Per chi è nato e cresciuto in Calabria, la ‘ndrangheta non è mai stata solo una leggenda metropolitana o una favola da raccontare ai bambini e alle bambine per farli stare buoni, ma una presenza quotidiana capace di condizionare i ritmi del nostro territorio.
Nella mia terra quasi ogni famiglia ha un conto aperto con questa presenza. Ciascuno ha un amico, un vicino o un congiunto la cui vita ha preso una piega imposta da altri, chi per un omicidio, chi prendendo un treno per non tornare mai più, chi semplicemente chiudendosi in sé stesso/a dopo aver incrociato quella violenza.
Si cresce sapendo che esistono storie familiari che non vengono raccontate a voce alta, storie che appartengono a un tessuto quotidiano fatto di timori concreti e di partenze necessarie.
Rompere il silenzio sui nostri morti non significa assecondare l’idea che la nostra terra sia condannata o irrimediabilmente corrotta. Nominare i fatti per quello che sono serve a costruire una consapevolezza lucida, lontana da ogni generalizzazione territoriale. Solo liberando il discorso pubblico dagli stereotipi è possibile restituire pari valore a ogni esistenza senza trasformare la denuncia in una colpa collettiva. La Calabria non coincide con la criminalità organizzata e il Mezzogiorno non è un blocco indistinto in mano ai clan. Ricordare serve a rendere giustizia alla maggioranza di persone oneste che abita questi paesi, non per diffondere odio o rafforzare discriminazioni che finiscono soltanto per isolare ancora di più chi già combatte per vivere con dignità.
Tenere viva questa attenzione è necessario soprattutto quando i fatti tornano a chiedere ascolto attraverso il destino di chi ha conosciuto da vicino quel contesto.
Domenica 6 settembre Denise si è gettata da una finestra, morendo quattro giorni dopo in ospedale all’età di 35 anni. La magistratura e le forze dell’ordine stanno svolgendo gli accertamenti previsti per chiarire la dinamica dei fatti, ma non conosciamo le ragioni intime che l’hanno portata a quel gesto. Non esistono elementi documentati per stabilire un nesso causale diretto tra il suo passato, le tutele di sicurezza e la decisione di togliersi la vita. 35 anni era anche l’età di sua madre, Lea Garofalo, quando venne assassinata a Milano nel novembre del 2009. Questa coincidenza anagrafica segna il perimetro di un’esistenza che merita di essere considerata nella sua individualità. Prima di essere la figlia di Lea, Denise era una donna con un proprio percorso civile e umano, durato per l’intero arco della sua giovinezza.

La vicenda di Lea Garofalo è stata spesso catalogata come una vendetta di mafia, ma presenta i caratteri strutturali di un femminicidio maturato in un contesto di criminalità organizzata. Lea non decise soltanto di collaborare con l’autorità giudiziaria riferendo quanto sapeva sulle attività della cosca di Petilia Policastro. Prima ancora scelse di interrompere la convivenza con il compagno, padre di sua figlia, rifiutando l’autorità patriarcale che regola i rapporti interni alle famiglie non solo appartenenti alla ‘ndrangheta, ma anche al resto d’Italia. La separazione volontaria, l’allontanamento da quel nucleo e la volontà di crescere una bambina secondo criteri di autonomia costituivano una violazione intollerabile per chi fonda il proprio potere sul dominio domestico. L’omicidio di Lea, attirata in una trappola a Milano, strangolata e poi fatta sparire, fu l’eliminazione congiunta di una testimone sgradita e di una donna che aveva rivendicato la propria libertà personale.
Denise si trovò di fronte a quella scomparsa quando aveva 18 anni. Si rese conto subito che la madre non l’avrebbe mai abbandonata senza avvisarla, e decise di rivolgersi ai carabinieri, indicando i sospetti sul padre. Durante le indagini e il successivo dibattimento penale, scelse di testimoniare in aula contro di lui e contro le persone che avevano partecipato al delitto, tra cui figurava il giovane con cui lei stessa aveva avuto una relazione sentimentale, rivelatosi poi complice della distruzione del cadavere. In aula Denise mantenne la propria deposizione, qualificandosi formalmente come testimone di giustizia e rivendicando quella scelta come un atto di verità e di dignità.


La legge italiana distingue chiaramente la figura del collaboratore di giustizia da quella del testimone. Il collaboratore è un soggetto che ha commesso reati e decide di cooperare con i magistrati ottenendo benefici penali previsti dall’articolo 58 quater della legge sull’Ordinamento penitenziario. Il testimone di giustizia è invece un cittadino o una cittadina incensurata, estranea alle condotte criminali, che sceglie di denunciare o testimoniare subendo gravi pericoli per la propria incolumità. La legge 6 del 2018, varata quasi un decennio dopo che lo Stato aveva revocato la protezione a Lea Garofalo poi uccisa e sciolta nell’acido, ha cercato di definire meglio questo statuto, separando i percorsi e prevedendo specifiche misure di sostegno economico, cambio di generalità, tutele alloggiative e forme di assunzione nella pubblica amministrazione.
Tuttavia, tra l’impianto normativo e l’esperienza quotidiana emergono frequentemente divari pratici descritti nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia e nelle audizioni dei diretti e delle dirette interessate. Entrare in un programma speciale di sicurezza implica spesso l’abbandono delle proprie radici, il trasferimento repentino in località segrete, l’adozione di documenti provvisori e l’interruzione dei contatti con le reti amicali. Per i figli e le figlie dei testimoni, che si trovano inseriti in questi percorsi senza aver compiuto una scelta iniziale, la tutela comporta il cambio frequente di istituti scolastici, la necessità di tacere la propria storia ai compagni e alle compagne e la difficoltà di costruire percorsi formativi continui. Quando il programma speciale si conclude o viene rimodulato, il passaggio alla vita ordinaria richiede di riallacciare un’esistenza civile in territori dove mancano legami sociali consolidati, con percorsi lavorativi spesso frammentati e problemi pratici legati alla regolarità contributiva pregressa.
Un perimetro della violenza mafiosa, che non compare nei capi d’imputazione e che raramente viene quantificato, riguarda proprio i e le testimoni e le vittime collaterali, quelle esistenze raggiunte dalla criminalità organizzata per traiettorie indirette ma non per questo meno distruttive.
A meno che gli accertamenti giudiziari non dimostrino circostanze diverse, Denise non è stata assassinata materialmente da killer di ‘ndrangheta. Eppure, la matrice dell’ambiente da cui proveniva ha agito su tutta la sua vita come un fattore d’urto costante. La nozione di vittima indiretta include chi viene colpito per errore, come accadde a Domenico Gabriele, ferito a morte a 11 anni su un campetto di calcetto da una sventagliata di proiettili destinata ad altri, ma si estende a chi sopravvive alle stragi e alle vendette subendone l’onda d’urto per decenni. Rientrano in questo novero i familiari che vedono la propria quotidianità azzerata da una perdita improvvisa, chi è costretto a cancellare il proprio nome, chi vive nella diffidenza continua e chi si trova a fare i conti con un logoramento che non lascia tracce visibili nei verbali di polizia.
La ‘ndrangheta uccide con i calibri delle armi da fuoco, ma produce danni altrettanto irreversibili quando costringe all’isolamento, quando smembra i legami parentali e quando impone un’esistenza in fuga. In questo senso, la responsabilità storica di un sistema criminale non si esaurisce nell’istante in cui viene premuto un grilletto o pianificata un’aggressione, ma si riflette sulle vite di chi resta, costretto/a a muoversi per anni dentro le conseguenze di una violenza altrui.
Il racconto pubblico della violenza mafiosa tende a obbedire a gerarchie dell’attenzione molto rigide, lasciando nell’ombra vicende che non riescono a imporsi sui canali principali dell’informazione nazionale. Esiste una memoria a più velocità che decide quali nomi debbano restare impressi e quali possano scivolare nel silenzio.
Il 9 maggio del 1978 rappresenta l’esempio storico più evidente di questa asimmetria. In quella data, mentre l’Italia intera si fermava davanti alla Renault 4 rossa in via Caetani con il corpo di Aldo Moro, sui binari della ferrovia tra Palermo e Trapani, all’altezza di Cinisi, venivano raccolti i resti dilaniati di Peppino Impastato. L’assassinio del militante che aveva denunciato i boss di Cosa Nostra dai microfoni di Radio Aut rischiò di essere archiviato come un attentato terroristico maldestro o un suicidio, finendo immediatamente schiacciato dal peso politico ed emotivo del sequestro Moro. Ci vollero anni di battaglie giudiziarie condotte dalla madre Felicia e dagli amici per restituire dignità e verità a quella morte, strappandola a una rimozione che sembrava già scritta.
Questo meccanismo di oscuramento mediatico si riproduce ciclicamente ogni volta che la violenza mafiosa incrocia la grande cronaca generale. Quando l’interesse collettivo viene assorbito da figure pubbliche di primo piano o da snodi istituzionali centrali, le storie che nascono nei territori di provincia, lontano dai palazzi del potere, faticano a trovare spazio. I nomi di chi paga con la vita la propria scelta civile o di chi resta schiacciato/a in silenzio rischiano di cadere in un oblio precoce, come se il loro valore fosse subordinato al contesto in cui la notizia si manifesta.
Contrastare questa dimenticanza significa rifiutare l’idea che esistano morti di serie A e morti trascurabili, riconoscendo pari dignità e spazio di riflessione anche a quelle esistenze consumatesi al riparo dai riflettori.
Nelle stesse ore in cui si apprendeva della morte di Denise, l’attenzione pubblica si è concentrata anche sulla scomparsa di Emma Bonino, figura centrale della storia repubblicana per le battaglie sui diritti civili e l’autodeterminazione. In una delle sue riflessioni sui limiti della libertà individuale, Bonino ricordava come la libera scelta di come morire faccia parte della vita stessa. Il rispetto per la riservatezza e l’impossibilità di conoscere i motivi dell’addio di Denise impongono di fermarsi di fronte al mistero della sua decisione, evitando letture unilaterali o attribuzioni improprie. Custodire la memoria di Denise e Lea significa ricordarle per la consistenza delle loro scelte terrene, riconoscendo il prezzo civile che comporta sottrarsi alla sopraffazione e lasciando loro la dignità che meritano.
In copertina: Garofalo Lea. Testimone di giustizia e vittima di ‘ndrangheta. Lamezia Terme (CZ).
***
Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.
