Che si chiamino “Case della Comunità” — come vengono indicate nel Pnrr-Missione 6 Salute — oppure “Case di Comunità” — come troviamo spesso sulla stampa, ma anche in documenti ufficiali — siamo di fronte a istituzioni innovative che hanno lo scopo di far incontrare e interagire gli ambiti medico-sanitari con quelli socio-assistenziali, a tutto vantaggio di cittadini e cittadine.
Per conoscere meglio questi presidi, che hanno l’ambizione — forse realizzata, forse non ancora del tutto — di promuovere la salute anche negli aspetti di benessere, integrazione sociale e prevenzione, in prospettiva territoriale, rivolgiamo alcune domande alla dr.a Silvana Cirincione, a capo della Direzione Socio Sanitaria dell’Asst di Lodi.

Si legge che le attuali Case di Comunità siano un potenziamento e una trasformazione della Case della Salute, già preesistenti: è una informazione corretta? Perché cambiare nome? In cosa sono differenti?
Sì, possiamo dire che le Case della Comunità rappresentino, in parte, l’evoluzione delle precedenti esperienze delle Case della Salute, che in alcune Regioni erano già state avviate con l’obiettivo di avvicinare i servizi sanitari e sociosanitari a cittadine e cittadini. Tuttavia, non si tratta semplicemente di un cambio di nome e cerco di evidenziarne le differenze. Con il Pnrr, attraverso la Missione 6, e soprattutto con il DM 77 del 2022, si è cercato di ricondurre queste esperienze all’interno di un modello più omogeneo di assistenza territoriale, esportabile su tutto il territorio nazionale, definendo standard strutturali, tecnologici, organizzativi e assistenziali.
La Casa della Comunità è quindi il nuovo punto di riferimento per l’assistenza sanitaria e sociosanitaria sottolineando un’evoluzione del concetto di assistenza di prossimità sia organizzativo ma soprattutto culturale nella presa in carico della persona.
L’obiettivo è quello di favorire una maggiore integrazione tra chi opera in medicina generale, pediatria con libera scelta, specialistica, infermieristica, psicologia e anche altre e altri professionisti sanitari e sociosanitari, lavorando sempre più in équipe e mettendo al centro i bisogni della persona e non il singolo servizio.
Non è quindi una struttura isolata, ma un vero nodo della rete assistenziale territoriale, in collegamento con l’ospedale, i servizi territoriali, l’assistenza domiciliare, i servizi residenziali, i servizi sociali dei Comuni e, più in generale, con tutte le realtà che contribuiscono al percorso di presa in carico.
In questo modello assumono un ruolo importante anche la telemedicina e le tecnologie digitali, che possono favorire la continuità dell’assistenza e consentire di seguire e monitorare il/la paziente anche al di fuori della struttura, fino al domicilio.
Inoltre un ulteriore elemento di novità all’interno della Casa della Comunità è il rapporto più stretto con il territorio, con gli enti locali, le associazioni e il Terzo settore.
Quindi, per concludere, non parlerei di un cambiamento di denominazione ma di prospettiva.
Qual è l’obiettivo principale di queste strutture? La Casa di Comunità dell’Asst di Lodi è stata recentemente presentata all’Organismo di partecipazione-Promozione e tutela della salute del Comune, nei suoi molteplici ambiti: dal Pua-Punto unico di accesso, a tutti gli altri servizi. È pienamente funzionante o ci sono ancora criticità e implementazioni da fare?
L’obiettivo principale, come già detto, è quello di rendere l’assistenza sanitaria e sociosanitaria più vicina, accessibile e integrata, facilitando l’accesso ai servizi e garantendo una presa in carico continuativa della persona, in particolare per chi presenta bisogni complessi o patologie croniche.
La Casa della Comunità (CdC) di Lodi è pienamente operativa e risponde ai requisiti previsti dal DM 77/2022. Sono presenti tutti i servizi e funzioni previsti, tra cui il Pua – Punto unico di accesso (al cui interno operano Infermiere/i di Comunità e Assistenti sociali), il Centro prelievi, il Cup e i servizi di accoglienza e orientamento, l’Équipe di valutazione multidimensionale, l’assistenza domiciliare, le attività di prevenzione, l’assistenza primaria, l’assistenza specialistica dedicata alla cronicità, la Psicologia di Comunità, la Continuità assistenziale. La presenza medica è garantita 7 giorni su 7 h 24 mentre quella infermieristica h 12.
A questi si aggiungono, in alcune sedi — sul territorio della Asst di Lodi sono attive 5 CdC — anche altri servizi che ampliano ulteriormente l’offerta territoriale, come il Cps (Centro psico-sociale), il SerD (Servizio per le dipendenze), Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza, il Centro vaccinale e il Consultorio familiare.
La realizzazione della Casa della Comunità non si esaurisce, però, nella presenza fisica dei servizi, ma richiede un continuo lavoro di integrazione tra professioniste/i, servizi e diversi livelli assistenziali. Occorre continuare a lavorare per rendere sempre più fluidi i percorsi, migliorare il collegamento con le/i medici di medicina generale, con l’ospedale e con l’assistenza domiciliare, sviluppare ulteriormente la telemedicina e favorire una maggiore integrazione con il sociale e le altre realtà del territorio.
La sfida, quindi, non è soltanto attivare servizi all’interno della Casa della Comunità, ma fare in modo che questi servizi funzionino realmente come una rete, mettendo la persona e il suo percorso di cura al centro.

In che misura c’è attenzione al tema della medicina di genere?
L’approccio alla medicina di genere è un elemento trasversale che interessa quindi anche le Case della Comunità. Non va creato un servizio separato, ma si tiene conto delle differenze biologiche e sociali che possono influenzare il modo in cui una malattia si manifesta o viene trattata nei diversi percorsi di prevenzione, diagnosi e cura anche all’interno della Casa della Comunità, grazie alla presenza di professioniste/i di diverso profilo e alla presa in carico integrata della persona.
C’è stato recentemente uno sciopero dei medici di famiglia e di medicina generale: riguarda anche il loro inserimento nelle Case di Comunità?
Nel giugno 2026 è stato sottoscritto un nuovo Accordo collettivo nazionale, finalizzato proprio a disciplinare la presenza di medici di medicina generale nelle Case della Comunità. L’accordo prevede fino a sei ore settimanali di attività nelle CdC. Ed è proprio su questo punto che si è concentrata la protesta sindacale, contestando l’obbligatorietà e chiedendo maggiore flessibilità e un coinvolgimento solo su base volontaristica. Al di là della vertenza contrattuale, credo che il tema sia particolarmente importante perché la presenza di medici di medicina generale è un elemento fondamentale per il buon funzionamento delle Case della Comunità. La vera sfida sarà, quindi, trovare modalità organizzative che, valorizzando il ruolo del medico di medicina generale quale riferimento per il/la paziente, garantiscano in CdC una presenza stabile e funzionale ai percorsi di presa in carico.

Il DM 77/22 afferma: «Abbiamo bisogno di un cambio di prospettiva. Bisogna passare da sistemi sanitari progettati intorno alla malattia e alle istituzioni, a sistemi sanitari vicini alla comunità, progettati per le persone, con le persone», il cammino è avviato, c’è sufficiente informazione su questo, all’interno della cittadinanza, perché diventi davvero efficace?
Certamente, il cambiamento non può essere soltanto organizzativo o strutturale: deve essere, come abbiamo già detto, anche culturale.
Affinché le Case della Comunità siano realmente efficaci, è fondamentale che le/i cittadini, ma anche le/i professionisti del mondo sanitario e sociale conoscano queste strutture, sappiano quali servizi offrono e, soprattutto, quando e come rivolgersi a esse.
Il percorso è avviato e, in questi ultimi anni, sono state realizzate diverse iniziative per promuovere la conoscenza di questo nuovo modello assistenziale. Tuttavia, ritengo che ci sia ancora molto da fare sul piano dell’informazione e del coinvolgimento della popolazione.
Non basta costruire le Case della Comunità e attivare i servizi: occorre farle conoscere, renderle facilmente accessibili e spiegare ai/alle cittadine come possono rappresentare un punto di riferimento per i loro bisogni di salute. È importante anche ascoltare le esigenze della popolazione e coinvolgerla attivamente nella costruzione di una sanità territoriale sempre più vicina alle persone.
Difficile essere esaurienti su un tema così complesso, innovativo e che fa tanto discutere: invecchiamento della popolazione, inquinamento ambientale, immigrazione, isolamento, impoverimento… fattori che richiedono interventi che vanno ben oltre l’attività ospedaliera, per cui occorrono una nuova formazione, differenti modalità di lavoro multiprofessionale e integrato col territorio, personale e risorse adeguate, allora grazie sentitamente alla dr.a Silvana Cirincione per il tempo che ci ha dedicato, e arrivederci a eventuali suoi prossimi aggiornamenti sulla nostra rivista.
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
