Editoriale. La morte in diretta

È proprio vero che all’orrore non c’è fine: assistiamo continuamente, anche non volendo, a scene raccapriccianti di bombardamenti, stragi, arresti violenti, incidenti mortali, naufragi, pur rifiutando per principio di guardare tutto il materiale diffuso in rete. Ma basta sfogliare un quotidiano o dare un’occhiata a un qualsiasi telegiornale e sono proprio quelle immagini a invadere la pagina e lo schermo, sono loro a cercare il nostro occhio. Senz’altro nella mente è sempre vivo quell’11 settembre in cui tutto cambiò e la realtà superò di gran lunga ogni fantasia o illusione. Ora però siamo oltre ogni limite grazie alla mente perversa del segretario Usa alla Guerra Pete Hegseth che ha fatto una dichiarazione scioccante che ha stupito il mondo e ha sollevato un coro di indignazione. Personalità note, attrici impegnate come Susan Sarandon, una scrittrice sempre attenta come Dacia Maraini, esponenti ecclesiastici, membri dell’esercito: voci diverse, anche nello stesso Partito repubblicano, hanno espresso il loro no all’uccisione in diretta streaming di Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito Usa che nel 2009 entrò in uno studio medico nella base di Fort Hood e aprì il fuoco, uccidendo 13 commilitoni e ferendone 32. L’alto commissario dell’Onu, Volker Türk, ha ricordato che sarebbe una violazione del divieto di tortura che non permette pubbliche esecuzioni. Il segretario di Stato vaticano Parolin ha detto: «Non è accettabile la spettacolarizzazione della morte», il cardinale Müller ha parlato di atto barbarico e l’arcivescovo Broglio ha condannato senza mezzi termini l’idea allarmante di Hegseth, appoggiata da Trump, con le parole: «Il crimine commesso da Hasan è stato orribile, ma a quale scopo serve esporre in pubblico l’uccisione di un uomo in sedia a rotelle?». Se Trump sperava con questa mossa di ottenere consensi, in vista delle elezioni intermedie del 3 novembre, ha sbagliato ed è dovuto ritornare sui suoi passi; la fucilazione ci sarà comunque, anche se non si esclude un rifiuto in massa da parte dei commilitoni di far parte del plotone d’esecuzione, specialmente quelli di fede cattolica. Da ricordare che la fucilazione non si applicava negli Usa dal 1936. Si tratta dunque di giustizia o di vendetta? A questo punto cosa distingue un Paese libero e democratico da una tirannia? Possiamo davvero continuare a credere gli Usa un “modello” a difesa dei diritti umani?

Intanto, mentre scriviamo, rimane incerta la sorte di Christa Pike, sopravvissuta il 30 settembre a due tentativi di uccisione con l’iniezione che dovrebbe essere letale, in realtà è un metodo crudele perché la persona viene paralizzata, non può esprimersi, ma percepisce quanto le sta accadendo. Dopo le cure ospedaliere, ora è ritornata nel carcere femminile dove è detenuta da 30 anni e si sta riprendendo. Il 21 maggio era già accaduto nel Tennessee, quando a Tony Carruthers, dopo un’ora di inutili tentativi, non fu trovata la vena “buona” e l’esecuzione fu rimandata. Chi procede per eseguire la condanna, infatti, non fa parte del personale medico perché la maggioranza di quanti operano nella sanità vuol far vivere e curare le/i pazienti, non ucciderli; sono piuttosto operatori (operatrici?) interni alla struttura carceraria con scarse conoscenze anatomiche. Su Christa Pike poi ci sarebbe da ricordare che è stata una assassina, è vero, ma all’epoca aveva appena compiuto 18 anni e veniva da una condizione penosa di violenze, stupri iniziati a 7 anni, crudeltà, molestie dentro e fuori la famiglia, di cui la giuria non fu informata.

Prima di concludere facciamo il punto sulla situazione relativa alla pena di morte nel mondo, iniziando dall’Iran: secondo Iran Human Rights le esecuzioni per impiccagione quest’anno sono già state più di 600, il centro Boroumand ne avrebbe contate invece almeno 900 in 7 mesi. La fucilazione si applica attualmente solo in Corea del Nord e in Afghanistan, da dove spesso ne vengono diffuse le immagini. Le esecuzioni del 2025 in Cina non sono quantificabili, si parla di migliaia; in Arabia Saudita 356, in Yemen 51, negli Usa 47, 23 in Egitto, 17 in Somalia, Kuwait e Singapore (fonte Amnesty International).

Dopo un simile sconfortante quadro, diamo qualche buona notizia. Proprio negli Usa (fonte A.I.) il 10 luglio lo Stato della Pennsylvania ha commutato in ergastolo la condanna a morte di Jeffrey Martin, giudicato colpevole di omicidio nel 2008. È una di quelle persone sventurate che negli Usa, basta leggere i romanzi e le inchieste di John Grisham, non ricevono una adeguata difesa e vengono giudicate con leggerezza, perché povere, ignoranti, abbrutite da alcol e droghe, magari pure di colore (la maggioranza di chi è in prigione e nel braccio della morte…): l’uomo è affetto dalla sindrome alcolica fetale, quindi il giudice ha stabilito che di fatto è disabile dalla nascita.

Il 24 settembre la procura dello Stato dello Utah ha rinunciato a chiedere la pena di morte nel nuovo processo contro Douglas Stewart Carter, ora 71enne, condannato a morte nel 1985 per omicidio. Nel 2025 la Corte suprema statale aveva annullato la condanna per false testimonianze prodotte dall’accusa; nuovi test del Dna dimostrano l’estraneità di Carter all’omicidio (fonte A.I.). L’11 luglio (ancora fonte A.I.) il parlamento del Libano ha approvato la legge che abolisce la pena di morte sostituendola con l’ergastolo ai lavori forzati, ufficializzando una moratoria in atto dal 2004. È dunque il 114esimo Paese al mondo ad aver abolito la pena di morte. In Toscana, dove vivo, questo avvenne in una data che va scolpita nella nostra mente: 30 novembre 1786, quando fu approvato il nuovo Codice Penale con cui il granduca Pietro Leopoldo di Lorena cancellò dalla vecchia legislazione, primo in Europa, anche la tortura e il delitto di lesa maestà, seguendo gli insegnamenti di Cesare Beccaria. Il grande illuminista, nonno di Manzoni, nel suo prezioso saggio del 1764 Dei delitti e delle pene spiegava con chiarezza che i crimini non diminuiscono con il timore della pena di morte, fa molto più paura il carcere a vita, o meglio ancora una pena certa dopo un giusto e rapido processo basato su una legislazione chiara e ben nota; lo Stato non può e non deve togliere la vita, mentre la prigionia dovrebbe avere un intento rieducativo. La tortura poi è una pratica crudele e inutile perché non si può distinguere chi è colpevole da chi è innocente, visto che chiunque confessa pur di far cessare il dolore. Le teorie espresse durante l’Illuminismo possono ancora ispirare i nostri comportamenti, a distanza di oltre due secoli. Basta farne tesoro.

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Anche questa settimana il nuovo numero di Vitamine vaganti ci porta a riflettere sugli equilibri internazionali, sui diritti e sulle forme di emancipazione.

Cuba Patria e morte. Il numero 8/2026 di Limes approfondisce la grave crisi dell’isola caraibica, stretta tra sanzioni, povertà e mire statunitensi, soffermandosi sulla sua rilevanza geopolitica e sul silenzio dei media tradizionali.
Pelli, fili e tessuti. Natura e cultura, dal femminile al maschile indaga il passaggio di molte attività lavorative dalla sfera femminile a quella maschile, soffermandosi sulle dinamiche di potere, sui tabù e sulle strutture patriarcali che hanno contribuito alla subordinazione delle donne. Io obietto la guerra, illustra la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Emergency per dare attuazione all’articolo 11 della Costituzione, attraverso l’obiezione di coscienza alla guerra e il ripristino di quella al servizio militare.

Dai grandi scenari politici alle esperienze individuali, incontriamo ora donne che hanno aperto nuove strade, difeso la libertà di pensiero e contribuito al cambiamento.
Ilse Langner. Cronache di viaggi restituisce il profilo di una scrittrice e giornalista tedesca dallo spirito indipendente, dalla sensibilità femminista e dallo sguardo cosmopolita. Elena Cattaneo, scienziata per passione. Dai laboratori al Senato della Repubblica ripercorre la carriera della neurobiologa, dai primi passi nella ricerca sulle cellule staminali e sulla malattia di Huntington all’impegno istituzionale in difesa del metodo scientifico, della libertà della ricerca e della parità di genere.
Il sesso debole? presenta il primo incontro dell’omonimo ciclo promosso da Giuridicamente libera Aps, dedicato al valore storico e sociale dell’autodifesa femminile. Attraverso gli interventi di storiche e giuriste, l’articolo mette in discussione il mito della naturale debolezza femminile e sottolinea l’importanza della consapevolezza di sé, della conoscenza dei propri diritti e delle reti collettive per contrastare la violenza di genere e le sue implicazioni istituzionali.
Il valore della memoria e della trasmissione delle esperienze emerge anche in Carte, luoghi e pensieri delle donne a Milano, recensione del volume dedicato a Elvira Badaracco e alla storia dell’attivismo femminile milanese, con particolare attenzione agli archivi delle donne, alle lotte politiche e alle reti di collaborazione. Le ribelli del Sud. La repressione in Puglia analizza la repressione del brigantaggio postunitario in Capitanata, evidenziando la durezza dell’intervento militare sabaudo, che colpì anche la popolazione civile e i familiari dei ribelli. Particolare attenzione è riservata alle figure femminili, la cui voce e memoria storica sono state spesso oscurate dalla parzialità e dalla frammentarietà delle fonti d’epoca.

La fotografia, la letteratura e il racconto dei territori offrono ulteriori occasioni per osservare la realtà attraverso prospettive originali.
Tina Modotti, reportage e fotoreportage ripercorre la seconda giornata del Convegno di Toponomastica femminile, dedicata alla celebre fotografa udinese, al valore etico e politico del fotogiornalismo e ad altre figure femminili che hanno segnato la storia dell’emancipazione, fino a un itinerario di genere per le vie di Udine.
Una forestiera portalettere è invece la recensione del romanzo di Francesca Giannone, che racconta la vicenda di Anna Allavena, prima portalettere donna nel Salento degli anni Trenta: la sua indipendenza e determinazione sfidano le convenzioni dell’epoca e contribuiscono a trasformare la comunità.

Chiudono la rassegna riflessioni sulla partecipazione, sui diritti e sul valore sociale del cibo, insieme a linguaggi e strumenti che favoriscono l’incontro.
L’ironia di Maura Bloom. Ribaltare i ruoli per svelare il sessismo recensisce lo spettacolo Bambolotto, nel quale la satira su catcalling, mansplaining e molestie quotidiane smaschera il patriarcato, stimolando la consapevolezza e la sorellanza. Digistorm. Creare sondaggi interattivi in modo semplice illustra le possibilità offerte dall’applicazione gratuita per realizzare quiz e sondaggi, coinvolgere il gruppo e stimolare il confronto nella didattica.

Terra comune. Il cibo al centro del dibattito politico riporta i temi dell’assemblea romana della coalizione Terra comune, nata per unire agricoltura, sociale e sindacati in un dialogo comune. L’alleanza propone riforme per valorizzare il lavoro agricolo, difendere il suolo, contrastare lo sfruttamento e garantire il cibo come diritto, puntando sui giovani e sulla sostenibilità per trasformare queste rivendicazioni in azioni concrete.
Infine, La cucina quotidiana, a casa e fuori mette a confronto le tradizioni gastronomiche greca e italiana, accomunate dalla convivialità e dal piacere di condividere il cibo, tra preparazioni casalinghe, meal prepping e mezedes da gustare insieme nelle taverne.

Buone letture a tutte e tutti.
Sara Fusco

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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