai il bisogno di investimento sull’educazione, dopo decenni di disinvestimento assoluto, è un problema strutturale nel nostro Paese) e poi si ritorna nel dimenticatoio, che tanto quelli/e che fanno quelle-scuole-lì-di-basso-profilo andranno a occupare i gradini più bassi della scala sociale, quindi chi se ne frega.
Invece Anita ci offre un quadro totalmente diverso, oserei dire ribaltato, della gerarchia tra istituti: ci dice che il suo corso richiede competenze molto complesse, soprattutto umane. Non è forse questo che avremmo dovuto intendere tutti/e quando, con un altisonante Decreto Ministeriale (n. 139 del 22 agosto 2007, Regolamento in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione) e successive revisioni a seguito di Indicazioni nazionali (2012-2018), il Governo ha introdotto le cosiddette competenze chiave di cittadinanza? Cosa definisce un cittadino o una cittadina competente nell’era del digitale, della globalizzazione, del relativismo etico, del deciso prolungamento delle aspettative di vita, della crisi climatica? Questo è quello che recita la legge: imparare a imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire e interpretare l’informazione.
Vediamo cosa dice Anita, invece: flessibilità (adattare il proprio metodo a chi si ha davanti); superamento dei pregiudizi («ho superato questa difficoltà informandomi, impegnandomi nello studio e capendo»); capacità relazionale («entrare in relazione profonda; capacità di stare con gli altri e le altre»); collaborazione e spirito cooperativo («La cosa che odio di più è quando la scuola diventa solo prestazione e competizione»); responsabilità, empatia e consapevolezza («mi ha resa più responsabile, più empatica e più consapevole delle fragilità delle persone»); solidarietà, spirito di servizio e competenza emotiva («ho imparato a guardare chi sta davanti a me con rispetto e attenzione; ad ascoltare, a rispettare le differenze, a lavorare in gruppo e a gestire le emozioni»); coraggio di mettersi alla prova e di superare le proprie paure («mi sentivo molto insicura, avevo paura di non essere abbastanza preparata e di commettere errori»).
Voi che ne dite, quale dei due elenchi vi convince di più? Queste sono le alunne che escono dalle nostre cosiddette scuole di serie B. Quelle che, se saranno fortunate, diventeranno Oss, o infermiere, o educatrici. Quelle, per intenderci, che terranno in piedi il Paese, come hanno sempre fatto le donne, occupandosi di incarnare quel lavoro di cura che l’antropologa statunitense Margaret Mead identifica come primo segno di civiltà per l’umanità. Da quando le comunità hanno iniziato a curare i feriti, ci insegna la studiosa, da quando tra i reperti preistorici possiamo trovare i segni di un femore rotto a cui è stato dato il tempo di guarire, abbiamo l’indizio inequivocabile di come un individuo sia stato protetto dai predatori, nutrito e curato per diverse settimane. Da qui, dice Mead, dal prendersi cura reciprocamente, inizia il passaggio dalla mera sopravvivenza alla comunità. Ecco, Anita e le sue compagne continueranno a tessere la coperta di assistenza e attenzione al prossimo con cui da sempre le donne riscaldano e proteggono chi ne ha bisogno. E lo faranno per stipendi da fame, spesso con orari che renderanno difficile se non impossibile la conciliazione famiglia/lavoro, a costo di sensi di colpa e di scelte dolorose. Ci sono passata anch’io, trent’anni fa ed è cambiato poco o niente. E mi venite a parlare di emergenza educativa? Se quello che passiamo alle nostre giovani e ai loro compagni è l’idea che la cura conta zero, che l’attenzione al benessere dell’altro non merita riconoscimento, che chi dedica la vita all’assistenza del prossimo viene da una scuola per sfaccendati ed è giusto che rinunci a dedicare tempo a figli e figlie, o ad avere una retribuzione decente, di cosa stiamo parlando? Andiamo a casa tutte/i, noi che accettiamo senza aprir bocca questo stato delle cose! E facciamo spazio a chi il mondo lo può davvero cambiare in meglio. Anita Ministra Subito!
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
