Mauritania. Un mondo di donne?

Il primo ostacolo che incontro quando cerco di comunicare con le donne mauritane è la lingua: poche, infatti, parlano francese e l’hanno appreso il più delle volte “commerciando”, ovvero cercando di vendere bijoux e piccoli oggetti di artigianato a lato della strada, come mi ha detto una di loro, quasi scusandosi. Così si imparano innanzitutto i numeri, per dire il prezzo sul quale ci sarà inevitabilmente da contrattare, però si può anche iniziare una conversazione, aprire spiragli su mondi altri. 
M. è stata la mia prima ospite: all’arrivo ho alloggiato a casa sua (meglio: a casa del marito) e non c’era una lingua comune, perché lei parla solo Hassaniya, l’arabo di Mauritania, ma ci sono stati sorrisi e gesti — la mano al cuore, cenni del capo, dita che indicano. Mi è bastato apprezzare il suo “velo”, il mehlfa tradizionale che la copre dalla testa ai piedi, anche in casa, per avviare una comunicazione. Il mehlfa è un grande rettangolo di tessuto variopinto, lungo fra i 3 e i 5 metri, che si indossa sopra i vestiti, annodandolo sulle spalle e avvolgendolo successivamente intorno al corpo, in modo da coprirlo completamente, lasciando spazio solo al viso e alle mani. Sorpresa dal mio interesse, M. mi ha portato nella stanza adiacente, ha chiuso la porta e mi ha insegnato a mettere il mehlfa, poi ha chiesto al marito il permesso di regalarmelo. Un gesto di amicizia che non mi aspettavo seguito da altre confidenze senza parole: durante la serata, quando siamo rimaste sole, M. mi ha mostrato le immagini del suo cellulare. Così mi ha mostrato la regione da cui proviene, una zona rurale piuttosto verde nel sud, vicino al Senegal; ma soprattutto ho visto lei, protagonista di molti video, dove appariva perfettamente truccata, le mani dipinte con l’henné, impegnata a cantare in playback le sue canzoni preferite, lo sguardo intenso rivolto allo schermo, i gesti espressivi. Una M. del tutto diversa da quella silenziosa che ci preparava il tè, senza mai pranzare con noi; in casa, dice il marito, è la donna che comanda, ma sembra proprio che questa “libertà” sia rigidamente regolata dalle consuetudini e finisca al cancello, o rimanga congelata nello schermo del cellulare. 

Mehlfa

Durante il viaggio lo scambio di occhiate, sorrisi, ça va? difficilmente ha avviato conversazioni; ma B. (una mia compagna di viaggio) e io eravamo letteralmente divorate dalla curiosità e, vagabondando senza una meta precisa, abbiamo avuto qualche incontro fortunato.
Sappiamo tutte come la condizione femminile in gran parte del mondo significhi sottomissione, privazioni di ogni genere, mancanza di identità; lo abbiamo letto, lo abbiamo visto sugli schermi, lo hanno raccontato tante di noi in diverse occasioni; tuttavia, verificarlo nella realtà ha sempre un sapore amaro. Soprattutto, a noi visitatrici sembra impossibile che ragazze giovani, acculturate, a volte perfino cresciute in Europa siano del tutto inconsapevoli di sé stesse come persone autonome, che hanno diritto di scegliere e prendere decisioni rispetto alle loro vite. Abbiamo incontrato S. a Nouakchott, passando di fronte a casa sua, in un quartiere che potremmo definire di classe media. È una ragazza sui vent’anni che ci ha stupito apostrofandoci in spagnolo. Infatti è cresciuta a Barcellona, dove suo padre lavorava, ha frequentato scuole spagnole, ma poi ha dovuto seguire la famiglia nel viaggio di ritorno. Dice che il padre ha deciso di rientrare in patria per stabilirsi in città, costruirsi una casa e assicurare alla famiglia un futuro adeguato. L’abitazione è nuova e moderna, la madre di S. molto accogliente; nessuna donna della famiglia sembra a disagio o insoddisfatta. S., ormai intorno ai vent’anni, sta aspettando un buon matrimonio; nel frattempo la sua vita quotidiana è fatta di incontri con le amiche, foto e chiacchiere sui social, rigorosamente fra le mura di casa o nel vicinato. 
Un’esperienza tutta diversa ci aspettava nel villaggio di Beyhed, tra le montagne dell’Adrar; qui un intraprendente abitante gestisce il Musée de la Prehistoire, dove ha raccolto esempi di arte rupestre che mostra con orgoglio a visitatori e visitatrici. Ci propone uno spettacolo serale, in cui le ragazze canteranno per noi; ci spiega che si tratta di ragazze molto giovani, non ancora sposate, che si divertono tra loro cantando e sarebbero felici di offrirci un breve saggio delle loro abilità.
Così la sera siamo ospiti sotto la tenda che funge da centro del villaggio (qui siamo in montagna e la notte è piuttosto fredda); le ragazze sono raggruppate in un angolo, visibilmente emozionate; una di loro ha l’incarico di preparare l’immancabile tè alla menta, mentre la percussionista tiene davanti a sé un grosso bidone ovale di plastica, dal quale trae la musica che accompagna il canto. L’organizzatore si accommiata subito: infatti la sua presenza sarebbe motivo di vergogna per le giovani. 
Il coro è piuttosto ripetitivo e a quanto ci viene spiegato i canti si riferiscono alla vita quotidiana. A un certo punto uno dei nostri accompagnatori ci comunica che il “testo” ci invita a ballare… subito chiediamo che anche le ragazze partecipino. Dapprima si schermiscono, ma è evidente che hanno una gran voglia di esibirsi. Così, mentre qualcuna di noi accenna dei passi, due di loro si alzano e, coprendosi anche il viso come previsto dalla tradizione, cominciano a danzare leggiadre nella luce fioca. Dimostrano una gran disinvoltura, segno che probabilmente, tra di loro, si riuniscono per allenarsi — ci sarà, prima o poi, un matrimonio o qualche festival in cui danzare, farsi ammirare e, probabilmente, trovare uno sposo. Rivedremo solo una di loro la mattina seguente, alla scuola dove consegniamo quaderni e cancelleria: una volta adempiuto l’obbligo, verso i dodici anni le ragazze smettono di studiare, restano a casa, apprendono come gestire la famiglia, si sposano. 

Le misteriose danzatrici di Beyhed

Qualche giorno dopo, finalmente, incontro una donna indipendente: vicino a Ouadane Z. gestisce una delle rare maison d’hôte della zona, l’Auberge Vasque, presente su diversi social. Z. ci ha accolto cordialmente, ma è subito sparita oltre la porta della cucina a preparare, ordinare, organizzare. La maison è essenziale, molto pulita e ben strutturata; nella sala da pranzo c’è una piccola libreria: la maggioranza dei testi riguarda il deserto e la zona dell’Adrar, ma non mancano titoli del tutto imprevisti, dalla fantascienza alla politica, fino al femminismo, forse regalati da qualche ospite.
Parlare con Z. è stato impossibile ma il mattino dopo, prima della partenza, l’ho seguita in cucina e le ho chiesto un contatto; è stato così che, via WhatsApp, mi ha raccontato qualche dettaglio della sua vita. Z. ha 41 anni, due figli ed è divorziata; in Mauritania il divorzio sembra essere una pratica abbastanza consueta, non penalizzante per le donne, che anzi ne ricavano uno “status” di persona esperta della vita. Una vita che, mi scrive Z., è stata tutt’altro che facile: proviene da una famiglia povera (ma, dice saggiamente, «non esisteva il denaro, prima della creazione», dunque…); come tante altre anche lei era una venditrice, che al bordo della strada offriva modesti manufatti locali a chi raramente passava. Ha saputo risparmiare, lavorando anche in albergo, finché ne ha acquisito la gestione. Compito non facile per una donna, «dare ordini non fa parte della nostra cultura […] si ricevono anche minacce»; ma «con il coraggio si supera ogni difficoltà», conclude. La maison di Z. è famosa nei dintorni, ha perfino un sito web, ospita ogni anno un festival di prestigio che riunisce musiciste/i, danzatori e danzatrici, artiste/i di tutta la zona e altre manifestazioni, mantenendo vive le tradizioni e l’artigianato. 

L’Auberge Vasque
La biblioteca

La Mauritania conserva ancora forti legami con la Francia, di cui è stata colonia fino al 1960 (per contro, la Francia mantiene la sua influenza sia culturale, ma soprattutto economica, sul Paese). Nella capitale ho incontrato un’insegnante del prestigioso college intitolato a Théodore Monod (il famoso umanista ed esploratore che si è dedicato per tutta la vita allo studio dell’Africa dell’ovest); si tratta dell’unico liceo francese del Paese, frequentato dai figli e dalle figlie dell’élite mauritana, trampolino di lancio verso carriere prestigiose sia in patria che all’estero… soprattutto per i ragazzi, visto che per le ragazze l’obiettivo pare ancora essere il matrimonio. L’insegnante, moglie di un’eminente personalità mauritana e residente in città da molti anni, sembra molto disponibile a condividere la sua esperienza, soprattutto riguardo alla condizione femminile. A scuola, afferma, c’è un grande desiderio di sperimentare; grazie a un finanziamento (che però non si è ripetuto) è stata pubblicata una rivista, redatta da studenti, su diverse importanti problematiche. Gli argomenti spaziano dall’istruzione all’ambiente, dall’economia alla politica, dalla salute alla questione femminile. Un articolo, particolarmente significativo, dal titolo: Matriarcato: diffidate delle apparenze! sottolinea come la libertà delle donne mauritane sia solo apparente: infatti, anche se non è raro vedere donne alla guida di auto 4×4 nei quartieri della città, anche in ore serali, permangono pesanti discriminazioni nei loro confronti, che nulla hanno a che vedere con l’appartenenza ai diversi gruppi etnici presenti nel Paese, poiché purtroppo ovunque è l’uomo a occupare una posizione dominante. I matrimoni combinati, anche di minorenni, sono ancora la regola, comprensivi dell’umiliante rituale del gavage prematrimoniale, l’alimentazione forzata della futura sposa perché si mostri più florida possibile; sono poi i figli maschi a ereditare la parte maggiore dei beni di famiglia. Inoltre, nel 1981 il Paese ha incluso la Sharia nel Codice penale e infine, per quanto riguarda lo stupro, le donne sono considerate responsabili, condannate e incarcerate. Infine, l’articolo affronta anche il problema economico: le donne occupano i posti di lavoro meno pagati e senza responsabilità, la mentalità corrente sostiene che dovrebbero rimanere a casa e non partecipare alla vita pubblica. Purtroppo l’insegnante conferma che anche fra le studenti è diffusa l’opinione che le donne stuprate siano in qualche modo complici e, quindi, colpevoli, mentre permangono argomenti tabù, primo tra tutti la mutilazione genitale femminile, di cui a scuola non si può parlare.

Mehlfa

La rivista riporta sul retro un’immagine emblematica del “comitato di redazione”: una trentina di giovani sorridenti, di cui la maggioranza ragazzi vestiti “all’occidentale”; le ragazze invece sono quasi tutte coperte dal mehlfa, a ribadire quanto ancora sia profonda l’influenza della tradizione in questo Paese che si dichiara aperto alla modernità. 

In copertina: donne in interno mauritano. Tutte le foto sono di Rossella Perugi.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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