Indomita al Tropea Film Festival

La cornice del Tropea Film Festival si è confermata ancora una volta uno spazio culturale vivo, aperto alla riflessione civile e attento a valorizzare le voci e i percorsi femminili. In un’edizione contrassegnata da uno sguardo limpido e inclusivo sul mondo contemporaneo — reso plastico dalla doppia dedica a due figure cardine dell’immaginario collettivo come Raf Vallone e Marilyn Monroe — la rassegna ha dato ampio risalto a professioniste, autrici e registe capaci di incidere nella società attraverso linguaggi e strumenti diversi. È in questo orizzonte di memoria e consapevolezza che si è inserita la presentazione di Indomita, il volume in cui Civita Di Russo ripercorre una traiettoria biografica e professionale fuori dal comune. Penalista di lungo corso, oggi vice capo di Gabinetto della Regione Lazio, dopo aver speso più di vent’anni nelle trincee maggiormente esposte della cronaca giudiziaria italiana, Di Russo è un’avvocata che ha scelto di misurarsi con una delle frontiere più scivolose e incomprese del nostro ordinamento, ovvero la difesa e la tutela delle/dei collaboratori di giustizia o testimoni nei grandi processi di mafia.
La sua vocazione forense affonda le radici nell’infanzia, racconta Di Russo, accesa dalle serie televisive statunitensi in cui difensori appassionati riuscivano a dimostrare l’innocenza di imputate/i ingiustamente perseguitati. Quel desiderio precoce di giustizia trovò presto la diffidenza dell’ambiente familiare, ma anche la solida complicità della nonna materna, figura fondamentale cui il libro riserva un capitolo toccante, poiché fu proprio lei a incoraggiarla a resistere, a non farsi intimidire dalle convenzioni sociali e a inseguire con determinazione l’ambizione di diventare avvocata. Il confronto con la realtà, tuttavia, scardinò rapidamente ogni visione edulcorata. Difendere non significava quasi mai patrocinare figure senza macchia, bensì garantire i diritti di chi si trovava dalla parte del torto. Nel caso delle/dei collaboratori di giustizia, poi, non vi era spazio alcuno per l’ambiguità, la colpevolezza non andava accertata, era conclamata, e il patto con lo Stato imponeva loro di accusare anzitutto se stesse/i prima di chiamare in causa chi era complice. Erano figure scomode, segnate dal disprezzo generale della gente comune, delle forze dell’ordine e dei sodali criminali che li ritenevano traditori, eppure destinate a divenire lo strumento decisivo nella lotta alla mafia. Furono Falcone e Borsellino a volere una legge per i testimoni, a partire dalla collaborazione di Tommaso Buscetta, il quale tenne a ribadire di non essere un pentito ma un uomo d’onore approdato alla rottura con l’organizzazione originaria dopo che la ferocia corleonese gli aveva sterminato figli e familiari. Fu sulle rivelazioni di Buscetta che prese corpo la stagione del Maxiprocesso del 1984, ospitato nell’aula bunker appositamente edificata, a coordinare e sovrintendere la sua costruzione fu la magistrata Liliana Ferraro.

All’indomani delle stragi del 1992, con la scomparsa di Falcone e Borsellino e l’Italia precipitata nel terrore, la Sicilia visse un vuoto drammatico in cui molti giovani magistrati e magistrate e avvocate e avvocati si ritrovarono a gestire un carico insostenibile. Giunsero anche dal Nord per dare manforte, mentre sul fronte difensivo la paura di ritorsioni immediate frenava la gran parte dei/delle legali dell’isola. È in questo snodo storico che si inserisce Civita Di Russo, che a ventisei anni viene assegnata d’ufficio a Rebibbia alla difesa di un collaboratore trasferito a Roma per motivi di incolumità. L’incontro d’esordio fotografò con spietatezza i pregiudizi di quel mondo patriarcale, infatti, davanti al Pubblico Ministero — un magistrato settentrionale che non aveva esitato a designare una donna — il detenuto reagì con ostilità manifesta esclamando: «Dottore, ma questa femmina è».
Per la mentalità del collaboratore la donna apparteneva a una sfera domestica e subalterna; l’idea di affidarle la propria sorte era inconcepibile. Di fronte al rischio concreto che il colloquio naufragasse, la giovane avvocata scelse, con radicale fermezza, di rimanere sola con lui, rinunciando persino alla presenza della scorta. Non per incoscienza né per ostentazione di un coraggio astratto — la paura era viva e concreta, racconta lei — ma per il rifiuto categorico di veder calpestata la propria dignità e la propria professionalità per ragioni di genere. Rimasta sola nella stanza, lo affrontò a viso aperto, facendogli notare che se fosse stato davvero un uomo d’onore non avrebbe mai dubitato del suo valore solo perché donna. Il detenuto raccolse la provocazione ponendole una condizione apparentemente irrealizzabile: avrebbe fornito la sua testimonianza solo se lei fosse riuscita a fare accedere la sua famiglia, rimasta in Sicilia, al programma speciale di protezione entro sette giorni. Di Russo ignorava cosa fosse nella pratica quel programma e quanto fosse complessa la macchina burocratica per attivarlo in un tempo così esiguo, ma comprese che a un collega uomo quella prova di forza non sarebbe mai stata pretesa. Superò l’ostacolo, formalizzò l’intesa e rimase al fianco di quell’uomo per ben ventisette anni. 

Al pubblico del Tropea Film Festival l’autrice ha consegnato una riflessione profonda sul valore costituzionale dell’articolo 24: assumere la difesa di un reo confesso non equivale a giustificarne le colpe, ma a vigilare sulla regolarità del procedimento e sulle decisioni della magistratura, tutelando la tenuta democratica della giustizia. Questa etica professionale ha conosciuto tuttavia un unico, invalicabile limite morale di fronte alla barbarie più cupa. Quando le fu prospettata la difesa di un soggetto coinvolto nel sequestro e nell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo — il figlio del collaboratore Santino Di Matteo strangolato e sciolto nell’acido su ordine di Giovanni Brusca — Di Russo rifiutò l’incarico. L’uomo aveva deciso di collaborare non per un autentico rimorso, ma per il mero terrore di essere a sua volta eliminato da Brusca in quanto testimone del delitto. L’atrocità dell’atto e l’assoluta assenza di ravvedimento resero incompatibile qualunque patrocinio. Fu il solo rifiuto opposto nella sua intera carriera. 
La fedeltà al proprio ruolo ha comportato costi umani pesantissimi. Vent’anni trascorsi sotto scorta, un dispositivo di sicurezza esteso anche alla figlia e la quotidiana convivenza con una paura mai negata, memore dell’adagio per cui chi non conosce la paura muore ogni giorno. L’avvocata non rivendica eroismi, ma la coerenza di aver aderito a una vocazione civile che impone a chi ha maggiori strumenti di mettersi al servizio della collettività. Una vicenda esemplare che presto approderà sul piccolo schermo in una fiction prodotta dalla Rai, tratta proprio da Indomita. Un racconto che promette di segnare un cambio di passo rispetto alle narrazioni incentrate esclusivamente sulla disperazione e sul cinismo criminale, infatti al centro non vi è la fascinazione del male, ma il riscatto incarnato da una figura femminile positiva, capace di attraversare le pagine più buie della nostra Repubblica tenendo saldi i valori del diritto, della libertà e della parità.

Civita Di Russo insieme all’avvocato Gallo, foto di Elisa Purita

La forza dirompente della testimonianza di Civita Di Russo e l’attenzione riservata a opere dal forte impatto simbolico come L’invidia del pene di Marzia Roncacci trovano un’ideale cassa di risonanza nelle riflessioni dell’assessora al Turismo del Comune di Tropea, Greta Trecate. Interpellata sul significato di questa diffusa presenza femminile e sul senso di ricoprire un incarico pubblico a maggioranza maschile, l’assessora chiarisce subito la propria prospettiva: «Non l’ho mai vissuto come un peso, ma come una responsabilità. Io non guardo se una persona è un uomo o una donna: guardo le capacità, le competenze, l’impegno. Sono queste le cose che contano, e voglio essere giudicata per queste. A Tropea ho trovato una comunità che guarda i fatti, e alla fine sono i fatti a parlare per te». Un approccio concreto in cui la determinazione personale gioca un ruolo determinante. Riflettendo sull’equilibrio tra coraggio e tenacia nel difendere le proprie idee, Trecate sottolinea, infatti, che «servono tutti e due, ma prima di tutto bisogna crederci. Se credi in quello che fai e in quello che sei, il coraggio arriva da solo, e arriva anche la forza di andare avanti. Le proprie idee vanno difese sempre, anche quando sono scomode o difficili. Poi io sono del Capricorno e sono molto testarda, e qui è un vantaggio: chi si arrende subito non saprà mai come sarebbe andata. Non bisogna mai smettere di credere in sé stesse». 
Questa fermezza non si traduce però in un atteggiamento bellicoso, tanto che alla domanda se vi sia stato un momento specifico in cui si sia sentita “indomita”, risponde con serenità: «No, un momento preciso non c’è stato. Quando credi in un’idea la porti avanti con naturalezza, senza sentirti in battaglia. Io lavoro con impegno e competenza, e quando fai così il sostegno lo trovi: ho sempre trovato ascolto e collaborazione. Anche il confronto, quando è acceso, fa parte del lavoro; più che indomita, per me conta essere coerente e costante». Da qui discende una precisa concezione del potere e della credibilità nelle istituzioni, che per l’assessora significa «farsi riconoscere per quello che sai fare e non per il ruolo che hai. L’autorevolezza non si chiede e non si impone: si costruisce, mantenendo la parola data e presentandosi preparata. Ma la base di tutto, per me, è il rispetto per tutte e tutti, insieme all’educazione: sono i punti fondamentali che fanno muovere ogni cosa, perché senza rispetto non c’è dialogo e senza dialogo non si costruisce niente. A una donna spesso viene chiesto qualcosa in più, ma io la vedo come un’occasione per agire bene». Una visione che assume un valore pedagogico cruciale per il futuro: la presenza femminile nelle istituzioni è importante proprio «perché una donna in un ruolo istituzionale può essere un esempio per tante altre donne e per le ragazze, che vedono che quella strada è possibile anche per loro», pur ribadendo che la priorità resta sempre la preparazione di chi guida. Uno sguardo che si riflette pienamente nell’orgoglio per il Tropea Film Festival, accolto «con grande orgoglio, perché ha portato a Tropea storie diverse, raccontate da sguardi di donna, e il pubblico ha risposto con attenzione e curiosità. Non è stata una scelta “di quota”: sono film che hanno qualcosa da dire, e il cinema sul mare è il posto giusto per dirlo».
Chiamata a tirare le fila del senso più intimo della parola “indomita”, l’assessora ne rivendica il valore universale: «Per me è una parola che esiste solo per chi la vuole far esistere. Io credo che le capacità e le competenze vengano sempre fuori, e sono quelle a parlare per te. Però bisogna anche non farsi mettere sotto e farsi rispettare sempre, con educazione ma con fermezza. Per me essere indomita vuol dire questo: sapere chi sei, credere in quello che fai e non lasciare che nessuna e nessuno ti sminuisca». Principi che diventano, infine, un programma vivo per il territorio, dove la promozione turistica e culturale deve farsi veicolo di riconoscimento per la comunità reale: «A Tropea ci sono tante donne che ogni giorno lavorano, creano e raccontano questo territorio: nelle attività, nell’accoglienza, in cucina, nell’artigianato, nella cultura e in famiglia. Valorizzarle vuol dire dare spazio a quello che fanno, alle loro capacità e competenze e a loro come persone, senza distinzioni. Quando ci sono storie belle e di valore, il compito del Comune è farle conoscere attraverso gli eventi, la comunicazione e la promozione di Tropea, sempre con rispetto per le persone e per quello che rappresentano». 

Percorsi e voci diverse che, a Tropea, si ricongiungono nell’idea condivisa che essere indomite non rappresenti un atto di sfida, ma la scelta quotidiana di affermare il proprio valore attraverso l’impegno, il rispetto e la fedeltà a sé stesse.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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