Le ribelli del Sud. Il contesto

Prima ancora di evocare immagini di aspre montagne e scontri a fuoco, la parola brigante racconta un’affascinante evoluzione linguistica. Nel Medioevo il termine francese brigand indicava semplicemente i fanti delle compagnie di ventura, solo a partire dal XVI secolo, in particolare dopo la Campagna d’Italia e il successivo dominio napoleonico nel Sud, il vocabolo ha assunto un’accezione dispregiativa, finendo per identificare ribelli e fuorilegge contrari all’autorità costituita. È in questo solco che nasce la forma femminile brigantessa, un termine che ha trovato la sua massima diffusione nell’Italia post-unitaria tra il 1860 e il 1870. In quegli anni molte donne imbracciarono le armi nel Mezzogiorno per i motivi più diversi, spaziando dalla fedeltà politica al deposto Regno delle Due Sicilie fino alla pura sopravvivenza in contesti di miseria e repressione. 
Sebbene brigantessa sia la definizione storicamente attestata dalle fonti dell’epoca, e perciò l’etichetta più corretta da utilizzare per definire queste donne, la presente serie di articoli sceglie programmaticamente il titolo Le briganti. Questa formula adotta una sensibilità linguistica contemporanea che non eredita sistematicamente la desinenza –essa per definizioni o mestieri nella loro derivazione al femminile, e restituisce a queste figure la dignità di soggetti storici autonomi, liberandole da stereotipi che spesso le riducono a semplici comparse e marginali rispetto agli uomini. 

Nel linguaggio comune l’universo del brigantaggio viene spesso confuso con quello del banditismo, ma la storia traccia un confine netto tra queste due realtà. Il bandito rappresenta il criminale comune, e il suo stesso nome deriva dal bando, ovvero l’atto giuridico con cui l’autorità escludeva un individuo dalla comunità civile. Si trattava dunque di un escluso che agiva in genere isolato o in piccoli gruppi per scopi strettamente personali, senza alcuna finalità collettiva. Al contrario, il brigante incarnava una figura di ribellione sociale e politica che si opponeva con le armi a un potere percepito come opprimente o illegittimo, come accadde dopo il 1861 contro il neonato Stato unitario, avvertito da parte della popolazione del Sud come una forza occupante. A differenza della criminalità comune, il brigantaggio godeva di un forte radicamento territoriale e del sostegno logistico delle popolazioni rurali, che offrivano rifugio e informazioni. Le bande erano vere e proprie organizzazioni gerarchiche numerose, talvolta appoggiate economicamente da governi spodestati o ambienti ecclesiastici ostili al nuovo ordine. 
Le donne coinvolte nel brigantaggio potevano agire come manutengole, fornendo supporto logistico alle bande, oppure partecipare direttamente alla lotta armata come brigantesse.

Per comprendere a fondo le radici di queste scelte e l’evoluzione di un fenomeno così stratificato, è necessario fare un passo indietro nel tempo e calarsi nei tormentati decenni a cavallo tra la fine del Settecento e l’Ottocento, un’epoca in cui il Mezzogiorno d’Italia divenne il teatro di profonde e drammatiche trasformazioni politiche. La transizione storicamente difficoltosa affrontata dal Meridione, troppo spesso semplificata dalle narrazioni successive, ha visto il succedersi di dominazioni straniere, brevi utopie repubblicane e feroci reazioni legittimiste che hanno progressivamente infiammato le campagne. Proprio in questo lungo e frammentato percorso di guerriglie rurali, resistenze all’occupazione francese e promesse mancate di riforma sociale, si sono gettate le basi di quel malessere che sarebbe poi esploso dopo l’Unificazione. Esplorare questa complessa cronologia non significa solo ricostruire le alterne fasi militari, ma anche svelare come la violenza della repressione istituzionale sia progressivamente mutata fino a colpire in modo specifico e brutale l’identità e i corpi stessi di quelle donne che avevano osato sfidare il nuovo ordine statale.
La spietata repressione militare attuata dal nuovo Stato italiano, formalizzata e inasprita dalle misure eccezionali della Legge Pica, infatti, non si limitò ai tribunali e alle fucilazioni. In questo clima di guerra civile, lo stupro divenne una pratica diffusa e deliberata per punire e umiliare sia le brigantesse sia la popolazione civile. La drammatica conferma della violenza di genere si consumò durante i tragici massacri compiuti dall’esercito per piegare la resistenza del Mezzogiorno, come nel caso del massacro di Pontelandolfo, dove i cronisti dell’epoca documentano l’orrorifica fine della giovanissima Maria Izzo, legata a un palo, violentata ripetutamente dai bersaglieri davanti agli occhi del padre e infine barbaramente uccisa.

La violazione fisica delle donne e la successiva esposizione pubblica dei loro cadaveri denudati, come accadde per Michelina Di Cesare, andavano oltre il semplice resoconto bellico. Michelina Di Cesare incarna in maniera emblematica questa brutalità attraverso due celebri scatti fotografici dalle finalità opposte. La prima immagine, scattata in vita all’interno dei circuiti legittimisti borbonici, la ritraeva in abiti tradizionali contadini, fiera e armata, e fungeva da manifesto politico volto a nobilitare la resistenza anti-unitaria davanti all’opinione pubblica internazionale. Il secondo scatto, eseguito dalle autorità militari dopo che la donna cadde in un’imboscata, rispondeva invece a una logica di propaganda e deterrenza. Il suo cadavere, privato degli abiti, fu esposto brutalmente insieme a quelli dei compagni per dimostrare l’inflessibile durezza dello Stato e interrompere ogni mitizzazione del fenomeno. Al contempo, la narrazione ufficiale distorse l’identità della donna per scopi antropologici e criminologici, riducendo la sua scelta a una forma di devianza biologica. Questi corpi sessualizzati venivano esibiti dalle autorità come un duplice trofeo che doveva sancire il trionfo militare della nazione e il ripristino della supremazia maschile su un territorio svergognato. Colpire e umiliare la donna significava mirare al baricentro stesso della ribellione, poiché la macchina della guerriglia poggiava interamente su di essa. Senza la presenza delle donne, declinata in ogni sua sfaccettatura tra combattenti aggregate alle bande, complici, manutengole, il fenomeno del brigantaggio non sarebbe probabilmente mai esistito. La loro epopea si inserisce nel crollo di un sistema secolare che aveva tenuto imprigionate le risorse della società meridionale, trovando nell’invasione piemontese e nella conseguente guerra di resistenza la grande occasione di riscatto. La rinuncia alla casa e ai campi, la fuga dal paese, l’abbandono dell’abbigliamento contadino in favore del vestiario maschile e la scelta di vivere liberamente con il proprio uomo, dinamiche assolutamente vietate nei periodi di pacifica normalità, divennero improvvisamente opzioni percorribili. L’eccezionalità degli eventi e la percezione di nuovi, superiori doveri legittimarono il superamento senza traumi eccessivi dei modi tradizionali di vivere. Questa nuova realtà impose alle donne una dilatazione del loro ruolo tradizionale con una repentina acquisizione di abilità inedite. Esse guadagnarono una condizione di relativa uguaglianza con i compagni, giungendo talvolta a emergere come vere e proprie capi banda. 

Nel trasformare sé stesse, le donne contribuirono a mutare anche i codici comportamentali degli uomini della banda, costretti dalle dure condizioni della latitanza ad apprendere attività tradizionalmente ritenute femminili, come cucinare e cucire. Questa parziale relativizzazione dei ruoli comportò per gli uomini un sia pur limitato recupero delle proprie componenti affettive e di cura, mentre sollecitò nelle donne l’espansione della loro parte più assertiva e combattiva. Paradossalmente, questa ribellione mantenne una forte linea di continuità con la struttura stessa della società rurale. Infatti, se la famiglia contadina meridionale era formalmente patriarcale, essa si rivelava nei fatti strettamente matricentrica ed emotivamente incentrata sulla madre, e tale centralità costituì la vera precondizione culturale del potere che le donne seppero guadagnarsi sul campo di battaglia.
Oltre alla liberazione dal lavoro domestico e dei campi, la latitanza introdusse un rapporto del tutto nuovo con le armi da fuoco e da taglio, utilizzate non solo per la difesa ma anche per l’attacco. Le donne poterono così affermare la loro bellicosità attraverso nuove forme di protagonismo, partecipando attivamente alla lotta. L’intenso contatto quotidiano tra i sessi nei boschi e sui monti non sconvolse la morale delle campagne proprio perché il brigantaggio restò un fenomeno endogeno e compatibile con le radici del territorio. Il ruolo tradizionale della madre come prima distributrice di cibo si tradusse infatti nella figura della brigantessa vivandiera della banda, mentre l’atavica attitudine femminile a gestire le relazioni esterne e l’economia familiare venne sfruttata per tenere i contatti con l’esterno, custodire la tesoreria dei fuoriusciti e mediare abilmente con le famiglie dei sequestrati. Anche l’allargamento delle frequentazioni maschili trovava un importante precedente nella libertà che la donna contadina sperimentava necessariamente durante il lavoro nei campi, nelle migrazioni stagionali per i raccolti, nei viaggi verso i mercati e persino nei pellegrinaggi. 

Sul piano ideologico la rilevanza del femminile emergeva nel fervente culto della Madonna, eletta a patrona delle comitive comandate da Carmine Crocco e venerata come madre protettrice dei combattenti. Questo fervore religioso conviveva con un profondo odio di classe che esasperò la violenza del fenomeno, alimentato da disuguaglianze abissali tra possidenti e non, dai contratti di lavoro iniqui, dall’usurpazione delle terre comuni e da una giustizia parziale. Le vittime principali dei briganti erano gli storici antagonisti della letteratura popolare, come usurai, preti ricchi, mercanti di grano, massari avidi e guardiani, mentre i grandi feudatari apparivano meno duramente colpiti, sia per la loro distanza geografica e sociale dalla popolazione, sia perché rappresentavano i vertici supremi di un ordine sociale che il brigante, nella sua complessa e contraddittoria ribellione, non intendeva mettere in discussione. Accanto ai braccianti e ai diseredati, un’ulteriore categoria sociale da cui emergevano le file dei ribelli era quella dei cosiddetti puledri, ossia i figli naturali e mai riconosciuti dei proprietari terrieri. Questi individui, marchiati dal peso della vergogna e rifiutati dai propri padri biologici, riversavano spesso il proprio risentimento personale in una più ampia ribellione sociale.
In un simile scenario, come osservato dal cronista calabrese Vincenzo Padula, gli stessi strumenti utilizzati per arginare la criminalità finivano per produrre l’effetto opposto, alimentando un circolo vizioso. Padula sostenne che le modalità efferate della repressione statale spingevano paradossalmente la popolazione verso l’illegalità. L’esperienza carceraria dell’epoca era infatti talmente drammatica ed emarginante da non lasciare quasi mai alternative ai detenuti che, una volta espiata la pena o riusciti a evadere, si vedevano costretti a darsi alla macchia per sopravvivere. Oltre ai fuggitivi, a dare una precisa fisionomia militare alle grandi comitive contribuirono i soldati del disciolto esercito di Francesco II di Borbone. Questi ex combattenti portarono all’interno delle bande un prezioso bagaglio di conoscenze tattiche, addestramento ed esperienze di guerra, cementando l’alleanza tra borbonici e brigantaggio anche attraverso il sentimento religioso, vissuto come baluardo contro il nuovo ordine laico e centralizzatore.

Se i ranghi maschili presentavano una composizione variegata, le brigantesse erano quasi esclusivamente contadine poverissime, analfabete e in molti casi orfane o trovatelle. Prima di scegliere la clandestinità, queste giovani condannate alla miseria prestavano servizio come braccianti, serve, filatrici o carbonaie. Si univano alle bande a un’età compresa tra i sedici e i ventiquattro anni ed erano destinate a sopravvivere in isolamento per un biennio al massimo. Una percentuale più ristretta di donne proveniva da nuclei familiari già inseriti in circuiti malavitosi, noti alle autorità per rissosità o reati comuni. Un senso di irrequietezza e rifiuto delle convenzioni sociali finì per attraversare anche strati sociali meno svantaggiati, includendo figlie di piccoli commercianti e artigiani. Le motivazioni personali dietro la scelta della latitanza erano molteplici e complesse, spaziando dal profondo legame sentimentale per un marito o un amante già ricercato, fino alla necessità di evadere da contesti domestici abusivi o invivibili.
Dietro il mito del brigantaggio si nascondono storie di donne che sfidarono la miseria, la guerra e le convenzioni sociali, pagando spesso un prezzo altissimo. Raccontarle oggi è necessario per ricordare che la storia è fatta anche di destini individuali, di fotografie, cronache giudiziarie, di donne in carne e ossa, la cui voce, soffocata dalla violenza e dal tempo, merita ancora di essere ascoltata.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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