Film 1966. Un anno d’oro per la cinematografia italiana e internazionale. Parte prima

Vale la pena continuare a esplorare intere annate cinematografiche quando ci si imbatte in un anniversario come il sessantesimo dal 1966, un anno d’oro per la produzione italiana e internazionale, che collezionò opere rimaste nella storia del cinema. Sarà addirittura difficile fare delle scelte, tanta fu la ricchezza di proposte, dei generi più vari, ma ci proviamo, seguendo come naturale i nostri personali gusti e dividendo l’articolo in due parti.
Per il 1976 eravamo partite dagli Usa di Taxi driver, attuale come non mai, questa volta invece inizieremo dall’Italia con i primi passi di un genere diventato intramontabile, modello per le cinematografie di tutto il mondo, quello dei cosiddetti “spaghetti western”. Nell’immaginario collettivo e in chi ha sempre apprezzato i film americani con attori alla John Wayne, Gary Cooper, James Stewart, Henry Fonda, eroi senza paura nelle grandi distese dell’Ovest alle prese con banditi e feroci pellerossa, ora si sovrappongono personaggi più articolati e complessi, persino tormentati, come il capostipite: Django diretto da Sergio Corbucci, interpretato da Franco Nero.

Django, la celebre scena iniziale

Pellicola cupa, violenta, crudele che inizia con una scena diventata “cult”: il protagonista che trascina una bara da cui in seguito tirerà fuori una sorta di mitragliatrice. Un uomo cinico e tenace che tuttavia ha un suo particolare codice d’onore, in ricordo della amata moglie assassinata, quando salva dal rogo Maria ed evidenzia in più occasioni la sua lealtà e il suo antirazzismo. Indimenticabile Django Unchained (2012), l’omaggio di Quentin Tarantino, vero cultore del genere e, a suo dire, debitore proprio di Corbucci. Ma non è finita qui: negli anni successivi il pistolero nordista fu al centro di una lunga serie di pellicole, finché nel 1987, ambientato in Colombia, arriverà il sequel Django 2 – Il grande ritorno, ancora con Franco Nero. Nel 2007 un altro curioso omaggio è giunto dal Giappone con la rivisitazione Sukiyaky Western Django, mentre nel 2023 Francesca Comencini ha diretto una miniserie televisiva omonima. Nel 1966 uscì anche un capolavoro (il termine non ci pare esagerato): Il buono, il brutto, il cattivo scritto e diretto da Sergio Leone, che aveva già firmato gli straordinari successi Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, concludendo così la trilogia con il “Biondo” senza nome, nel ruolo del buono.

Clint Eastwood, il Biondo senza nome

Chi non ricorda Clint Eastwood, taciturno e ironico, cacciatore di taglie e giustiziere, che indossa il celebre poncho e ha perennemente in bocca il sigaro? Sarebbe troppo lungo raccontare la genesi del film, la scelta dei comprimari (il brutto: Eli Wallach, il cattivo: Lee Van Cleef), le riprese, l’impatto con il pubblico e con la critica, la notorietà internazionale, ma faremmo un torto a quel genio di Ennio Morricone se non citassimo la sua meravigliosa colonna sonora, entrata nella storia del cinema. Qui si manifestò come non mai la sua maestria sia nell’utilizzare diversi strumenti per identificare i tre protagonisti, con le due medesime note somiglianti all’ululato del coyote, sia nel servirsi di fischi umani (del mitico Alessandroni), spari, colpi, jodel, passando abilmente da una triste ballata a una musica messicana, fino all’incredibile triello finale di 7 minuti, senza dialoghi, solo sguardi. Questa colonna sonora è ormai nella leggenda e inserita fra le più memorabili di sempre, utilizzata, ripresa, reinterpretata dalle star del pop ed eseguita nei concerti sinfonici.
Gli anni Sessanta erano pure l’epoca dei “musicarelli”, un vero fenomeno di costume, amato dal pubblico giovane, genere poi scomparso ma rimasto nel ricordo di chi già frequentava, adolescente, le sale cinematografiche o nelle periodiche rievocazioni; uno per tutti fu Rita la zanzara con una cantante ancora oggi sulla breccia, allora al culmine della fama: Rita Pavone.

Erano pellicole con poche pretese, nate sull’onda di qualche brano musicale e al centro avevano sempre una storia leggera leggera, d’amore naturalmente, briosa e a lieto fine. Sarebbe però riduttivo liquidare il genere e sminuirlo, infatti in vari casi alla regia c’era il meglio del professionismo: qui Lina Wertmüller sotto pseudonimo, che già aveva diretto Rita nella celeberrima serie televisiva Il giornalino di Giamburrasca (1964) e l’anno seguente dirigerà il seguito Non stuzzicate la zanzara. Anche gli interpreti che affiancavano il/la cantante di turno erano nomi di tutto rilievo: il giovane Giancarlo Giannini, la versatile Milena Vukotic, Turi Ferro, Paolo Panelli, Bice Valori, e così via.
Se vogliamo rimanere nel genere della commedia ci piace citare l’esordio come regista di Alberto Sordi, con Fumo di Londra, accompagnato da una bella colonna sonora di Piero Piccioni, che fruttò il David di Donatello allo stesso Sordi, protagonista nel ruolo di Dante Fontana, un antiquario perugino affascinato dall’atmosfera inglese.

Quando la commedia volge al comico un gioiello ineguagliato rimane L’armata Brancaleone di Mario Monicelli che osò assegnare una parte buffa, ridicola, grottesca al più grande attore tragico: Vittorio Gassman. Si tratta di un’operazione geniale che fonde storie, generi, figure, linguaggi che non è per niente invecchiata e continua a dare gioia e divertimento al pubblico, al punto che il termine “armata Brancaleone” è entrato nel dizionario come antonomasia per indicare un gruppo di gente scalcagnata, disomogenea e pasticciona. Parte del successo si deve alle musiche assai azzeccate, come la nota marcetta, composte da Carlo Rustichelli e ai titoli di testa: una bellissima animazione di Lele Luzzati. Ci fu pure un seguito, quattro anni dopo: Brancaleone alle crociate, che piacque, ma senza arrivare all’altezza del primo film, del resto vincitore di tre Nastri d’argento.
Quell’anno fatidico anche Pier Paolo Pasolini si rivolse a un genere per lui nuovo, la commedia grottesca, e a una coppia inedita di attori: Totò e Ninetto Davoli, padre e figlio in cammino per le campagne nei pressi di Roma, a cui si affianca un corvo saccente e antipatico, che farà una brutta fine. Stiamo parlando di Uccellacci e uccellini che ebbe una genesi curiosa nella scelta degli interpreti, molti presi “dalla strada”, come si diceva all’epoca, e varie difficoltà perché Totò era ormai quasi cieco e il corvo per di più tentava di beccarlo agli occhi.

Uccellacci e uccellini, Totò, Davoli e il corvo

Una caratteristica pressoché unica fu l’utilizzo del commento musicale, affidato a Ennio Morricone e alla voce di Domenico Modugno, che compare fino dall’inizio, quando nei titoli di testa vengono cantati i nomi di ogni persona intervenuta nella realizzazione della pellicola: dagli attori al montatore, dal fotografo al regista. Se la critica apprezzò molto il film che ottenne diversi premi, specie per il grande Totò, il pubblico forse non riuscì a capirne la poesia e l’originalità fino in fondo, tuttavia Pasolini era davvero affezionato a questo suo lavoro che lo aveva soddisfatto pienamente e aveva mostrato il talento di due interpreti fenomenali, uno a fine carriera, uno all’inizio. A proposito di grottesco va citato, almeno di passaggio, Marcia nuziale, film in 4 episodi di Marco Ferreri, massacrato dalla censura, non il suo capolavoro ma opportunità per ripensare alla filmografia di un autore sempre originale e spiazzante. Ricordiamo fra gli altri: La donna scimmia, Dillinger è mortoLa cagnaLa grande abbuffata, Ciao maschioChiedo asilo.
Riguardo al genere drammatico qualche parola va spesa per un regista dimenticato, Vittorio De Seta, e per il suo film: Un uomo a metà, che ricevette la Coppa Volpi a Venezia per il protagonista Jacques Perrin, nel ruolo di Michele, un intellettuale tormentato e in crisi che cerca di ricostruire il proprio passato. De Seta è stato un documentarista straordinario e ha unito la finzione alla realtà in modo sapiente, per esempio nel suo Banditi a Orgosolo e in reportage dalla Sicilia e dalla Calabria, testimoniando usanze e riti ormai scomparsi. Impossibile poi non piangere nella visione di Incompreso – Vita col figlio, tratto dal romanzo di Florence Montgomery che in passato veniva regalato a ogni bambina e bambino; la regia di Luigi Comencini ne fa tuttavia un’opera intensa ed emozionante, ambientata nella campagna toscana, e offre un’ulteriore dimostrazione di come sapesse lavorare con ragazzini molto giovani, qui due fratelli orfani di madre in cerca dell’affetto paterno. A tale proposito citiamo almeno l’inchiesta I bambini e noi, gli sceneggiati Le avventure di Pinocchio e Cuore, i film Voltati EugenioUn ragazzo di Calabria, il remake di Marcellino pane e vino.

Che dire di Blow-Up? Palma d’oro a Cannes, una delle pellicole più premiate e iconiche nella produzione di Michelangelo Antonioni, è rimasta come emblema di un periodo preciso e di precisi luoghi, riferendosi proprio all’epoca in cui nacque e si ambientò: il fotografo londinese (David Hemmings), dal look tipico con camicia sbottonata e jeans bianchi, che fa scatti a ripetizione sovrastando la celebre modella Veruschka, è nei nostri ricordi, come lo vedessimo in questo istante. Blow-up è un’espressione che significa nel gergo fotografico: ingrandimento; proprio grazie a ciò Thomas si convince di aver assistito per caso a qualcosa di terribile, forse un delitto, tuttavia gli eventi si complicano e l’uomo non sa più se si è trattato di fantasia o realtà, come dimostra il misterioso finale con la partita a tennis senza pallina e senza racchette. L’idea iniziale era venuta al regista due anni prima, leggendo un racconto dell’argentino Julio Cortázar intitolato La bava del diavolo, che gli fornì lo spunto della fotografia e delle possibilità che offre per analizzare il reale, o per deformarlo. Del cast facevano parte grandi nomi di livello internazionale, da Vanessa Redgrave a Sarah Miles, da Jane Birkin a Peter Bowles, con qualche originale apparizione di cantanti inglesi e di personaggi assai famosi nella Swinging London, non a caso espressione nata nell’aprile 1966 sulla rivista Time.

Concludiamo la riflessione sulla cinematografia italiana di quell’anno fortunato con due opere, diversissime fra loro, ma accomunate dalla medesima attenzione per gli eventi: il quadro storico in una, la situazione socio-politica nell’altra. La presa del potere da parte di Luigi XIV di Roberto Rossellini, prodotta dal canale televisivo francese Ortf, è una accurata e raffinata ricostruzione del momento in cui il giovane Luigi nel 1661, alla morte di Mazzarino, prende nelle sue mani il potere e si dedica alla costruzione della reggia di Versailles, apoteosi del proprio autocompiacimento, trionfo dell’assolutismo e gabbia dorata per la nobiltà. La battaglia di Algeri è una potente ricostruzione in bianco e nero ambientata interamente dove si svolsero solo pochi anni prima i fatti salienti della guerra coloniale della Francia contro il Fronte di liberazione algerino. Il film, ritenuto fra i più belli dell’intera cinematografia italiana, vinse il Leone d’oro a Venezia e il suo regista, Gillo Pontecorvo, seppe creare un documento unico, vivo, palpitante fatto di testimonianze dirette, con quasi tutti interpreti non professionisti, e di crude scene realistiche delle violenze perpetrate dall’oppressore ai danni dei ribelli.

La casbah di Algeri nel 1900, foto di Roger Viollet

La Francia “vinse” quella repressione utilizzando ogni mezzo, ma nel 1962 arrivò comunque l’indipendenza perché ormai il colonialismo era una forma di potere indegna per un Paese civile, rifiutata sia per le pressioni internazionali, sia per il comune sentire dello stesso popolo francese. L’impegno politico di Pontecorvo, maturato fino dalla gioventù e dalla partecipazione attiva alla Resistenza, già evidenziato con il drammatico Kapò, si concretizzò in seguito con almeno due altre opere memorabili: Queimada con Marlon Brando protagonista, film dedicato alla sopraffazione coloniale in un Paese sudamericano, e, dieci anni dopo, Ogro con Gian Maria Volonté, sul tema del terrorismo basco e l’attentato al Presidente del consiglio spagnolo Luis Carrero Blanco.

In copertina: particolare della locandina del film Rita e la zanzara.

Il resto, come si suol dire, alla prossima puntata con la produzione internazionale, ugualmente memorabile.

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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