Nata a Jarocin, allora in Prussia oggi in Polonia, il 9 dicembre 1915, morta a Schruns, in Austria, il 3 agosto 2006, Olga Maria Elisabeth Friederike Schwarzkopf, donna dalle tante patrie, è stata una delle più grandi cantanti liriche del XX secolo. Ne celebriamo dunque i venti anni dalla scomparsa visto che nel mondo dell’opera ha lasciato un vuoto per le sue ineguagliate doti di interprete versatile e straordinariamente musicale, che possiamo riascoltare e apprezzare in varie registrazioni. Proveniente da una famiglia tedesca con un padre insegnante di latino e greco, non era portata per gli studi classici, strimpellava il pianoforte ed era appassionata di canto fino da bambina. Fu allora iscritta al Conservatorio di Berlino dove studiò canto, pianoforte, organo, viola e composizione; per proprio divertimento imparò anche a suonare la chitarra. Dapprima fu indirizzata a diventare contralto, ma la sua voce così non si esprimeva al meglio ed Elisabeth ne stava ricavando solo delusioni; fu poi guidata al registro di soprano grazie ai consigli del collega e maestro Karl Schmitt-Walter. In questo percorso ebbe un valido supporto nel celebre soprano leggero ungherese Maria Ivogün (1891-1987), insieme al marito, ottimo pianista.

Il debutto arrivò nel 1938 nel Parsifal di Richard Wagner, quando dovette imparare la parte in soli due giorni, e il lavoro proseguì a Berlino negli anni successivi, durante i quali aderì al Partito nazista, come del resto gran parte della popolazione tedesca. Ma furono momenti tristi perché girava per i teatri di provincia in tempo di guerra, con le recite spesso interrotte per gli allarmi aerei, eseguiva ruoli secondari senza poter emergere e mangiava, come ha raccontato, frittata di cipolle e patate lesse in squallide birrerie. Nel 1942 iniziò a ottenere prime parti al Teatro dell’Opera di Vienna dove fu sia Musetta che Mimì nella Bohème di Puccini, Costanza nel Ratto dal serraglio di Mozart, Zerbinetta in Arianna a Nasso di Richard Strauss, Nedda nei Pagliacci di Leoncavallo. Finita la guerra ottenne la cittadinanza austriaca; fino al 1965 fu impegnata in quel teatro in oltre 150 rappresentazioni.
Nel 1946, durante un’audizione, aveva conosciuto il futuro marito Walter Legge, noto produttore discografico britannico e fondatore della London Philarmonic Orchestra, e scoppiò subito la scintilla fra i due, vuoi per la meravigliosa esecuzione di un Lied di Hugo Wolf (compositore che dovrà a lei la riscoperta) vuoi per la bellezza della ragazza.
In un primo tempo Walter Legge le fece un contratto esclusivo con la Emi e le fu manager, quindi, ottenuto il divorzio, la sposò, nel 1953, in Inghilterra, dopo averla chiesta in moglie raggiungendola per telefono in Australia. La cantante così cambiò ancora una volta cittadinanza, mentre procedeva la sua carriera di successo in successo. Cosa la distinse, infatti, dalle pur bravissime colleghe contemporanee? Intanto la splendida voce guidata da una tecnica solidissima e una musicalità non comune per cui poteva muoversi fra ruoli assai diversi: dai toni lirici ma anche drammatici, di coloratura e belcantistici. Aveva poi il dono di interpretare la parola e di calarsi nelle parti con finezza psicologica. Sapeva stare sul palcoscenico con disinvoltura e agilità, come un’attrice, al contrario di molte cantanti dell’epoca, robuste, goffe, statiche; lei era slanciata, bionda, bella e dotata di fascino innato. Tutto questo le consentì di unire all’opera lirica, praticata in modo oculato fino in età matura, l’esecuzione dei Lieder tedeschi di cui divenne un assoluto punto di riferimento. «Forse la migliore cantante in Europa», disse di lei Herbert Von Karajan. Fu pure una brava insegnante, esigente ma generosa di consigli.
Dal 1950 al 1964 ha inciso molte opere integrali, sempre solo per la Emi, insieme a colleghe/i prestigiosi come Alfredo Kraus, Rolando Panerai, Nicolai Gedda, Anna Moffo, Fiorenza Cossotto; a questo vasto repertorio aggiunse esempi di musica sacra, come la Passione secondo Matteo di Bach e la Messa da Requiem di Verdi, vari recital e selezioni di brani d’operetta. A proposito di dischi merita ricordare che la registrazione di Turandot, avvenuta nel 1957 sotto la direzione del maestro Tullio Serafin, rappresenta un caso eccezionale: si tratta infatti dell’unica testimonianza in cui si può ascoltare Maria Callas nelle vesti dell’algida principessa cinese e di Schwarzkopf come la dolce e coraggiosa Liù, al meglio delle sue doti canore e interpretative.
Ritornando al suo percorso artistico, dal 1947-48 fece varie tournée a Londra dove interpretò più volte uno dei suoi cavalli di battaglia: Donna Elvira nel Don Giovanni e ancora Mozart con il Flauto magico; al Teatro alla Scala di Milano, dove si esibì per diverse stagioni, fu sia Pamina sia la Contessa di Almaviva nelle Nozze di Figaro. Questa sarà pure la sede dei suoi massimi successi grazie a una molteplicità di ruoli creati da compositori assai diversi fra loro per stile, epoca, nazionalità: da Richard Strauss a Wagner, da Debussy a Gounod, da Puccini a Verdi. Fu aperta anche alle novità, tanto da essere la prima interprete di Anne Trulove, personaggio chiave nell’opera La carriera di un libertino (The Rake’s Progress) di Igor Stravinskij che debuttò al Teatro La Fenice di Venezia l’11 settembre 1951, sotto la direzione dello stesso autore. Nello stesso anno, fu Eva nei Maestri cantori di Norimberga al festival di Bayreuth diretta da Von Karajan, che la diresse anche (nel 1955) nella registrazione dell’operetta Die Fledermaus (Il pipistrello) di J. Strauss Junior. Negli anni Cinquanta i suoi trascorsi giovanili nella Germania hitleriana vennero dimenticati e finalmente fu accolta negli Usa dove si esibì a San Francisco e a New York. Nel 1955 ebbe il grande onore di ricevere dalle mani di Arturo Toscanini il premio “Orfeo d’oro”. Nel periodo successivo la cantante decise di ridurre fortemente il suo vasto repertorio, restando legata a pochi ruoli divenuti le sue eccellenze: Alice Ford di Falstaff (Verdi), la Marescialla del Cavaliere della rosa (R. Strauss) e le mozartiane Donna Elvira, Fiordiligi, la Contessa di Almaviva.

Dopo l’ultima apparizione in un’opera a fine 1971, si dedicò ai concerti e all’insegnamento in corsi di perfezionamento e conservatori in Europa e negli Usa. Si ritirò definitivamente nel 1979; rimasta vedova, di lì a poco si trasferì a Zurigo per un ventennio, quindi si stabilì in Austria dove morì nel sonno novantenne.
Nel 1974 aveva ricevuto la Gran Croce dell’Ordine al merito in Germania e nel 1992, dalla regina Elisabetta, il titolo di Dama dell’Impero britannico. Nel 1977 ottenne la laurea honoris causa dall’Università di Cambridge e nel 1993 fu nominata membro a vita dell’Opera di Stato di Vienna. Due anni dopo uscì la sua autobiografia intitolata: A Career on Record (Amadeus Press).
Concludiamo il ricordo con le sue parole, degne di chi ha sempre affermato di vivere per la musica e il canto: «Arte significa soprattutto civiltà, bontà e pace. Attraverso il linguaggio universale della musica vorrei compiere quel miracolo che nessuna politica e nessuna rivoluzione riuscirà mai a fare; vorrei, insomma, non soltanto piacere all’umanità, ma cercare di renderla più buona». (da Elisabeth Schwarzkopf: la signora delle rose del musicologo Giovanni Carli Ballola, 1967).
In copertina: Elisabeth Schwarzkopf. Autore Fred Erismann, Theaterfotograf Berna (particolare). Opera di libero dominio.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
