Tina e il fossile impossibile

La storia di Tina Negus è quella di una ragazzina, una matita, un fossile vecchio di mezzo miliardo di anni e un’insegnante che sapeva, con assoluta certezza, una cosa falsa.
Facciamo un passo indietro, anzi parecchi, circa 560 milioni di anni, fino a un’epoca che i geologi chiamano Precambriano. Per buona parte del Novecento, i libri di testo erano concordi: la vita animale complessa era comparsa all’improvviso con il Cambriano, in quella fioritura di forme che chiamiamo “esplosione cambriana”. Prima, il nulla biologico, o quasi. Rocce mute, troppo antiche per contenere qualcosa di interessante. Era un dogma comodo. Peccato fosse sbagliato.

Affioramenti rocciosi del Bradgate Park, Charnwood Forest, Leicestershire. (Wikipedia. Andrew Norman. Public domain) https://en.wikipedia.org/wiki/Charnwood_Forest#/media/File:Bradgate_park_rocks.jpg

La nostra protagonista nasce nel 1941 a Grantham, in Inghilterra. Fin da bambina Tina ha una passione: i fossili. Nell’estate del 1956, durante una vacanza, esplora una cava abbandonata nella Charnwood Forest, nel Leicestershire, e nota sulla roccia un’impronta strana, a forma di fronda.
Non ha gli strumenti, ma è convinta che sia qualcosa di importante. Torna a scuola e parla di quella strana felce impressa nella roccia. La sua insegnante liquida tutto con la sicurezza di chi recita un teorema: nelle rocce precambriane non ci sono fossili. Quindi delle due, l’una. O quello che Tina ha visto non è un fossile, oppure le rocce sono molto più giovani di quanto si creda. È la ragazzina a sbagliare, perché i libri non sbagliano.
Tina, però, non molla. Nel dicembre dello stesso anno convince di nuovo i genitori a riportarla alla cava. Stavolta è attrezzata, si fa per dire, con il martello del padre, ed è decisa a strappare il fossile alla roccia. La roccia, naturalmente, non si lascia scalfire. Si tratta di una pelite vulcanoclastica, un fango vulcanico che si è depositato sul fondo del mare e, con molto tempo e molta pressione a disposizione, si è trasformata in una delle rocce più dure d’Inghilterra. Visto che la roccia non collabora, Tina prende una matita e un paio di fogli e ricalca il fossile sfregando con la matita, come ha visto fare con le monete. Conserva quel calco in una cartellina, in attesa di capire cosa abbia trovato. Cerca su libri e nel museo locale. Nessuna corrispondenza. La sua felce di pietra resta senza nome.

Calco dell’olotipo di Charnia masoni, fotografato sotto luce radente per evidenziarne la struttura a fronda. (Martin Smith / Wikimedia Commons – CC BY 2.5) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Charnia.png

Passa un anno. Nel maggio del 1957 tre ragazzi si arrampicano nella stessa cava, uno di loro, Roger Mason, quindicenne, nota la stessa impronta. Mason ha legami familiari con un geologo accademico, Trevor Ford, dell’università di Leicester. Ford va sul posto, riconosce che il fossile è autentico e nel 1958 ne annuncia la scoperta sulla rivista della Yorkshire Geological Society. Il fossile viene battezzato Charnia, dal nome della Charnwood Forest, e il nome di specie, masoni, viene dedicato proprio a Mason.
È un terremoto scientifico. Non è una felce, Charnia è la prova che la vita complessa esisteva ben prima del Cambriano e demolisce oltre un secolo di certezze paleontologiche. Da quel momento si comincia a cercare ovunque, e fossili simili saltano fuori in Australia, Canada, Cina, Russia. Nasce il concetto di fauna ediacarana dal nome di una località australiana: un intero mondo perduto di organismi a corpo molle, vissuti tra 575 e 540 milioni di anni fa, prima che qualsiasi animale avesse una bocca, una spina dorsale o un’idea precisa di cosa volesse diventare.
Charnia è davvero un rompicapo affascinante. Appartiene a un gruppo chiamato rangeomorfi: organismi costruiti come frattali. Ogni ramo è composto di rami più piccoli, che a loro volta sono fatti di rami ancora più piccoli. La stessa forma si ripete a scale diverse. Sono tra i primi organismi macroscopici comparsi nella documentazione fossile, ma la loro biologia resta tuttora un enigma.

Una penna di mare (Pennatulacea), organismo vivente storicamente paragonato a Charnia per la forma a fronda. (NOAA Ocean Exploration – pubblico dominio) https://www.fisheries.noaa.gov/feature-story/curious-relationship-between-acadian-redfish-and-sea-pens

Il problema più spinoso è: come mangiavano? Non avevano né bocca né tentacoli, né alcuna struttura per nutrirsi, e vivevano spesso in acque profonde, troppo buie per la fotosintesi. L’ipotesi più discussa è che assorbissero il carbonio organico disciolto nell’acqua direttamente attraverso la superficie del corpo, secondo un meccanismo chiamato osmotrofia. La ramificazione frattale sarebbe servita proprio a questo: massimizzare la superficie rispetto al volume, come fanno certi batteri. Non tutti gli scienziati sono d’accordo, e il dibattito va avanti a colpi di modelli fluidodinamici. Insomma, un essere che era tutto superficie e niente intestino. Per anni questo fossile ha avuto un sosia vivente. Quando Trevor Ford la descrisse, nel 1958, l’interpretò come una penna di mare primitiva. Questi animali, parenti di coralli e anemoni, vivono ancorati al fondale con un “piede” carnoso, mentre la parte superiore si allunga in un asse piumato coperto di minuscoli polipi che filtrano il plancton. La somiglianza con il fossile era impressionante e, per mezzo secolo, sembrò di aver capito tutto. Ma le penne di mare crescono dal basso, aggiungendo ramificazioni vicino al piede; Charnia cresceva dall’alto. Le penne di mare si nutrono filtrando con i polipi, Charnia non aveva nulla con cui filtrare. La conclusione oggi è che si tratti di pura convergenza: due risposte indipendenti allo stesso problema, vivere fermi sul fondo catturando nutrienti dall’acqua. Stessa forma, due storie evolutive differenti.
Il mondo scientifico si appassiona a questo nuovo fossile, Tina sparisce dalla storia. La vita la porta altrove, diventa insegnante di ceramica, pittrice, fotografa e infine poetessa. La carriera scientifica resta un sentiero non percorso. Nel 1961, mentre studia Zoologia, Botanica e Geografia all’università di Reading, Tina porta finalmente il suo vecchio calco al dipartimento di geologia. Lì le comunicano una notizia agrodolce: quel fossile è già stato riconosciuto, e porta il nome di qualcun altro. Aveva ragione lei, fin dal principio. Solo che nessuno l’aveva ascoltata.

Calco del fossile di Charnia masoni conservato in museo. (Ashley Dace / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Charnia_masoni_-geograph.org.uk-_2610974.jpg

Negli anni Settanta Tina rivede il suo fossile in un programma televisivo per bambini. Poi, nel 2004, lo ritrova in un documentario, stavolta accanto a un illustre geologo presentato come Roger Mason. Decide di rintracciarlo, trova il suo indirizzo email su un sito, e gli scrive. Gli manda una poesia che ha composto. Mason, che non aveva mai saputo di lei, riconosce senza esitazioni che il fossile era stato visto un anno prima da Tina, ma che nessuno l’aveva presa sul serio. 
Il riconoscimento ufficiale arriva con le celebrazioni per il cinquantenario della scoperta: Tina viene invitata e il suo contributo entra finalmente nella storia della paleontologia. Oggi la teca del museo che espone Charnia racconta entrambe le versioni. E nel 2019 l’università di Reading ha istituito un premio che porta il suo nome, assegnato a studenti che fanno le proprie piccole grandi scoperte.
Non c’è un cattivo in questa storia. Roger Mason era un quindicenne che aveva visto un sasso interessante, non un barone accademico assetato di gloria. Il vero antagonista è qualcosa di più sottile: il pregiudizio dell’insegnante che “sa già”, il meccanismo per cui una scoperta non vale per ciò che è, ma per chi la riporta. Tina aveva l’occhio, la curiosità e perfino la prova, quel calco a matita. Le mancava soltanto qualcuno disposto a non darle della visionaria.

Ricostruzione dell’aspetto di Charnia masoni da viva. (Matteo De Stefano / MUSE, Museo delle Scienze di Trento / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Charnia_masoni_-_MUSE.jpg

C’è una morale geologica, in tutto questo, che si adatta bene anche agli esseri umani. Le rocce più antiche e mute, quelle che tutti davano per prive di interesse, custodivano la più grande sorpresa nella storia della vita. E la persona che tutti davano per la meno credibile, una ragazzina che disegnava felci di pietra, aveva visto giusto prima di chiunque altro. La Terra, come certe persone, è paziente: aspetta solo che qualcuno abbia voglia di guardarla davvero.
Charnia continua a ramificarsi nella pietra, immobile da 560 milioni di anni, indifferente a chi le abbia dato il nome. Tina Negus, intervistata da adulta, non ha mai fatto un dramma della cosa. D’altra parte, i tempi della Terra sono enormi e mezzo secolo di attesa per un riconoscimento, su quella scala, è un battito di ciglia. 
Mi rimane una domanda alla quale credo che neanche Tina saprebbe rispondere: se fosse stata lei ad avere un parente accademico, avremmo avuto una paleontologa in più?

In copertina: ricostruzione di un fondale marino dell’Ediacarano con la fauna a corpo molle. Diorama, Field Museum, Chicago (Wikimedia Commons – Ryan Schwark. Public domain).

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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.

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