Editoriale. Una lettera d’amore 

Il ventisettesimo del Purgatorio dantesco è il canto del commiato. Dopo averlo guidato attraverso l’Inferno e buona parte del Purgatorio, Virgilio sente che Dante è pronto per procedere senza di lui e lo saluta per tornarsene nel Limbo. Gli dice: con me hai visto di tutto, il fuoco eterno infernale e quello, passeggero, del Purgatorio, ma il mio compito è concluso e non posso più accompagnarti; ti ho portato fin qui «con ingegno e con arte» e adesso puoi orientarti da solo, seguendo ciò che ti piace e in cui credi. Hai imparato, ce l’hai fatta, ora guarda la bellezza del sole, delle piante, dei fiori. E conclude: non aspettarti più che io ti guidi con parole e gesti, la tua volontà è libera, dritta e sana, e sbaglieresti a non seguirla; sei tu il signore di te stesso. Possiamo immaginare una stretta di mano, un abbraccio, forse una lacrima, ma questo il Poeta non lo dice.
Il saluto è toccante, però Dante sa che è definitivo e soprattutto inevitabile. Di certo ripenserà spesso al suo Maestro, ne conserverà il ricordo commosso e grato ma non rimpiangerà quell’addio: il tempo si è compiuto, bisogna guardare avanti. È quello che succede con i maestri e le maestre: per geniali che siano, per profondo — e anche affettuoso — che sia stato il rapporto con loro, prima o poi bisogna accomiatarsi.
Il ventisettesimo del Purgatorio è il saluto migliore che l’insegnante possa fare alla sua classe, e chi sta ai vertici della cultura e dell’istruzione — per non dire dello Stato — dovrebbe saperlo. Invece no, non lo sa. E, data l’ignoranza, se ne scandalizza.

Circa un mese fa il professor Massimo Sabbatini, docente di italiano, latino e greco presso il liceo classico romano Vivona, finiti gli esami si è congedato dalle due classiquinte con una lettera che citava proprio il ventisettesimo canto del Purgatorio. Gli esiti degli esami erano stati resi noti, lui non era più il loro professore, la relazione si era conclusa, quei ragazzi e quelle ragazze non erano più affar suo ma, proprio per questo, ha sentito di voler accomiatarsi da loro riconoscendo la loro maturità, la loro indipendenza. Oltre a Dante, nella lettera Sabbatini citava anche quella Primavera hitleriana in cui Eugenio Montale, descrivendo la visita del führer a Firenze il 9 maggio 1938, riflette sulla propaganda, sulla responsabilità collettiva, sull’acquiescenza nei confronti dei potenti anche davanti ai presagi della strage imminente. E invitava, il professor Sabbatini, a non cadere nella trappola dell’oblio e dell’ignavia, e citava il dramma contemporaneo, la strage attuale: «Avete vissuto questi tre anni di liceo mentre si compiva lo sterminio a Gaza. Quello che è successo in questi tre anni nei confronti della popolazione civile innocente […] non dimenticatelo. Non dimenticate i responsabili: le donne e gli uomini di potere dei paesi cosiddetti civili e democratici, non solo chi ha premuto il grilletto, lanciato missili, sganciato bombe, guidato droni, ma anche chi ha prodotto e venduto armi, chi ha avuto responsabilità politiche, chi ha lucrato dividendi e fatto profitti, e chi è rimasto ignavo a guardare senza fare niente». La lettera del professore, nell’affettuosa esortazione alla coscienza e alla partecipazione, citava Gaza. Perché la cultura classica, per essere efficace e fertile, e compresa dalle persone più giovani, ha bisogno di continui agganci col presente. Quando Tacito scrive quelle parole famosissime pronunciate dal britanno Calgaco a proposito della dominazione romana: «Passano con il falso nome di impero il rubare, il massacrare, il rapinare: e dove fanno il deserto lo chiamano pace», a cosa, a quale esperienza odierna bisognerebbe pensare? O è necessario leggere le fonti storiche chiusi in una capsula ermetica, sterile, atemporale? Non è quello che hanno fatto Dante e Montale. (Non l’ha fatto nemmeno il caro Francesco Guccini, che se n’è appena andato e ci mancherà tanto, quando componeva Auschwitz). 

Come è noto, due giorni dopo la lettera di commiato, sul quotidiano romano Il Tempo un articolo a firma di Edoardo Sirignano denunciava il fatto (a seguito di una email anonima) e così esordiva: «Agire con partigianeria e sostenere una fazione senza oggettività è un comportamento che dovrebbe essere lontano anni luce dalle aule». Sul giornale erano virgolettate alcune frasi del messaggio di Sabbatini, peccato che mancasse proprio l’incipit («Care e cari, ho visto i quadri degli esami. Molto bene, direi. Brave e bravi») in cui era evidente il fatto che la email era stata scritta dopo la fine della scuola, da un privato cittadino a due ex studenti; al contrario, il giornalista sostiene che si tratterebbe di un «messaggio antecedente alle vacanze» (che significa solo che forse nessuno, fra docenti e studenti, se n’era ancora andato al mare, non certo che la scuola non fosse finita). Colpiscono quei termini: «partigianeria», «fazione», «senza oggettività», che da subito chiariscono il pensiero del quotidiano: l’insegnamento dev’essere neutro; prendere parte, scegliere, avere opinioni è male; bisogna essere del tutto equidistanti da qualunque idea.  
L’articolo ha colpito subito nel segno e due giorni dopo è stata annunciata un’ispezione disposta, a quanto afferma un secondo articolo del Tempo, dal ministro Valditara in persona. Non essendo stato reso noto il nome del docente incriminato, la comunicazione ha raggiunto tutti i professori maschi di materie letterarie del liceo e i rappresentanti delle due classi. Compiuti gl’interrogatori, esaurita la fase istruttoria, entro 120 giorni arriverà la decisione di una eventuale sanzione disciplinare. 

Ora, in un Paese serio con una stampa seria e un ministro dell’istruzione serio, la questione sarebbe stata archiviata subito, magari con un sorrisino imbarazzato e tante scuse: il fatto contestato è avvenuto fra persone non più legate da alcun rapporto e il Codice penale (articolo 616) è piuttosto chiaro sulla segretezza delle comunicazioni epistolari. Ma la serietà non sembra prerogativa di questo governo e delle sue istituzioni, e non solo per l’attenzione riservata, senz’altra verifica, a un articolo di un quotidiano di destra. Le Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico emanate dal ministro contengono, infatti, perle come «Solo l’Occidente conosce la Storia. […] Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia […]; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo». In questo modo anni e anni di studi storici — nonché sociologici, paleografici, letterari e chi più ne ha più ne metta — sono liquidati in tutta tranquillità. Il fulcro dell’educazione, per il ministro e il governo, dev’essere la supremazia dell’Occidente, l’orgoglio dell’appartenenza nazionale italiana, la narrazione dei fatti avulsa dall’interpretazione e dalla critica, ovvero dal costante confronto del passato con il presente, con l’esperienza diretta delle persone più giovani. La scuola deve formare da un lato manodopera acquiescente e non scioperante, e dall’altro una classe dirigente «educata a coltivare il sentimento di patria» perché altrimenti soccomberebbe «negli scenari internazionali», dove invece deve presentarsi armata e invincibile. Ecco dunque il ruolo fondamentale della scuola nello scenario repressivo attuale. E non solo della scuola: ecco tutta la politica giovanile. 

Più o meno negli stessi giorni in cui esplodeva l’affaire Sabbatini, il governo emanava il ddl antimaranza, in cui si presume la capacità di intendere e di volere, esattamente come per una persona adulta, anche agli e alle quattordicenni, senza che il giudice debba verificarlo e dimostrarlo positivamente caso per caso: spetterà alla difesa dimostrare l’eventuale incapacità. Il termine “antimaranza” compare nel video della polizia di Stato condiviso da Giorgia Meloni nei social: la parola “maranza”, non troppo diversa da truzzo, tamarro, coatto e altri termini gergali non proprio consoni al linguaggio ufficiale, definisce i giovani immigrati di prima o seconda generazione. La clamorosa impresa poliziesca nel video, con un numero esorbitante di arresti e sequestri, e il controllo di centottantasettemilanovecentocinquantasei persone, ha portato anche alla perquisizione di ventiquattro strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Perché è là, tra le persone giovani e non italiane, che evidentemente si nasconde il Male. Perché, in un Paese tanto vecchio, la cosa più facile per ottenere consenso è reprimere le minoranze. Se ragazzi e ragazze hanno sempre ricevuto critiche dalla “maggioranza silenziosa” (per come si vestono, per come parlano, per la musica che ascoltano, per ciò che contestano), oggi, che sono quattro gatti senza futuro, più che critiche ricevono aggressioni.  

Proibito dunque volergli bene? Proibito salutarli dopo anni di lavoro comune? Proibito, in fin dei conti, insegnargli alcunché? 
No. Leggiamo Dante, Montale, Tacito con loro. Aiutiamoli e aiutiamole a crescere. E poi scriviamogli una lettera d’amore. 

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Sono molti i fili che si intrecciano nel nuovo numero di Vitamine vaganti: il ripudio della guerra e il valore della Costituzione, le battaglie per i diritti delle donne, la memoria storica, il lavoro, le città e le loro protagoniste. Un viaggio tra temi e storie che ci invitano a osservare il mondo da prospettive sempre nuove. 

Il cuore della Costituzione ci riporta invece all’articolo 11 e al suo principio fondamentale: la pace. Un principio nato dalla tragica esperienza della Seconda guerra mondiale e dal lavoro delle Madri e dei Padri Costituenti, che vollero sancire il ripudio della guerra. Un valore da difendere ancora oggi attraverso il dialogo, la cooperazione internazionale e la ricerca di soluzioni condivise. 

Con Calendaria incontriamo Nellie Bly, pioniera del giornalismo investigativo e sotto copertura, che fece delle sue inchieste uno strumento per denunciare le ingiustizie sociali e le discriminazioni contro le donne. Celebre il suo viaggio intorno al mondo, compiuto in soli 72 giorni: un’impresa che contribuì a farne il simbolo della new woman, indipendente, coraggiosa e anticonformista. 
Il diritto di partecipare alla vita politica è al centro di Donne al voto nell’America Meridionaleche ripercorre la conquista del suffragio femminile in diversi Paesi sudamericani e restituisce il ruolo fondamentale dei movimenti femministi nella lunga battaglia per l’uguaglianza e la piena partecipazione delle donne alla vita pubblica. 
Con Intervista a una delle prime Segretarie comunali entriamo invece nel mondo del lavoro e nelle vicende professionali di Adele Sorrentino, tra le prime donne a ricoprire questo incarico. La sua esperienza racconta gli ostacoli imposti dai pregiudizi di genere e di provenienza, ma anche la capacità di conciliare carriera, famiglia e impegno sociale. 
Il tema della condivisione delle responsabilità torna in Ulteriori riflessioni sulla proposta Ipaddedicato all’Indice di parità domestica: uno strumento pensato per misurare e ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del lavoro domestico e di cura. La proposta punta a favorire una maggiore condivisione delle responsabilità e una più equilibrata conciliazione tra vita privata e lavoro. 

Ramona, addio. Tre generazioni di donne a Barcellona prende in esame il romanzo di Montserrat Roig. Attraverso tre generazioni di donne, la scrittrice racconta la storia di Barcellona e della Catalogna tra la fine dell’Ottocento, la Guerra civile e il franchismo, seguendo l’evoluzione della condizione femminile e intrecciando memoria, autonomia e trasformazioni sociali. 

Il giorno dell’ultima volta è un commosso omaggio a Francesco Guccini, che ne celebra la poesia, l’impegno civile e l’eredità artistica attraverso i riferimenti alle sue canzoni e ai ricordi personali dell’autore. Il testo riflette sullo scorrere del tempo, sulla nostalgia e sull’importanza di Guccini come voce capace di raccontare amori, ideali e giustizia, lasciando un segno profondo in più generazioni.

Prospettive vittimologiche ripercorre la nascita e l’evoluzione della vittimologia, presentando le principali teorie vittimologiche e sottolineando l’importanza della prevenzione, della tutela dei diritti e del superamento del victim blaming e della vittimizzazione secondaria. 
Processo alle intenzioni vegane invita invece a mettere in discussione i pregiudizi che circondano il veganismo e i doppi standard con cui spesso giudichiamo le scelte alimentari. Una riflessione che ricorda come una dieta vegana, se ben pianificata, possa essere sana e rispettosa degli animali. 

Facciamo un giro a Monopoli? propone un itinerario nel centro storico della città pugliese alla scoperta di luoghi, memorie e figure femminili che ne hanno segnato l’identità intrecciando storia, arte e tradizioni locali. 

Concludiamo, come spesso accade, con una ricetta: Sottovetro. Liquore di Erba Luigia, un digestivo profumato ottimo da gustare anche a temperatura ambiente. 

Buone letture a tutte e tutti! 

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Articolo di Mauro Zennaro

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Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e qualcos’altro in una blues band.ciali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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