Beatrice Bugelli, la poeta pastora che cantò l’Appennino

Nell’ambito delle tante manifestazioni che si susseguono a Pistoia nell’anno in cui la città è stata nominata “Capitale del libro”, ha avuto luogo lo scorso aprile la presentazione di una originale e affascinante graphic novel di Silvia Rocchi dal titolo: Dell’amore e della natura, edizioni Metilene (2025). 

Ne è protagonista una donna davvero speciale, Beatrice Bugelli, che può apparire un controsenso vivente: una poeta analfabeta! Tuttavia il suo non è un caso unico perché sui monti e nelle campagne, in Toscana, si trovavano un tempo persone molto semplici, praticamente senza istruzione, che sapevano a memoria interi poemi, dalla Divina Commedia all’Orlando furioso, ed erano in grado di improvvisare in rima, seguendo una antica tradizione. I loro versi venivano mandati a memoria e poi passavano di bocca in bocca, di generazione in generazione; si tramandavano oralmente finché qualche volenteroso (o volenterosa) non li metteva su carta, destinandoli al futuro. Così accadde a Beatrice di Pian degli Ontani, piccolo borgo nel comune di Abetone Cutigliano, sull’Appennino che separa la Toscana dall’Emilia Romagna. 

Era nata nel 1803 nella frazione di Cornio – Melo di Cutigliano e intorno ai vent’anni manifestò la propria vocazione al suo matrimonio con Matteo Bernardi quando, meravigliando le persone intervenute, iniziò a cantare in ottava rima; da allora si diffuse la sua fama e veniva chiamata in occasioni speciali, per feste paesane e cerimonie. Non aveva potuto studiare perché, orfana di madre, aiutava occasionalmente il padre scalpellino, spostandosi con lui fino in Maremma, e si occupava di tutte le incombenze legate alla campagna: curava il podere, raccoglieva la legna, portava le pecore al pascolo. Ecco perché fu nota come la “poeta (o poetessa) pastora”. Aveva poi una famiglia impegnativa da gestire, con ben 8 fra figli e figlie, e ne nutrì altri due come balia, eppure non si stancava di affermare che la sua maestra era la natura, da cui aveva imparato tutto e che rimaneva la principale fonte di ispirazione: «Il canto è stato ognora la mia fortuna». Altri temi che amava trattare, prevalentemente con ottave in endecasillabi, erano legati al lavoro e alla vita quotidiana, all’amore per la giustizia e la libertà, alle difficoltà economiche e alla voglia di riscatto della gente umile; non mancavano versi pungenti contro i governanti: «Deh, se questa razzaccia maledetta/che così malgoverna il bel podere,/Sant’Andrea gli mandasse la disdetta,/con un sonoro calcio nel sedere». La crisi della sua fantasia e creatività arrivò in un tragico momento per la zona in cui viveva, quando nel 1863 i due fiumi locali Lima e Sestaione strariparono, facendo danni ingenti ma soprattutto distruggendo la sua casa; «la poesia allor perse la vena».

La casa di Beatrice

La famiglia si trasferì a Pian di Novello dove Beatrice rimase fino alla morte, avvenuta nel 1885. Un altro fatto doloroso fu la morte del figlio maggiore Beppe, così la donna rallentò le sue esibizioni in pubblico e smise quasi del tutto di improvvisare, anche se continuava a ricevere visite di personaggi illustri come Renato Fucini che sfidò in una gara di “contrasti” in cui sicuramente lei avrà avuto la meglio! Per ulteriori dettagli sul personaggio si rimanda all’articolo di Marta Razzi comparso su Vitamine vaganti n.249 e agli scritti di P.Bellucci, G.P.Borghi, C.Rosati, P.Ciampi. 

Beatrice di Pian degli Ontani in età matura

Curiosamente si deve a Francesca Alexander, un’americana che aveva casa a Firenze, ma amava frequentare le località dell’Appennino, se di Beatrice sappiamo qualcosa di più, infatti ne tracciò la storia nel volumetto Roadside songs of Tuscany (1885); arrivò a dire di lei: «una delle donne più meravigliose che ho mai conosciuto», e ancora: «impossibile raffigurare la luce nei suoi occhi che sembrava venire di dentro e non di fuori». Si erano incontrate a Cutigliano e da allora Beatrice di tanto in tanto si recava nell’abitazione fiorentina dell’amica e stupiva gli ospiti con le sue poesie, senza farsi intimidire. Fra gli estimatori ci fu pure Niccolò Tommaseo, che ne scrisse sulla rivista Nuova Antologia
nel 1832, ma anche altri letterati del tempo vollero conoscerla (Pascoli, Giusti, D’Azeglio, il dantista Giuliani), contribuendo alla sua fama. Certamente fu molto bella e particolare l’amicizia fra una ricca straniera e una analfabeta “montanina” che emerge dalle pagine del libro di Alexander in cui si trovano dettagli inediti, versi trascritti fedelmente, con la traduzione in inglese, riferimenti precisi a paesaggi e luoghi dalla bellezza selvaggia e incontaminata. Ma chi era questa americana? Si chiamava 
Esther Frances Alexander, detta Fanny; illustratrice, scrittrice e traduttrice naturalizzata italiana, era nata a Boston nel 1837 e morì nel 1917 a Firenze dove era arrivata con i genitori sedicenne. Dal padre, noto ritrattista, fu guidata verso l’arte per cui aveva una innata predisposizione.

Beatrice ritratta da Francesca Alexander

In estate con la mamma si recava in montagna all’Abetone dove cominciò a documentarsi sulle usanze, sulle tradizioni, sulla storia locale e a raccogliere canti popolari. Si fece amare nel capoluogo per la sua generosità di filantropa e benefattrice. Fu grande amica del poeta John Ruskin che ne pubblicò vari volumi di poesie e una raccolta di 122 disegni che le dettero notorietà in Gran Bretagna e negli Usa, nonostante ciò al pubblico italiano è praticamente sconosciuta: dopo qualche traduzione del 1909-10, si deve aspettare un secolo preciso (!) perché riemergano dal silenzio le sue interessanti ricerche sui canti popolari toscani e il suo bel romanzo La storia di Ida. È sepolta accanto alla madre Lucia nel magnifico cimitero evangelico degli Allori, dove riposano anche la famiglia Fallaci, Anna Banti, Vernon Lee, Violet Trefusis. 
Ancora una donna protagonista di questa storia: l’autrice della graphic novel Silvia Rocchi è rimasta colpita dal personaggio della “poeta pastora” e ha voluto tradurre in immagini la sua esistenza, ma non è nuova a esperienze del genere, spesso rivolte a figure femminili; nata a Pisa nel 1986, è diplomata in pittura all’Accademia di Firenze e in illustrazione in quella di Bologna, dove vive e lavora. È fra le fumettiste e disegnatrici più impegnate e prolifiche, al suo attivo ha collaborazioni con quotidiani e riviste e numerose pubblicazioni; in passato fra l’altro si è occupata di Alda Merini con una biografia a fumetti (Ci sono notti che non accadono mai) e della scrittrice e pittrice finlandese Tove Jansson, ma anche di Tiziano Terzani (L’esistenza delle formiche) e di Ettore Majorana. Sul suo recente lavoro ha dichiarato: «La mia memoria dell’Appennino è molto estiva, quindi nel libro compaiono colori accesi e luminosi, anche con essi ho provato a restituire la ricchezza della poesia di Beatrice. I suoi versi sono a una prima lettura semplici, ma vi si trovano tantissimi livelli» (Corriere Fiorentino, 11-4-26). 

L’evento pistoiese, che si è tenuto nella sede della casa editrice Metilene e a cui hanno dato vita, dialogando con l’autrice, Cristiana Petrucci, del Centro studi Beatrice di Pian degli Ontani, e Matteo Puttilli, docente di Geografia all’Università di Firenze, è stato allietato dal musicista e a sua volta improvvisatore in ottava rima Maurizio Geri. Ma non sono finite qui le celebrazioni che vedono un polo di aggregazione nell’Ecomuseo della Montagna pistoiese e fanno capo a un progetto di ricerca artistica e geografica intorno al tema del sentirsi comunità, avviato con il coinvolgimento dell’università, di artiste/i visivi e di numerose persone residenti nella valle della Lima. Sono previste anche visite nei luoghi in cui Beatrice visse e al parco culturale a lei dedicato (“Le parole delle tradizioni”), escursioni alla bellissima località turistica montana la Doganaccia e incontri con pro-loco e istituzioni. Nella prefazione del libro scrive infatti Puttilli: «Ogni biografia può essere letta anche come una mappa, una sorta di geografia personale fatta di luoghi attraversati». 
Chiudiamo con alcuni versi di Beatrice che così argutamente si descrive: «Tutti mi dicono che son nera nera./La terra nera produce il buon grano./Guardate il fior garofano che è nero/e quanta signoria lo tiene in mano./Il pepe è nero e sta sulle vivande,/la neve è bianca e sta sulle montagne». 
Infine il perpetuo richiamo alle sue massime fonti di ispirazione: la montagna e la natura: «E gran sollazzo ci verremo a dare/che di scrittura non posso imparare/la montagna l’è stata a noi maestra/la natura ci venne a nutricare/e’l sole se ne va via là pian piano/ch’io ne debbo partir da Cutigliano». 

In copertina: Cutigliano (PT), viale Beatrice. Foto di Giuseppe Teglia. 

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

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