Mauritania. Dal deserto al confine dell’oceano 

Il deserto mauritano ha un aspetto molto vario: il colore della sabbia va dall’ocra al panna, cambiando a seconda dei componenti minerali; a volte si viaggia attraverso zone rocciose e scure, irte di sassi. Colpisce il vuoto, l’assenza: durante le soste si è avvolti nel silenzio, rotto solo dal sibilo del vento. Scarseggia la vegetazione e di conseguenza mancano i profumi: resistono gli arbusti spinosi di acacia e le piante di melo di Sodoma, che nei fiori ricordano appunto quelli del melo, ma sono altamente tossici, il che li rende immangiabili per i rari animali. 

Mela di Sodoma

Anche questi, appunto, sono estremamente rari: i cammelli si trovano in mandrie più o meno numerose, solo apparentemente bradi perché, come le renne nell’estremo nord, sono i pastori stessi a lasciarli liberi e radunarli periodicamente. Dei fennec, le piccole volpi dalle lunghe orecchie, scorgiamo solo le impronte, segno di loro percorsi notturni; non abbiamo incontrato serpenti e scorpioni, entrambi molto pericolosi; gli stercorari emergono e si immergono velocemente nella sabbia, attraverso piccoli fori, lasciando solo i calchi delle loro minuscole impronte; in alto nel cielo talvolta volteggiano rapaci. 
Dopo qualche giorno l’ambiente desertico diventa quasi familiare; ci aspetta la magia dell’oasi, Terjit, che è molto conosciuta; infatti vi incontriamo alcuni turisti, tutti stranieri, quattro canadesi e tre italiani. Le palme e l’acqua sorgiva che scorre e forma piccole pozze ci rinfresca; nemmeno qui vediamo animali, e degli uccelli udiamo solo il canto.

Oasi di Terjit

La notte seguente non dormiremo in tenda, ma direttamente all’aperto. È una notte particolare, fresca ma non fredda come si immaginano le notti del deserto; la luna piena compare dietro le montagne e oscura lo splendore della Via Lattea e delle altre stelle. Siamo nei pressi di un villaggio, dove il richiamo del muezzin segna lo scorrere del tempo. Qui il nostro ospite mauritano possiede un palmeto e coltiva datteri: la raccolta di questi frutti rappresenta la principale ricchezza per l’agricoltura, difficile in questo ambiente ostile; durante il prossimo mese di Ramadan i datteri saranno uno degli ingredienti principali dell’Iftar, il pasto serale che interromperà il digiuno. 
La Mauritania non cessa di sorprendere. Possiede numerosi siti di interesse archeologico, ricchi dei petroglifi di civiltà preistoriche che vivevano qui quando il Sahara era fertile e ricco di vegetazione. Visitarli è facilissimo: basta fermare l’auto, scendere e guardare. A pochi metri, sulle rocce, compaiono animali che da millenni non esistono più in questa zona: giraffe, scimmie ed elefanti, insieme a personaggi danzanti, figure intente alla caccia, esseri umani in cammino.

Petroglifi

Il viaggio prosegue verso due antiche città — Chinguetti e Ouadane — centri commerciali fondati tra l’XI e il XIII secolo; qui sostavano le carovane che trasportavano sale verso l’interno del deserto e oro fino all’Europa. 
Chinguetti, settima città santa dell’Islam, fu ritrovo religioso per i pellegrini del Maghreb che si dirigevano verso la Mecca e snodo delle vie carovaniere del Sahara tra Marrakech, in Marocco, e Timbouctou, in Mali. La città fu fondata nel 777, distrutta dagli Almoravidi e rifondata nel XIII secolo. Nel periodo di maggiore splendore raggiunse una popolazione di ben 20.000 abitanti. Famosa come centro culturale per l’insegnamento di retorica, diritto, astronomia, matematica e medicina, oggi è ancora sede di un’importante madresa (scuola di religione islamica), con studenti in arrivo da tutta l’Africa occidentale. Uno dei miei allievi in Italia ha frequentato alcuni corsi proprio qui, raggiungendo la città dal lontano Gambia, suo paese natale. 
Ma torniamo alla nostra visita. 

Mappa viaggio Mauritania

In passato, Chinguetti ha posseduto fino a ventiquattro biblioteche, gestite dalle famiglie del luogo. Noi ne visitiamo una: si tratta di una semplice stanza in un edificio della città vecchia, dove ci accoglie Seif al Islam Heiba, la cui famiglia risiede qui da otto generazioni. Il bibliotecario ci illustra alcuni antichi manoscritti: un Corano del VIII secolo, due trattati di astronomia e matematica medievali. 
Anche la posizione di Chinguetti ha una storia particolare: è stata letteralmente insabbiata dal deserto e rifondata tre volte; oggi si trova dal lato opposto del wadi, il fiume secco che la separa dalle precedenti sedi. Per ora resiste in questa collocazione precaria, nonostante la sabbia sia in costante avanzamento.

Il bibliotecario di Chinguetti

Ouadane, fondata nel 1147, si trova a nord est di Chinguetti. Anche da qui transitavano oro, sale, datteri e manoscritti. Nel 1487 i Portoghesi vi stabilirono una stazione di posta, ma la scoperta dell’America segnò il rapido declino di tutta la zona. Anche le guida che ci attende qui vanta una presenza in città da molte generazioni: è un abile cartografo, ci mostrerà con orgoglio la mappa della città che ha realizzato e ci guiderà attraverso la “via dei quaranta sapienti”, dove risiedevano i docenti della prima università del deserto. Proprio qui, ci informa, fu scoperto il primo manoscritto della Mauritania, un testo dell’XI secolo di storia e geografia, che attestava la città come la più importante della nazione. Oggi Ouadane conserva il suo fascino, ma è in gran parte abbandonata. 

Mappa di Ouadane

Il giorno seguente ci attende un’altra singolare esperienza culturale: il Museo della Preistoria. Ci accoglie nuovamente un’anziana guida, El Khalil Sidi Dah. Fino all’anno scorso il “museo” consisteva in una semplice capanna di rami di melo di Sodoma, ma oggi, grazie all’intervento di “alcuni bravi italiani” (così li definisce il custode) è collocato in una semplice costruzione nel mezzo del deserto. Il custode-direttore ci racconta la sua storia singolare: usava raccogliere pietre lavorate, cercando di rivenderle ai rari turisti in transito o nei mercati vicini; negli anni ’80 l’esploratore francese Theodore Monod, in viaggio nella zona, ha riconosciuto in queste “pietre” dei preziosi reperti preistorici e ha incoraggiato El Khalil Sidi Dah a creare il piccolo museo di cui va molto orgoglioso, che rappresenta non solo la sua rendita, ma soprattutto testimonia la presenza dell’umanità in Mauritania per migliaia di anni durante la preistoria.

Il museo della Preistoria

Nelle vicinanze ci aspetta una delle strutture geologiche più misteriose del mondo: l’Occhio del Sahara (Struttura di Richat), una formazione circolare di 40 km di diametro, rimasta sconosciuta fino agli anni ’60, quando fu individuata dall’alto dai primi satelliti. Per le sue dimensioni infatti è impossibile vederla intera, se non da una grande distanza.
Inizialmente, a causa della sua forma circolare, fu interpretata come l’impatto di un asteroide, ma a partire dagli anni 2000 si pensa che si tratti di una cupola vulcanica gigantesca, crollata su se stessa nel corso di un’erosione durata diversi milioni di anni. Gli autisti mauritani conoscono i varchi che permettono di penetrare attraverso i cinque anelli della struttura, fino ad arrivare al centro. Anche se tutta la zona è completamente disabitata sul culmine si trova un piccolo gruppo familiare: gli uomini si intrattengono volentieri a chiacchierare con gli autisti, le donne vendono piccoli monili, i bambini ci accolgono festosamente.
Proseguiamo attraverso il deserto verso un’altra meta sorprendente: dormiremo infatti ai piedi del monolito di Ben Amera, analogo all’Uluru/Ayers Rock australiano, ma di dimensioni più contenute. 
Il giorno seguente arriviamo all’oceano, che segna il confine del deserto; il vento dell’est spinge continuamente la sabbia verso l’acqua, le onde si frangono con forza rumorosa sulla spiaggia ocra. A partire dagli anni ‘70 la costa è diventata un’area protetta, il Parc national du Banc d’Arguin, dove tuttavia si può campeggiare liberamente e viaggiare in 4×4 sul bagnasciuga, data la mancanza di strade o piste. 

Dromedari sull’oceano 
Colonia di pellicani

Incontriamo mandrie di cammelli e stormi di uccelli — soprattutto pellicani e gabbiani — mentre viaggiamo verso la nostra meta, il villaggio di pescatori di Iwik. Qui abitano gli Imraguen, un popolo di pelle scurissima il cui nome, in lingua berbera, significa “coloro che pescano mentre camminano nel mare”. Gli Imraguen erano un tempo più numerosi e distribuiti lungo tutta la costa; ora occupano solo due villaggi. Fino agli anni ’70 del secolo scorso la loro tecnica di pesca era del tutto particolare, in totale armonia con la natura: dalla riva, gli uomini attraevano i delfini fischiando; quando questi si avvicinavano, stringendo fra loro e la riva i pesci più piccoli, i pescatori scendevano in acqua e afferravano le prede con le mani.

Dipinto di pescatori Imraguen del passato

Con la creazione del parco nazionale, l’arrivo dell’Islam e della “modernità”, gli Imraguen hanno dovuto rinunciare a quest’arte e imparare a praticare la pesca con piccole imbarcazioni a vela, oppure direttamente dal pontile, dove i pesci arrivano comunque numerosi. A loro è inoltre affidata la protezione di alcune specie ittiche in pericolo di estinzione, mentre la pesca continua a essere l’unica loro fonte di sopravvivenza, che consente anche qualche modesto guadagno nell’area circostante. 

Pescatore a Iwik 

Le città del deserto e i villaggi che visitiamo mostrano la realtà della Mauritania, uno dei Paesi più poveri (con un Pil che la colloca al 135° posto su 190 stati) che sperimenta, a vari livelli, la contraddizione fra tradizione e modernità. La natura incontaminata del deserto, i centri medievali, le culture autoctone vanno preservate, ma al tempo stesso costituiscono, attraverso un turismo ancora poco sviluppato, una delle scarse fonti di reddito per una popolazione fra le più povere del pianeta, che vive al 50% sotto la soglia di povertà. 

In copertina: struttura di Richat, Occhio dell’Africa.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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