Il World Press Photo, giunto a settantuno anni di storia attraverso milioni di immagini, custodisce un dato statistico che pesa come una pietra: soltanto cinque donne hanno vinto il premio più ambito del fotogiornalismo mondiale. Il riconoscimento non era mai andato a una fotografa prima di Françoise Demulder nel 1977, Dayna Smith nel 1999, Lara Jo Regan nel 2001 e Jodi Bieber nel 2010. Quindici anni dopo l’ultimo trionfo femminile, nel 2026, Carol Guzy si aggiudica il World Press Photo of the Year con lo scatto intitolato Separated by ICE.
La fotografia di Guzy mostra Luis, un migrante ecuadoriano senza precedenti penali, fermato dagli agenti subito dopo un’udienza in un tribunale per l’immigrazione. Accanto a lui si trovano la moglie Cocha e le tre figlie di sette, tredici e quindici anni. Quando gli agenti hanno bloccato Luis, le figlie si sono strette alla sua camicia in una scena straziante, urlando e piangendo. Lo scatto immortala l’istante successivo, focalizzandosi su tre volti femminili disperati e su un groviglio di mani. Al centro, il volto di una bambina piangente esprime tutto il dolore possibile, mentre Luis è ormai praticamente fuori campo. Nell’inquadratura rimane solo il femminile, con i corpi delle donne che cedono all’impossibilità di trattenere l’uomo, lasciati a fronteggiare immediate difficoltà economiche e un profondo trauma emotivo.

Non è la prima volta che il World Press Photo of the Year sceglie un corpo femminile per esprimere ciò che le parole non sanno contenere. Nel 2024 la giuria premiò Mohammed Salem per l’immagine di Inas Abu Maamar che stringeva a sé il corpo della nipotina Saly di cinque anni, uccisa da un missile israeliano. Nel 2010 la giuria scelse la fotografia di Bibi Aisha, la diciottenne mutilata dai talebani per aver lasciato il marito, poiché trattava la violenza di genere con un’immagine dignitosa che parlava della condizione delle donne nel mondo. La fotografa Jodi Bieber raccontò di aver posato la macchina fotografica per parlarle da donna a donna, scegliendo deliberatamente di non ritrarla come una vittima ma di metterne in luce la bellezza. Emerge così un filo conduttore che unisce queste opere, dove il corpo femminile diventa mappa del dolore collettivo e superficie su cui il mondo proietta le sue crisi, dove la donna che piange racconta la guerra, la donna che abbraccia racconta l’insostenibile e la donna che rimane racconta l’abbandono.

Credit: © Victor J. Blue, for The New York Times Magazine
Il Wpp 2026 offre anche un altro punto di vista grazie all’immagine finalista scattata da Victor J. Blue in Guatemala, intitolata Il processo delle donne Achi. Lo scatto ritrae Doña Paulina Ixpatá Alvarado, che fu detenuta e violentata per venticinque giorni nel 1983, in piedi insieme ad altre compagne Maya Achi fuori dal tribunale di Città del Guatemala il 30 maggio 2025. Quel pomeriggio, tre ex paramilitari e soldati delle Pattuglie di Difesa Civile sono stati condannati a quaranta anni di carcere ciascuno per stupro e crimini contro l’umanità. La giuria ha sottolineato come la fotografia valorizzi la dignità e l’autorità delle donne, contrastando le narrative storiche che rappresentano le sopravvissute alle violenze come soggetti impotenti. Il ritratto documenta un momento di forza collettiva al termine di una battaglia durata quattordici anni. Durante la guerra civile guatemalteca, protrattasi dal 1960 al 1996, l’esercito utilizzò lo stupro come arma deliberata all’interno di una campagna di genocidio che causò oltre duecentomila vittime, in gran parte indigene. Nel 2011 trentasei donne Achi ruppero il silenzio e nel 2018 presentarono una denuncia formale alla Procura. Nonostante un sistema giudiziario ostile e la sospensione degli aiuti esteri statunitensi all’inizio del 2025, che eliminò i finanziamenti per il team legale delle donne, il gruppo ha perseverato fino alla storica sentenza. Il verdetto rappresenta un rifiuto definitivo dell’impunità, riconoscendo finalmente i diritti umani delle sopravvissute.

All’interno della mostra si genera così una tensione straordinaria tra il dolore e la forza del genere femminile, entrambi capaci di raccontare il mondo sia attraverso la sofferenza di chi resta sia mediante la vittoria di chi lotta a testa alta.
L’esposizione si apre con la serie di foto Farīsāt, le figlie della polvere da sparo, realizzata dall’italiana Chantal Pinzi, che da sempre si impegna per dar voce alle donne delle comunità marginalizzate. Le cinque fotografie documentano la Tbourida, una tradizione equestre marocchina del sedicesimo secolo, che simula una guerra di cavalleria, e da cui le donne erano storicamente escluse. Solo dopo le riforme del codice di famiglia del 2004 le donne hanno iniziato a lottare per partecipare e oggi si contano sette compagnie interamente femminili su circa trecento esistenti.

La prima foto ritrae Ghita Jhiate mentre cavalca il suo stallone indisciplinato. Il suo sogno, realizzato dopo lunghi divieti paterni nel 2025, era di cavalcare accanto alla pioniera Zahia Aboulait. Visivamente, Ghita evoca l’iconografia del Bonaparte valica il Gran San Bernardo di Jacques-Louis David, rovesciando la consuetudine storica che riservava tali pose di potere e comando esclusivamente ai condottieri uomini.
Il secondo scatto è un ritratto della compagnia di Bouchra Nabata, una delle prime cavaliere della Tbourida. La terza immagine cattura Noura e altre donne nell’istante più pericoloso dell’esibizione, ovvero quello che segue lo sparo, ricco di tensione drammatica. La quarta fotografia mostra un momento intimo di cura nella scuderia della famiglia Nabata, mentre la quinta inquadra un festival in cui un’unica compagnia era composta da donne.
Dalle steppe marocchine si passa alla cruda realtà di Bambini indesiderati (Children Who Do Not Exist), progetto della fotografa iraniana Kiana Hayeri incentrato sulla migrazione e sull’identità nei contesti di guerra. L’opera ritrae Edith Magomere Ingasiani e sua figlia Blessings di nove anni nella loro casa in Kenya. Nata in Arabia Saudita nel 2016, la bambina è rimasta per anni invisibile allo Stato, priva di documenti e del diritto all’istruzione. Edith fa parte delle migliaia di donne keniane che emigrano in Arabia Saudita per lavori domestici, subendo spesso il sequestro del passaporto. Avendo nascosto la gravidanza per evitare l’arresto previsto per le donne non sposate, ha partorito da sola e ha continuato a lavorare per mantenere gli altri figli in patria, prima di riuscire a rientrare in Kenya nel 2024 dopo un limbo burocratico durato quasi un decennio.
Dall’Africa all’Asia, il reportage Sabotare l’istruzione (Hijacked Education) di Diego Ibarra Sánchez, fotoreporter che dal 2011 documenta la crisi dell’istruzione in nove Paesi tra Asia occidentale e meridionale, Europa e Sud America. Tra le quattro immagini esposte, si vedono ritratte delle studenti pakistane nella loro scuola, attaccata dai talebani nel 2012, poi delle ragazze afghane, che seguono lezioni non ufficiali all’aperto, nel distretto di Chaparhar. Il divieto scolastico in Afghanistan colpisce ancora oggi quasi 2,2 milioni di studenti, impedendo loro di frequentare istituti d’istruzione di qualsiasi ordine e grado.
Non è un caso che donne, ragazze e bambine siano protagoniste della maggior parte di queste immagini, poiché rappresentano infatti la categoria maggiormente colpita dal sabotaggio dell’istruzione. Lo conferma anche il secondo reportage di Sánchez presente in mostra, composto da altre quattro fotografie. Un’immagine fa parte della raccolta di foto Roaring of the Bus, che documenta il viaggio quotidiano al femminile verso la scuola in Afghanistan, Pakistan, Libano, Siria, Iraq e Ucraina. Un’altra ritrae la maestra Nora Nancy costretta a fuggire dopo l’uccisione di alcune colleghe da parte delle Farc, che hanno minacciato, rapito e ucciso numerosi insegnanti nel corso del conflitto armato colombiano, poiché molte maestre e maestri si sono opposti al reclutamento forzato di minori, rappresentando le uniche figure colte e autorevoli nelle zone rurali.
La condizione delle donne afghane è approfondita anche dal reportage Ho paura: le donne afghane rischiano i tagli agli aiuti statunitensi, di Elise Blanchard, fotoreporter freelance che concentra il suo lavoro sull’impatto della guerra su donne e ragazze, sulle crisi umanitarie e sul governo dei talebani. Donald Trump nel 2025 ha firmato un ordine esecutivo che congelava quasi tutti gli aiuti esteri statunitensi, portando alla sospensione o alla chiusura di 422 strutture sanitarie in Afghanistan. La crisi si abbatte con particolare brutalità sulla provincia remota di Daikundi, dove le donne incinte hanno il supporto esclusivamente di levatrici locali. In alcune cliniche, le ostetriche hanno continuato a lavorare senza stipendio né forniture, impossibilitate ad abbandonare le donne di cui si prendevano cura.
Le quattro foto testimoniano questo collasso mostrando le visite neonatali di Gulshaman, il lavoro dell’ostetrica Atifa alla Malmastok Family Health House ormai priva di farmaci, le donne in fila nell’ambulatorio di Waras dove l’unica ostetrica opera senza stipendio e i timori di Zahira nel raggiungere una paziente incinta.
La rassegna asiatica si conclude con Il dolore di una figlia del fotoreporter kashmiro Yasir Iqbal, che documenta il conflitto nella regione contesa tra India e Pakistan dal 1947, quando la spartizione dell’India britannica aprì una guerra che non si è mai davvero chiusa. La fotografia di Iqbal sposta l’attenzione dalla geopolitica alle persone. Ritrae Sanam Bashir, 21 anni, che crolla dal dolore durante il funerale di sua madre, vittima dei bombardamenti durante l’escalation militare del 2025 lungo la Linea di Controllo.
Nella sezione Sud America, il progetto L’Assenza di Ferley A. Ospina analizza la piaga colombiana dell’abbandono forzato nel Norte de Santander, dove i conflitti territoriali tra guerriglia e paramilitari hanno strappato gli uomini alle loro famiglie. Le immagini esposte ritraggono le donne della famiglia Ospina a Los Patios, costrette a reggere il peso dell’assenza di padri e mariti interamente sulle loro spalle. Anche in Europa il corpo femminile è al centro con Engla Louise, della fotografa svedese Sanna Sjöswärd, un lavoro ventennale che documenta il grave disturbo alimentare di una ex ballerina di danza classica. Il progetto scardina i pregiudizi sulla patologia ed evidenzia le carenze del sistema pubblico svedese, richiamando l’impatto innegabile dei canoni estetici e della disciplina sportiva sui corpi femminili. Il corpo oltre i confini dell’età torna nel reportage Maternità a 60 anni, che affronta la ridefinizione dei limiti biologici e sociali della genitorialità.
In apparenza lontano dai temi biologici, il reportage su Emma, un robot sociale progettato per l’interazione emotiva, affronta la medesima questione legata all’assistenza. Emma è dotata di espressioni e comportamenti che richiamano stereotipi associati alla femminilità, mostrando come la tecnologia e l’intelligenza artificiale tendano spesso a riprodurre le gerarchie e i ruoli di genere delle società umane affidando a figure femminilizzate le funzioni di supporto emotivo.
Dalla dimensione tecnologica della cura si passa al protagonismo politico con le fotografie delle Mobilitazioni pro-Palestina alla Columbia University. Nelle immagini le studenti occupano una posizione centrale organizzando le proteste, resistendo agli sgomberi. Il reportage mostra come il protagonismo femminile nei movimenti contemporanei non si limiti più alle rivendicazioni di genere, ma si estenda alle grandi questioni geopolitiche mondiali, intrecciando femminismo, antirazzismo e giustizia sociale. Questa spinta all’azione collettiva trova la sua massima espressione in A Territory of Hope, un reportage che mette in luce la capacità delle donne di ricostruire comunità ferite da violenza, povertà o migrazione.
Letti insieme, questi scatti disegnano una geografia del femminile contemporaneo non più limitato alla sua dimensione di sofferente vittima passiva del dolore, ma nell’atto di pretendere giustizia, di combattere e di resistere per trasformare la realtà.
L’esposizione solleva una riflessione sul ruolo politico e civile del fotogiornalismo, un mestiere pericoloso e precario svolto da professioniste/i disposti a vivere per anni in zone di conflitto pur di favorire la comprensione della realtà. Accanto alla gratitudine per queste/i testimoni visivi, la mostra lascia aperta la questione dell’ineguaglianza nella copertura mediatica globale, ponendo l’auspicio che l’informazione sappia distribuire il proprio sguardo in modo equo tra i conflitti dimenticati e le vicende da prima pagina.
Gli scatti concorrenti al World Press Photo 2026 sono in mostra a Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 29 giugno 2026, saranno a Lodi dal 26 settembre 2026 al 25 ottobre 2026, e restano consultabili liberamente sul sito ufficiale.
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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
