La maestra Serena ama tutto ciò che è arte. Forse perché anche lei sembra un pochino uscita da un dipinto di Andy Warhol, con i suoi abiti colorati e quei capelli lunghi e biondi, che un giorno un suo alunno con fragilità definì «gialli come un pasticcino». Lei, che adora le poesie, trovò allora quella similitudine, uscita dalla penna di un bambino di terza elementare, geniale e molto azzeccata, tanto da conservare negli anni il foglietto sul quale era stata scritta. Ma c’è una cosa che alla maestra Serena fa battere il cuore ancora di più dell’arte dello scrivere e del dipingere: sopra ogni cosa ama le sue classi, il tempo passato con e per loro, il suo lavoro.
Così oggi, per affrontare con i novelli scrittori e scrittrici della classe prima la difficoltà ortografica del “chi”, ha deciso di usare un albo illustrato. Kamil e la conchiglia (Federighi Editore, 2026) fa parte della collana dei Libri silenziosi o quasi, di Chiara Sorrentino, un’autrice che chi si interessa di testi per l’infanzia ben conosce. Perché silenziosi o quasi? Perché sono albi illustrati in cui scrittura e parole sono ridotte al minimo, per lasciare spazio alla centralità delle immagini.
La maestra Serena fa accomodare i bambini in Agorà (lo spazio comune e morbido, che accoglie gli scolari e le scolare ogni mattina e che accompagna tutte le attività di gruppo nella Scuola Senza Zaino) e comincia a leggere, stando ben attenta a mostrare i disegni alla sua silenziosa platea. Kamil è un bambino rifugiato (la parola non è mai citata nel testo, in realtà, ma la condizione di profugo del protagonista è del tutto evidente dalle immagini e dalla narrazione), che all’inizio del racconto arriva con la sua famiglia nella tendopoli allestita per chi, come lui e i suoi genitori, non ha più un posto in cui tornare. Ha paura, è spaventato e disorientato, ma il suo cuore smarrito sa a cosa attaccarsi: Kamil ha portato con sé una conchiglia, che, come un vero e proprio oggetto transizionale, sa calmarlo, incoraggiarlo e consolarlo. Un elemento della natura in apparenza banale, che però possiede un dono speciale. Se si appoggia l’orecchio sulla sua apertura, la conchiglia racconta, a chi ha voglia di ascoltarla, tutte le storie che il mare le ha portato.

Il nostro protagonista si perde nella dolcezza dei racconti e, pian piano, ritrova il suo equilibrio interiore, una nuova serenità, la capacità di stare nel presente e di ricominciare a immaginare il futuro. Per questo quando vede sotto un albero della tendopoli una bambina sconosciuta che piange disperata, Kamil le presta la sua conchiglia, perché anche Farah la possa ascoltare e trovare, nelle sue storie, un po’ di pace del cuore. L’albo si conclude con la partenza del protagonista, che alla fine trova una casa per sé e per la sua famiglia. Prima di lasciare il campo profughi, però, Kamil sceglie di regalare la conchiglia alla sua nuova amica, che a sua volta farà ascoltare le storie del mare a tutti gli altri bambini e bambine della tendopoli, perché il potere di quei racconti sia dono per loro.
In Agorà, alunni e alunne ascoltano con interesse ogni singola parola e osservano con attenzione le immagini dell’albo illustrato, che danno forma a personaggi e situazioni. È allora che la maestra pone loro una domanda, la stessa che il libro appena letto suggerisce a chiunque: che cosa vi dice il mare? Ognuna/o ha per sé un messaggio da scoprire, diverso per ciascuno: è la vita che chiama e che rivela sé stessa dentro una conchiglia. A noi il compito di ascoltarla e capire cosa ha da dirci.

La stessa idea la esprime Quasimodo nella bellissima Ed è subito sera, che i miei bravi colleghi e colleghe di lettere insegnano alle quinte superiori ogni anno:
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Kamil appoggia l’orecchio alla conchiglia per scoprirne il messaggio nascosto, Quasimodo espone il corpo al sole che lo attraversa per coglierne la rivelazione. Sono entrambi simboli di accoglienza di un altrove che bussa alla coscienza.
In questo modo Serena avvicina alla profondità della poesia bambini e bambine di sei anni, e lo fa con una semplicità e una profondità che suonano talmente naturali da farci domandare come mai non lo facciano tutte le maestre e i maestri del mondo. Il compito sfidante di scoprire un messaggio segreto — senza limiti di tema o di spazio metrico — è esattamente ciò che fonda tutto il sapere epistemico del nostro mondo. La libertà di frugare nell’immaginazione e la gioia di trovare, attraverso disegni e parole, una verità profonda che scopriamo in noi, ma che può essere condivisa, non solo è l’origine di ogni forma d’arte, ma anche della nascita e strutturazione di quel Sé personale e relazionale che rende possibili i legami tra esseri umani.
Eccoli qui, i bambini e le bambine della maestra Serena, posti davanti all’immensità del possibile. Non ci sono altri confini, in una consegna del genere, se non quelli della fantasia. A ciascuna/o la conchiglia suggerirà una storia diversa e personale, a partire da un racconto letto tutti insieme. Così ognuno dei e delle presenti diventerà una persona unica e irripetibile, a partire da un percorso scolastico comune. Un compito impossibile, troppo difficile, fuori target per una prima elementare? Al contrario, una delle attività più inclusive che io abbia avuto il piacere di ascoltare. Assolutamente in linea con la logica, che da anni pedagogiste e pedagogisti si ostinano a proporre nelle scuole, come sempre inascoltati o quasi, dello Universal Design For Learning.
Ogni bambino/a riceve in mano una conchiglia vera e, mentre la Lim riproduce il suono delle onde e le immagini del mare, scrive su un cartoncino le parole o le frasi che la conchiglia rivela alla sua fantasia. Sono personcine di sei anni, quelle che ascoltano la voce della conchiglia, ma la profondità di ciò che sono capaci di esprimere è strabiliante. Ben tre maschi su dieci compongono una poesia personale. Un verso di queste recita testualmente: «il mare è come la gentilezza azzurra». Due figure retoriche in un pugno di parole: una similitudine e una splendida sinestesia. Composta in dieci minuti da un piccoletto che ha appena imparato a scrivere: che invidia! E c’è anche chi si cimenta con la rima:
«Il mare è freddo come un pezzo di ghiaccio / il mare è come un abbraccio». Anche qui notiamo la contrapposizione fortissima e molto interessante tra qualcosa di gelido e qualcosa che invece rimanda al calore di sentirsi avvolgere.
In Agorà, chi lo desidera, senza obblighi né forzature, può leggere o mostrare il proprio lavoro. Chissà cosa si prova a svelare ai propri compagni/e il messaggio segreto che la conchiglia ha portato al nostro cuore? Vorrei aver avuto anche io la maestra Serena, da piccola, per poter rispondere oggi a questa domanda. Perché c’è una quantità di educazione emotiva e di apprendimenti didattici, in un laboratorio di scrittura come questo, che quasi si fatica a mettere a fuoco tutto. La storia di Kamil racchiude in sé concetti molto alti come l’empatia, l’amicizia, i legami, la solidarietà, il dono, l’attenzione all’altro, ma anche la consapevolezza delle fatiche dovute alla tristezza, allo smarrimento, alla perdita dell’identità e della dimensione privata, all’incertezza per il futuro. Si tratta di un ancoraggio ricchissimo e molto forte a cui agganciare l’attività creativa che, per sua natura, deve avere una cornice che sia orientativa e tranquillizzante per i/le bambine (la conchiglia è colei che parla, i racconti arrivano dal mare e devono essere tranquillizzanti), ma nello stesso tempo concedere quanta più libertà espressiva possibile. I piccoli artisti/e possono disegnare o scrivere, colorare e decorare il proprio libretto del messaggio segreto a piacimento. Ognuna/o riceve la sagoma di una conchiglia che dipingerà secondo lo stile artistico della pop-art, che la maestra Serena mostra loro e che spiega essere una corrente artistica in cui il contrasto dei colori è molto importante. Anche lei, la maestra, colora e decora la sua conchiglia e la mostra alle sue piccole/i artisti. Non «Io vi spiego e voi eseguite» quindi, ma un fare insieme, in cui l’adulta può far da modello e da esempio, da facilitatrice, non da istruttrice. Dopodiché tutti i manufatti verranno appesi insieme ai fili colorati che scorrono lungo il soffitto dell’aula e del corridoio.
Ma non dimentichiamo che lo scopo dell’attività era anche quello di affrontare la difficoltà ortografica del digramma “chi” e di lavorare sulla capacità di scrittura e il riconoscimento delle parole. In un grande cartellone viene incollata l’immagine di Kamil e della conchiglia, scritto il titolo dell’albo illustrato e le/i bambini sono chiamati a cercare le parole “morbide” (quelle che fanno bene all’altra/o e a noi stessi, quando le sentiamo) e quelle “spigolose” (che, al contrario, possono ferire o ferirci) che la storia ha loro fatto venire in mente. Le prime vengono scritte su nuvolette di un bell’azzurro pastello, le seconde su fulmini di colore giallo acceso. Nulla, proprio nulla, in questa attività è lasciato al caso. Sul cartellone appaiono tra le parole morbide grazie; sei gentile; ti posso abbracciare?; sei carino; sono tua amica; mentre tra quelle spigolose troviamo i grandi classici: che schifo; mi stai antipatico; sei cattiva; stupida, brutto e addirittura ti odio. Quante cose hanno imparato bambini e bambine in alcune ore dedicate a una attività come questa?
A me viene da fare una semplice considerazione. Forse se tutte le insegnanti, a partire proprio da quelle di infanzia e primaria (che, benché continuino a essere poco valorizzate, hanno una responsabilità immensa sulla formazione delle nuove generazioni), facessero scuola così, legando in percorsi di senso educazione emotiva, educazione alla cittadinanza, educazione alla conoscenza e alla cura di sé e degli altri e didattica, oggi non ci troveremmo in un mondo dove la guerra e la disuguaglianza sono tornate a travolgere ogni cosa.
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
