Le ribelli del Sud. L’iniziazione

C’è un momento preciso in cui una contadina smette di esserlo e diventa una brigante. Non un momento simbolico o astratto, ma a seguito di un rito fatto di gesti concreti, ripetuti con una regolarità che attraversa quasi tutte le bande documentate. Le donne che entrano nella comitiva brigantesca abbandonano gli abiti femminili, si tagliano i capelli, ricevono un nuovo nome (maschile) e infine armi e cavallo, gli stessi strumenti che segnano l’ingresso di un uomo tra i briganti. La ripetitività riscontrata di questi passaggi nei documenti e nelle testimonianze induce a pensare che si trattasse di un percorso previsto, un vero passaggio di stato che consegnava all’iniziata un bagaglio di regole e conoscenze attraverso un linguaggio fatto di azioni più che di parole. Il rito restava interno alla banda, sconosciuto a chi vi stava fuori, e proprio in questa segretezza si gioca gran parte della sua utilità.

La prima tappa è quella dell’abito. Le brigantesse vestivano come i loro compagni, con un’unica concessione alla femminilità, ovvero piccoli indumenti con delle stecche d’osso che le signore dell’epoca avrebbero chiamato corsetti. I pantaloni, indispensabili per cavalcare, erano estremamente diffusi, ma non erano una regola universale. Ad esempio, le donne dei Cangaçeiros, famosi banditi ribelli del cangaço, fenomeno sociale avvenuto nel sertão (regione arida del nord-est del Brasile tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo) preferivano indossare sottane di un tessuto molto spesso per andare a cavallo e, quando portavano i pantaloni, li coprivano con una gonna lunga. Anche Filomena Pennacchio, secondo le testimonianze di chi ebbe modo di vederla, montava a cavallo con una gonnella bianca, un dettaglio che racconta quanto il confine tra travestimento maschile e persistenza della femminilità restasse più poroso di quanto il rito volesse far credere. Il traguardo più ambito restava indossare un buon paio di stivali, doppiamente trasgressivi perché segno distintivo di appartenenza alla banda e insieme uno dei massimi titoli di nobiltà che una donna del popolo potesse conquistarsi. Stesso significato simbolico ricopriva il cavallo, su scala più ampia. Una cavalcatura nobile, estranea per definizione alla condizione contadina, issava la nuova brigantessa su un piedistallo di grandezza che ribaltava di colpo la sua posizione sociale.

Il taglio dei capelli è probabilmente il passaggio più interessante della trasformazione delle briganti, poiché il suo significato si stratifica su più livelli, a volte addirittura tra loro contraddittori e discordanti. C’era una ragione pratica a giustificare la rinuncia a una folta e lunga capigliatura, ovvero il bisogno di muoversi tra alberi e sterpi senza che i capelli diventassero un ostacolo, ma questa ragione non è l’unica. Nella società tradizionale il taglio dei capelli simboleggiava una forma di sottomissione, volontaria o coatta, ed era vissuto come una limitazione delle forze istintive, che nella testa avevano la loro sede privilegiata. L’esempio più calzante è la tonsura delle monache e dei monaci, segno di dedizione al servizio divino e rinuncia alla vanità. Con il cristianesimo la tonsura divenne pratica abituale per i monaci, che così si rendevano sessualmente non attraenti ed esprimevano umiltà e obbedienza alla divinità, un elemento che rafforza la lettura del taglio dei capelli come freno alla sessualità. La rasatura era praticamente una mutilazione di alcune caratteristiche dell’essere umano che portava a una cancellazione della propria personale identità, quasi una deumanizzazione della persona che la sceglieva o la subiva.
Sul versante opposto, il taglio dei capelli è stato storicamente anche un marchio di disonore imposto con la forza. Gli antichi romani tagliavano i capelli dei prigionieri, delle adultere e dei traditori, e anche le streghe medievali venivano rasate prima dell’esecuzione, sia per esporle al pubblico disprezzo sia perché si credeva che nei capelli risiedesse gran parte del loro potere malefico, e che una volta rasate non potessero più nuocere.
Il taglio dei capelli della monaca è un atto voluntario di sottomissione a Dio che consacra, il taglio dei capelli della strega o della posseduta è un atto imposto da altri che deve invece spogliare di un potere ritenuto pericoloso o demoniaco. Nei due casi la logica di fondo, però, è la stessa, cioè che i capelli custodiscano una forza vitale o identitaria che va neutralizzata, solo che nel primo caso la donna si offre spontaneamente e nel secondo è costretta. Per le brigantesse il gesto sembra stare in una posizione intermedia e ambigua tra questi due poli. Non è imposto come punizione né vissuto come consacrazione religiosa, ma condivide la logica dell’ingresso in una nuova identità collettiva regolata da norme, e la funzione di neutralizzare, o almeno attenuare, una carica sessuale e femminile percepita come ingombrante o pericolosa all’interno del gruppo.

Il terzo elemento del rito, la rinominazione, va nella stessa direzione, ma contiene al contempo una motivazione più pragmatica. La documentazione non permette di generalizzare l’uso a tutte le bande di nomi e soprannomi maschili applicati alle brigantesse, ma sappiamo che diverse di loro li ebbero, talvolta derivati dall’esperienza stessa nella banda. Maria Oliverio, per il suo entusiasmo nella lotta legittimista, fu chiamata Ciccilla, corrispondente femminile di Ciccillo, diminutivo del nome Francesco, riferito a Francesco I di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie. Altri nomi fissavano un tratto caratteriale, come nel caso di Filomena Pennacchio, detta Pretendente. Il cambio di nome serviva principalmente a confondere le forze dell’ordine e a proteggere l’identità reale della donna, in un contesto dove essere riconosciute significava esporsi al carcere o a violenze peggiori. 
Non esistono prove dirette che il rituale di iniziazione si concludesse con un giuramento formale, ma è legittimo ipotizzare che la sequenza rituale ne prevedesse uno, almeno nella forma di una promessa implicita di fedeltà alla nuova identità.
Letto nel suo insieme, il rito produce un doppio movimento: verso l’esterno la donna scompare, sostituita da una figura maschile irriconoscibile; verso l’interno della banda, la donna si identifica sempre più con il gruppo dei compagni. Per gli uomini, vedere donne indossare la propria stessa divisa poteva risultare destabilizzante, quasi castrante, perché metteva in discussione un’identità costruita anche sulla distinzione di genere. Ridurre nel nuovo aspetto delle brigantesse i segni della femminilità, dal taglio dei capelli ai pantaloni fino alle armi, serviva ad attenuare le differenze e a favorire un’assimilazione al gruppo maggioritario, ma non poteva implicare una loro totale trasformazione in briganti, si trattava soltanto di un travestimento. Alle brigantesse, del resto, quell’immagine virile non dispiaceva affatto, in quanto dimostrava la loro capacità di agire e decidere come i loro compagni uomini.

Le fonti tacciono quasi del tutto sulla componente erotica di questo travestimento, come se ignorassero che vestirsi e spogliarsi restano da sempre il vero fulcro dell’immaginario amoroso. Eppure, un pudore radicato nello stile di vita contadino imponeva ai briganti uomini il rispetto della privacy femminile, tanto che erano le altre donne della banda a occuparsi dell’accoglienza della nuova iniziata e della sua svestizione. Quel silenzio non è privo di significato, dice più sull’imbarazzo di chi scriveva che sull’assenza reale di una dimensione erotica nel gesto. Non è un caso che un romanzo come Volevo i pantaloni di Lara Cardella, scritto un secolo dopo, restituisca proprio quella carica simbolica, i pantaloni come oggetto di un desiderio che attraversa i generi, ma che nel caso delle brigantesse era anche una scelta imposta dagli uomini più che una rivendicazione autonoma.
Il fenomeno delle donne che si vestono da uomini per fare la guerra attraversa secoli e confini ben oltre le bande meridionali. La figura più nota resta Giovanna d’Arco, che pagò con il rogo il diritto di indossare abiti maschili e combattere. La storia militare europea conserva altri casi analoghi, come quello di Hannah Snell, che servì per anni nei marines britannici sotto il nome di James Gray, o quello di Nadežda Durova, ufficiale della cavalleria russa nelle guerre napoleoniche, che mantenne a lungo l’identità maschile pur venendo poi decorata. È lo stesso meccanismo che, un secolo più tardi, ritroveremo nelle partigiane della Resistenza e nelle soldatesse della Seconda guerra mondiale, spesso costrette a negoziare con abiti, capelli e soprannomi un accesso alla lotta armata che la tradizione riservava agli uomini. Il rito delle brigantesse si inserisce così in una genealogia lunga secoli, quella delle donne che, per fare la guerra o per conquistare potere, hanno dovuto prima smettere di apparire donne.

Bisogna resistere alla tentazione di leggere tutto questo soltanto in chiave simbolica. Il travestimento e il cambio di nome rispondevano anche a esigenze concrete di sopravvivenza. Vestirsi da contadine, per le brigantesse, sarebbe stato paradossalmente più pericoloso, perché una donna del popolo trovata in un contesto inconsueto destava sempre sospetti, mentre l’abito maschile e il nuovo nome aiutavano a confondere le guardie e a ridurre il rischio di essere riconosciute, arrestate o sottoposte a violenza sessuale. La mascolinizzazione del corpo e dell’identità era insieme una strategia di difesa e un dispositivo simbolico di appartenenza, due piani che nella vita quotidiana della banda finivano per intrecciarsi.
Restituire questa doppia natura del rito significa restituire anche la complessità di un’esperienza che non si lascia ridurre né a semplice emancipazione né a semplice necessità difensiva. Le brigantesse che si tagliavano i capelli e indossavano i pantaloni dei compagni negoziavano ogni giorno un equilibrio precario tra la sicurezza del corpo e la costruzione di un’identità nuova, tra l’obbedienza a un codice imposto e la conquista, reale per quanto temporanea, di uno spazio di potere altrimenti precluso.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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