Dopo la giornata inaugurale di venerdì 2 ottobre dedicata all’impegno politico e inchiesta (Vv n. 396) e sul giornalismo ambientale e montano (Vv n. 397), sabato 3 ottobre, presso il Palazzo Antonini-Stringher della Fondazione Friuli, si è svolta la seconda giornata di Tina e le altre. Impegno, inchiesta e reportage, il 15° Convegno nazionale di Toponomastica femminile.

Bruna Proclemer, referente di Tf per il Friuli-Venezia Giulia, ha aperto i lavori. A porgere i saluti istituzionali e augurare un buon proseguimento del convegno sono intervenuti Mónica de la Mora, direttrice dell’Istituto culturale del Messico, Federico Angelo Pirone e Alberto Felice De Toni, rispettivamente assessore alla cultura e sindaco del Comune di Udine.
Patrizia Moroso, art director dell’Azienda Moroso, ha presentato i gugjet, donati alle relatrici e alle organizzatrici del convegno.

Il gugjet era un piccolo oggetto tradizionale friulano, spesso in metallo e a forma di cuore, che le donne portavano appeso alla cintura del grembiule. Serviva come portaferro da maglia: permetteva di infilare uno dei ferri mentre si camminava o si lavorava, evitando di pungersi o ferirsi il fianco. Testimonia un tempo in cui le donne camminavano nei boschi, nei prati o nei campi e nello stesso tempo trasportavano pesi con la gerla e sferruzzavano.
Rappresenta una forma antica di multitasking femminile, prima ancora che questa parola esistesse; racconta una cultura in cui il tempo delle donne era considerato prezioso ma sempre occupato, e in cui il lavoro domestico, agricolo e artigianale si intrecciavano continuamente. Inoltre, essendo spesso un dono di fidanzamento, aveva anche un valore affettivo e simbolico: era un segno d’amore e di promessa, richiamava il legame familiare e il ruolo della donna nella vita domestica e comunitaria. Ricevere un gugjet significava entrare simbolicamente nella vita adulta, nel matrimonio e nel ruolo di donna laboriosa all’interno della famiglia e della comunità.
Moroso ha reinterpretato il gugjet in chiave contemporanea, traducendolo nel linguaggio del tessile e del design: è realizzato in stoffa, quindi non più come oggetto metallico funzionale per reggere il ferro da maglia, ma come segno simbolico e decorativo. Non si tratta solo di una riproduzione: è una rilettura moderna di un simbolo femminile friulano, trasformato da strumento d’uso quotidiano a oggetto identitario, affettivo e culturale.
Questa terza sessione era dedicata a Tina Modotti: reportage e fotoreportage e faceva parte del corso di formazione continua per giornaliste e giornalisti.
La giornalista Fabiana Martini ha introdotto e moderato gli interventi della prima parte della mattinata.

Grazie alla relazione di Monica Di Barbora, storica e componente del direttivo della Società italiana delle storiche (Sis), è stata ripercorsa e analizzata la vita della fotografa udinese. Il suo racconto è stato suddiviso in due parti: la biografia inserita nella sua epoca e la costruzione del mito di Modotti dopo la sua morte. Di Barbora ha spiegato come l’identità di Tina si sviluppò lungo tre direttrici: la sua condizione di migrante, l’orientamento politico socialista del padre e la passione per la fotografia dello zio.
«Con Tina Modotti siamo andati oltre la storia, è diventata una figura mitica». Nella costruzione del suo mito agiscono tutti gli elementi che permettono alle donne di accedere al canone maggiore, cioè quello maschile: bellezza estetica, idea dell’eccezionalità, racconto attraverso la relazione col maschile, narrazione con tono intimo e colloquiale.

Indagare il suo percorso, dunque, è funzionale a comprendere i processi di selezione che aprono o chiudono le porte alle donne nella storia delle arti.
Questo, secondo Di Barbora, ci pone davanti a un interrogativo con cui la relatrice ha concluso: «Va tutto bene purché se ne parli?».
I luoghi attraversati da queste figure femminili possono diventare strumento di memoria collettiva. L’albergatrice udinese Giuliana Ganzini ha presentato il progetto Tina torna a casa, che rappresenta un suo ritorno simbolico nella città natale. Questo si è concretizzato nella creazione di un itinerario di genere lungo le vie di Udine e nell’allestimento permanente di una camera dell’Hotel Suite Inn, alla memoria e alla narrazione di Modotti e del suo legame con la città friulana.

L’etica in fotografia è stata al centro dell’intervento di Annalisa Vandelli, fotoreporter, scrittrice e giornalista. Come la parola non è neutra, anche l’immagine non lo è, ma è un’operazione politica. Fotografare è scrivere con la luce, ma anche con l’anima, senza la quale non c’è un racconto, qualcosa che ci parla. Nel fotogiornalismo si toglie lo zoom: non esiste una buona fotografia senza relazione; e Tina Modotti era una donna di relazione.
Centrale, nell’etica, risulta la questione dell’importanza di cogliere un’immagine e denunciare o fermarsi e intervenire.
La youtuber e videomaker Maria Giovanna Zampa ha analizzato la differenza tra video e fotografia e tra documento e testimonianza. Quest’ultima è il racconto tramite la voce di un soggetto che ha vissuto i fatti in prima persona: il web ha permesso l’aumento esponenziale delle narrazioni soggettive in movimento, che risultano più coinvolgenti rispetto alle immagini statiche perché procurano empatia.
Il mondo oggi è saturo di informazioni e, in questo sovraccarico, l’empatia è appunto ciò che permette di selezionarne alcune rispetto ad altre.
Dopo una breve pausa sono ripresi i lavori. Le ultime relazioni della mattinata sono state moderate da Danila Baldo, giornalista e vicepresidente di Toponomastica femminile.

Non solo Tina Modotti, anche un’altra voce femminile friulana è stata raccontata: Caterina Percoto. Sara Cerneaz, ricercatrice dell’Università degli Studi di Udine, ha definito il realismo di Percoto una forma di reportage ante litteram: racconto della miserabile vita di campagna con scientifica esattezza di particolari e descrizione anche degli aspetti più drammatici (la miseria, la rigida divisione sociale, l’educazione femminile, la monacazione forzata). In un secolo dove si sono fondate le basi della nostra modernità, la sua scrittura novellistica ha fornito un ritratto inedito della campagna friulana.
Cerneaz ha sottolineato l’impegno e il coraggio civile, patriottico e letterario di Percoto: «Il suo sguardo al reale e il suo impegno si accordano con le voci più tarde di donne come Tina Anselmi, Merlin e Modotti, e lo fanno nel nome dell’intelligenza, della forza e soprattutto della libertà di pensiero».

Nellie Bly, la pioniera del giornalismo d’inchiesta americano è stata al centro dell’intervento dello storico e saggista Valerio Marchi. Nellie Bly riuscì con intraprendenza e fantasia a farsi largo in un mondo tutto al maschile. Protagonista di coraggiose inchieste (su tutte quella compiuta nel manicomio femminile di Blackwell Island, a New York) e di viaggi all’epoca impensabili per una donna (come il giro del mondo), divenne un’icona del movimento emancipazionista femminile. Credette in un giornalismo coraggioso e utile, costantemente al fianco dei più deboli.

Chiudere i lavori del convegno è spettato alle giornaliste e toponomaste Laura Candiani e Sara Marsico, che hanno presentato la mostra Le giornaliste, allestita presso la sede del convegno, grazie a una serie di slide realizzate da Livia Capasso, giornalista, che non ha potuto essere presente. Candiani e Marsico hanno ricordato i punti salienti dei racconti biografici delle giornaliste scritti da ciascuna di loro, indicando al pubblico i numeri della rivista Vitamine vaganti su cui avrebbero potuto ritrovarne le storie.

I pannelli didattici raccontavano le figure che hanno animato le settimane di Calendaria 2026.


Alle ore 15:00, guidate da Roberta Cestari, le ospiti e le relatrici hanno percorso l’itinerario di genere tra le vie del centro di Udine, alla ricerca di tracce di Tina Modotti. Via Giovanni da Udine, vicolo Agricola, via Pracchiuso, via Treppo, sono solo alcune delle strade che la giovane fotografa deve aver percorso abitualmente durante i suoi anni di vita in terra friulana. A conclusione dell’itinerario, le presenti si sono recate presso l’Hotel Suite Inn per l’inaugurazione della camera d’autrice.

Partendo dalle storie di Tina Anselmi, Tina Merlin e Tina Modotti, queste due intense giornate di convegno, grazie a uno sguardo intersezionale, hanno portato numerosi spunti di riflessione e dibattito.
Nei prossimi numeri di Vitamine vaganti troverete approfondimenti dedicati ai singoli interventi del convegno.
In copertina: particolare della locandina del convegno con il disegno a sanguigna di Riccarda de Eccher.
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Articolo di Gaia Marinelli

Classe 2004, studia Lettere presso l’Università degli Studi di Udine. Oltre al percorso accademico, è capo scout AGESCI e ogni giorno s’impegna nell’educazione delle giovani e dei giovani. Appassionata di comunicazione, fotografia e storia: sogna di realizzare documentari, in cui approfondire e mettere in luce i suoi interessi.
