Oggi siamo a Conversano, una città pugliese in provincia di Bari, celebre per la sua storia medievale, il suo castello e la sua tradizione gastronomica. Eppure, tra le strade, vi è un patrimonio immateriale molto più affascinante, fatto di memoria e di leggende. In questo articolo vi proponiamo dunque un tragitto diverso tra le strade del borgo, le cui protagoniste sono figure femminili che ne hanno plasmato l’identità, sfidando i secoli e i pregiudizi.
L’itinerario ha inizio presso piazza Castello, dove si erge il simbolo indiscusso della città: il Castello Acquaviva d’Aragona. Costruito dai Normanni nel 1054 con lo scopo di difendere Conversano, a partire dal XV secolo fu la dimora dei Conti Acquaviva e subì successivamente alcuni rimaneggiamenti che lo resero un fastoso alloggio signorile. Un monumento indubbiamente affascinante, che tuttavia cela delle storie ben più cupe. È qui che ha avuto la sua residenza una delle figure più controverse e violente della storia pugliese: quella di Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona (1600-1665), meglio conosciuto come il “Guercio delle Puglie”, Duca di Nardò, Conte di Castellana e di Conversano. Intorno a lui aleggiano storie, imprese e crimini, nati dalla sinergia di leggende, tra cui quella legata allo ius primae noctis (considerata dagli storici e dalle storiche una invenzione creata a scopo propagandistico e satirico per screditare il feudalesimo). Difatti si tramanda che il conte, avvalendosi del suo potere di feudatario, si arrogasse il diritto di sostituire il marito nella prima notte di nozze per abusare delle neospose. A tal proposito vi è persino una storia che racconta di come il conte si sia presentato, senza invito, al banchetto nuziale di una giovane contadina, costringendola a seguirlo nel castello, nonostante le proteste. Per sfuggire ai tentativi di violenza da parte del nobile, la donna si gettò dalla torre, nell’ultimo ed estremo gesto di rivendicare la sua libertà. Anche lo sposo, in cerca di vendetta, morì tragicamente, ucciso dalle guardie del nobile. Non ci sono testimonianze che affermano la validità di questa storia, ma ancora oggi tra i conversanesi e le conversanesi sopravvive l’ironico detto di essere tutti “figli/e del Conte”, una amara discendenza nata dalle sistemiche violenze sessuali.
Il conte non aveva dunque una buona reputazione e a confermarlo è un’altra maldicenza sul suo conto: si racconta, infatti, che Giangirolamo sparasse dalla sua fortezza a quelle donne che si recavano presso i pozzi di Terra Rossa per prelevare dell’acqua. Il suo obiettivo era spaventarle colpendo le brocche che queste trasportavano, ma, probabilmente anche a causa del suo difetto alla vista, spesso finiva per ferirle o ucciderle. Una tappa amara per la città di Conversano che vede le donne vittime, oggetti di giochi goliardici e abusi da parte del potere patriarcale dell’epoca.


Fonte: Wikimedia.org
Procediamo ora addentrandoci nel centro storico di questa cittadina pugliese, in via San Giuseppe, per raccontare la storia di Isabella Filomarino. Fu moglie di Giangirolamo II dal 1622, acquisendo così il titolo di contessa di Conversano. Fu un’abile governatrice del complesso feudale, spesso costretta a sostituire il coniuge durante le sue frequenti assenze. Molti descrissero l’indole di questa donna, denominata spesso Aspide di Puglia: «Imperiosa e sanguinaria non meno del conte suo marito», parole di Francesco Capecelatro, o ancora Pietro Gioia disse di lei «donna di indole truce ed altera». Probabilmente il suo apparire risoluta fu dovuto al tentativo di tenere testa sia alle richieste dei vassalli, sia alle continue accuse che la Spagna e i suoi stessi parenti muovevano nei suoi confronti e in quelli dei suoi rampolli. Isabella Filomarino dovette affrontare alcuni pesanti lutti, tra cui quello dei tre figli, Giulio, Tommaso e Cosimo, e quello di Giangirolamo II, nel 1665.
A Conversano la contessa fondò agli inizi del 1600 nel Caselnuovo un Conservatorio retto dall’ordine delle religiose Domenicane, presso la Chiesa di San Leonardo, successivamente trasferito nel Complesso di San Giuseppe. Dopo alcune vicissitudini, la struttura ospita oggi la Biblioteca Civica, che porta il nome di Maria Marangelli, l’unica sindaca di Conversano.

Nata nel 1914, conseguì la laurea in lettere classiche e si dedicò all’insegnamento nelle scuole elementari, medie e, in seguito, superiori, dal 1954 fino alla sua morte. Molto forte era la passione per il suo mestiere: l’insegnamento per lei costituiva parte integrante dell’azione educativa, funzionale alla valorizzazione della crescita umana e morale dei giovani.
Amava insegnare tanto quanto amava la sua città: nel 1954 si candidò, infatti, come indipendente nella lista della Dc e due anni dopo venne eletta consigliera comunale. Nel 1959, però, ritenuta l’unica persona in grado di risanare la vita politica e amministrativa del paese, fu nominata sindaca proprio dal Consiglio comunale. La sua elezione fu un evento eccezionale, che finalmente vedeva una donna assumere ruoli di rilievo nel contesto politico.
Con la nascita della Biblioteca civica e dei suoi servizi, Maria Marangelli si dedicò al settore culturale e alla dotazione libraria. Incentivò la scrittura tramite l’istituzione di un concorso comunale a premi, rivolto a tutti gli studenti e le studenti di ogni ordine e grado, in modo da promuovere lo studio e la valorizzazione delle tradizioni e del patrimonio culturale cittadino. Ma il suo impegno non terminò qui: si prodigò per il miglioramento delle scuole cittadine e nel 1959 istituì la Scuola professionale femminile, dedicata alla formazione di sarte qualificate e stenodattilografe. Quando morì, nel 1965, il comune deliberò di intitolare a suo nome la Biblioteca da lei fondata e contribuì all’istituzione di una borsa di studio, chiamata “Premio di studio Maria Marangelli”. Ancora oggi la memoria di Maria Marangelli è custodita in un video nel Centro Studi a lei dedicato, in cui voci di studiose/i e parenti ne ricordano il carattere gentile e la sua determinazione.


Mentre ci dirigiamo verso la prossima tappa, osserviamo i balconi, custodi anch’essi di un’antica usanza conversanese. Si tratta delle Pupe della Quaranta: è l’architetto Sante Simone a ricordare questa consuetudine ne I Ricordi della mia fanciullezza. Le feste religiose di Conversano (1894) di «tendere un filo fra due case nelle strade, da una all’altra finestra, e sospendere sette pupattole con ciambelline, e quella di mezzo col fuso, la canocchia e tutti gli altri strumenti per la filatura e la tessitura. Ciò aveva il nome di Quarantana; ogni sette giorni si toglieva una pupattola». Tradizione ormai in disuso, ma recuperata recentemente dalla Pro Loco, che prevede l’esposizione sui balconi, in tempo di Quaresima, di sette bambole di pezza, rappresentanti le domeniche mancanti alla Pasqua: ogni sette giorni ne viene rimossa una.


Passando per via Dameta Paleologo, ci dirigiamo verso il monastero di San Benedetto. Risalente al X secolo, nel 1110 papa Pasquale II decise che il convento dovesse essere direttamente soggetto alla Santa Sede, concedendo ai monaci il diritto di eleggere in modo autonomo il proprio abate e sciogliendo, dunque, il vincolo tra il monastero e il vescovo locale. Nel 1266 papa Clemente IV delegò il monastero a un gruppo di monache cistercensi, esuli dalla Grecia, capeggiate proprio da Dameta Paleologo. La madre superiora poté così vestire i panni vescovili, fino ad allora esclusivamente maschili, indossare la mitra e portare il pastorale. Inoltre, acquisì diversi privilegi, tra cui il baciamano obbligatorio da parte del clero e di tutta la popolazione del feudo. Tutto ciò fu possibile grazie alle loro ricchezze: alcune monache provenivano da benestanti famiglie del regno e accumularono per questo motivo molto potere. Tale fenomeno, del tutto unico nella cristianità occidentale, fu denominato Monstrum Apuliae, “stupore di Puglia”. L’egemonia delle badesse non fu vista di buon occhio dal vescovo della città e dal clero di Castellana, probabilmente invidiosi, e ciò generò attrito e controversie giurisdizionali, fino ai primi anni dell’Ottocento, quando Gioacchino Murat abolì i diritti feudali e sciolse alcuni ordini religiosi. Rigidamente scandita dal loro stato civile o biologico, la vita delle donne nel Medioevo e nell’Età moderna poteva assumere unicamente il ruolo di figlia, vergine, madre o vedova, non di individuo autonomo. Per la società e la legge erano intrinsecamente deboli, fragili e incapaci. Le badesse benedettine ruppero tali schemi precostituiti per dimostrare nei fatti che la capacità di governo non era una prerogativa insita nella natura maschile.

Oggi l’edificio della Torre campanaria ospita il Museo Civico Archeologico, che mette in mostra alcuni reperti risalenti dall’epoca preistorica alla tarda antichità. Tra questi, vi è la famosa Porta dei Cento Occhi, una vecchia porta in legno del Seicento su cui è dipinta una figura umana, nuda dalla vita in su e ricoperta di occhi lungo la superficie di tutto il suo corpo. Nella mano destra maneggia un coltello e, sulla sinistra, mantiene un fagotto o, sembrerebbe, un animale grondante di sangue. Presumibilmente si tratterebbe di Argo, il guardiano mitologico greco dai cento occhi. Al di sotto del pannello, è posta la scritta in latino «Qui potest capere capiat» (“Chi può comprendere, comprenda”) e in uno di quegli occhi si nasconde una fessura. Questo oggetto appartiene a una storia sinistra correlata alle famiglie nobili degli Acquaviva d’Aragona, i già citati conti di Conversano, e i Carafa, duchi di Noja. Si dice che Dorotea Acquaviva d’Aragona, intorno alla seconda metà del XVII secolo, intrattenesse una relazione clandestina con don Rodolfo Carafa, percepito come un uomo pericoloso e sgradito dalla famiglia di lei. Per questo motivo, ella fu costretta alla vita di clausura nel monastero di San Benedetto e isolata in una cella chiusa dalla porta dei Cento Occhi. Dorotea non si arrese al suo destino e, anzi, tentò la fuga insieme al suo amante, travestendosi in abiti maschili. Domenico Confuorto, cronista dell’epoca, riportò così la vicenda: «È successo in questi giorni un gravissimo eccesso nella città di Conversano. Il sig. don Rodolfo Carafa, della casa di Noja, ha rapito dal monastero di San Benedetto di Conversano, con il suo consenso, donna Dorotea Acquaviva, monaca professa…».
È quella dello storico Vito di Donna la versione più attendibile del finale: nel suo libro La leggenda della porta dei 100 occhi, infatti, narra che per evitare ulteriori tensioni tra le due famiglie la contessa di Conversano implorò il vescovo Brancaccio di intervenire presso papa Innocenzo XII, in modo tale da rendere nulli i voti presi da Dorotea e validare il matrimonio celebrato in segreto dalla coppia. «Finalmente, dopo tante preghiere, nel mese di luglio 1698 la Chiesa invalidò la professione monacale di Dorotea, confermando il matrimonio con il nobile nojano don Rodolfo. I due novelli sposi, pur non avendo più da temere dai poteri costituiti, si trasferirono a Roma».

Usciamo ora dal monastero per incamminarci verso l’ultima tappa dell’itinerario conversanese: l’Archivio Diocesano, dove sono custoditi molti documenti — più precisamente, trentanove ‘carte’ — risalenti al 1611, che fanno riferimento a una masciara. Il termine evoca, nel folklore dell’Italia meridionale, una figura femminile dai poteri magici o, per essere più incisivi, una strega. La masciara di cui si parla è Dorotheam Dominici, accusata in una dichiarazione di Pietro de Belladuce di aver praticato a pagamento alcuni riti magici che potessero guarirlo da una malattia. Secondo Dorotheam, infatti, il malessere era il sintomo di una maledizione: per liberare Pietro erano necessari alcuni oggetti, come «mezzo rotolo di piombo e due mazzi di lino». Una volta acquistati i materiali da parte del malato, la masciara diede inizio alle sue pratiche magiche, al termine delle quali rassicurò l’uomo su una pronta guarigione. Ciò tuttavia non avvenne e Pietro si vide costretto a interpellare nuovamente la strega, che lo sottopose a un secondo rito: questo consisteva nel recuperare un ramo della stessa altezza dell’uomo, spezzarlo in tre parti, e riporlo sotto il suo letto. Qualche giorno dopo Dorotheam si recò a casa di Pietro per chiedergli del denaro e «robba di mangiare, che teneva in casa sua più genti magare che agiutavano à farmi sanare». Tuttavia, poiché i rituali non avevano avuto alcun effetto, l’uomo si rifiutò di pagarla e le vietò di presentarsi nuovamente a casa sua. Questa è una delle testimonianze che vedono Dorotheam Dominici sul banco degli imputati in un processo per magaria (“magia”), durante il quale fu sottoposta a numerose torture e interrogatori. Ciò che emerge dagli atti è che «Dorotea di Zingaro» non fu arsa viva, né fu espulsa in esilio o perseguitata, ma fu probabilmente soltanto allontanata dal paese per impedirle di praticare ancora le sue arti magiche.
Si conclude qui il tragitto nel centro storico di Conversano: un invito a scoprire la Puglia attraverso le sue bellezze visibili, ma anche attraverso il fascino invisibile del suo patrimonio umano, immateriale e soprattutto femminile.
Tutte le foto, prive di fonti, sono di Alice Lippolis.
In copertina: il Castello Acquaviva d’Aragona.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
