La Guerra Unica. Il numero 9/2026 di Limes. Parte prima

«La guerra è un’aggressione delle élite contro il popolo».
Giuseppe Mazza, Campagne di guerra.


Secondo i dati, in parte discutibili, forniti dal Comitato della Croce Rossa Internazionale, in questo momento sono in corso 130 conflitti nel mondo in 60 diversi Paesi. Questi numeri rendono l’idea dell’espansione delle guerre che la rivista di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, preferisce chiamare in modo efficace “Guerra unica”, per il coinvolgimento, diretto o indiretto, delle grandi e medie potenze in numerosi conflitti. In modo assolutamente impensabile fino a pochi anni fa, il mondo si sta unendo intorno al paradigma bellico. Su questo riflette l’ultimo volume di Limes, indagando sulle diverse guerre ed evidenziando la loro sinergia. Tutti i conflitti armati sembrano ricondursi a un’unica guerra. Per questo nella nostra sezione “Contro la guerra” ci si soffermerà con più articoli su questo numero della rivista.
Ciò su cui Limes pone l’accento è la cosiddetta rivoluzione bianca, un cambiamento profondo dal colore invisibile che non riguarda la guerra in senso fisico, materiale, ma la cultura della guerra. Secondo quanto sostiene Caracciolo nel video di presentazione del volume, nei Paesi liberal-democratici la guerra produce un vero e proprio ottundimento delle menti, una riduzione della comunicazione, che si trasforma da analisi in propaganda. Ogni persona è portata a rinchiudersi in gruppi, più o meno larghi o ristretti, che la pensano allo stesso modo; si evita di discutere con gli altri, non si argomenta più ma si lanciano slogan reciproci. I danni prodotti da questa rivoluzione bianca sulla qualità della nostra vita e su quella delle democrazie e delle istituzioni sono molto gravi e occorre cominciare a parlarne, perché il modo in cui la guerra è accompagnata nella vita comune, i messaggi inviati dai media e ricevuti dal pubblico sono soprattutto “una guerra di pensiero”.
Un gruppo di membri Ue, costituito da Polonia, Paesi Scandinavi e Baltici, non ha dimenticato la storia passata e nutre ancora un forte rancore verso il popolo russo (non solo verso Putin, come i media omologati ormai recitano in coro: la guerra colpisce sempre le popolazioni e raramente i Governanti) al punto da alimentare una russofobia che si traduce in annunci quasi quotidiani di presunti attacchi russi all’Ue, strillati sulle prime pagine dei giornali e smentiti puntualmente il giorno dopo in trafiletti scritti in tono minore. Molti temono che si ripeta la calata di Alessandro I a Parigi, dopo la sconfitta napoleonica. Le istituzioni internazionali o sono inerti, come l’Onu, o dannose come l’Ue e la Nato.
Nella prima parte del volume di ottobre, Due più uno. I poli del conflitto, sono prese in esame le due grandi Superpotenze che si fronteggiano, Usa e Cina, più la Russia. Se ne saggiano lo stato di salute e le rispettive strategie. Apre la sezione un approfondimento di Federico Petroni, di cui è appena uscito il libro Fiamme americane. La nuova destra e la crisi d’identità degli Stati Uniti. Il coordinatore della Scuola di Limes, che passa molto del suo tempo negli States, conferma che ormai viviamo in un mondo post-americano.

A caccia di materie prime
Carta di Laura Canali 2026

Forse non a tutti è noto che gli Usa non hanno armi e volontà sufficienti a contenere le guerre che iniziano e non riescono a finire; anche gli arsenali nucleari non sono stati svecchiati da almeno 15 anni; i loro satelliti, Germania e Giappone, si armano fino ai denti e Trump, nonostante le dichiarazioni roboanti nei confronti dell’Iran, non è nemmeno in grado di proteggere i sauditi dagli attacchi degli huti yemeniti. La proliferazione nucleare è dietro l’angolo e l’America non è più garante dell’ordine mondiale. Il debito statunitense si è avviluppato in una dinamica esponenziale, la spesa sociale è stata ridotta al pari delle tasse. L’impero è sovraesteso e non riesce più a onorare i suoi impegni. Secondo Wess Mitchell quella cui stiamo assistendo è però una “grande strategia di consolidamento”, non una ritirata ma una ridefinizione della logica imperiale: non più sconfiggere i rivali e mantenere l’ordine, ma “estrarre risorse per rivitalizzare l’America in crisi”. In qualsiasi modo, anche in spregio al diritto internazionale. L’avvicinamento di Cina e Russia è il frutto di un calcolo di convenienza. Riuscirà l’America a non pensarsi più come fine, al maschile e al femminile, e a raggiungere un’intesa con gli antichi nemici, prima della deflagrazione?

Principali guerre e interventi armati degli Stati Uniti
Carta di Laura Canali 2026

Tecno-patrioti l’America ha bisogno di voi è l’invito di Fabrizio Maronta a cambiare il rapporto tra lo Stato e i tecnocapitalisti delle Big tech, tutto improntato ad alleanze opportunistiche e a vantaggi immediati: «Oggi in America tecnica e nazione, Stato e individuo sembrano vivere vite separate, mutualmente esclusive e soggette a forti spinte centrifughe. I marxiani doc, ammesso ne restino ancora, ci vedranno forse l’inverarsi della profezia: il capitalismo che uccide sé stesso e lo Stato. Peccato (per fortuna) che a sostituirli non ci sia un proletariato dittatore di sé stesso, bensì il nuvolone di un’America frammentata e stordita. Ma non per questo necessariamente rassegnata».
La Cina è indagata con la consueta acutezza da Giorgio Cuscito e da Deng Yuven, che ne mette in luce i problemi interni, di natura economica, sociale, politica e militare, una situazione che richiede grandi capacità di governo. Per Cina e America la sfida maggiore è quella del controllo dell’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina a fine settembre hanno condiviso un meccanismo per segnalarsi incidenti legati all’AI che potrebbero minacciare la sicurezza nazionale dell’altro. In Soluzioni cinesi al problema dei tre corpi, titolo che si ispira al romanzo di fantascienza di Liu Cixin, Cuscito riferisce dell’intensa attività negoziale di Xi-Jinping: «A inizio mese il presidente cinese ha partecipato al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) in Kirghizistan. Poi è volato in Egitto, per monitorare il grado di instabilità che regna tra Bāb al-Mandab e il Canale di Suez. Dopo ha fatto tappa a Delhi per il summit dei Brics, dando seguito alla cosmetica distensione dei rapporti bilaterali con l’India. Infine, si è recato a Washington per incontrare Donald Trump e ricambiare la visita di quest’ultimo a Pechino lo scorso maggio». Il suo primo obiettivo è coltivare «la nuova stabilità strategica costruttiva con l’America», intesa come mantenimento della competizione al di sotto della guerra aperta; il secondo è che la Russia resti socia di minoranza della Repubblica popolare e il terzo è accrescere il soft power cinese nelle zone del pianeta trascurate dalle altre due potenze. Xi vuole imporsi, nell’era del caos, come il Grande Impero del Centro, approfittando della crisi americana e delle difficoltà della Russia. Grande Impero del Centro fortemente ispirato dal gioco del weiqi o gioco dell’accerchiamento, che abbiamo più volte descritto in altri articoli dedicati alla Cina. Un gioco di continui riposizionamenti. A Xi-Jinping può piacere l’idea della Grande Componenda di cui Limes ha parlato in un numero passato: la spartizione del mondo in sfere di influenza per evitare il disordine mondiale.

Rotte di interesse strategico delle grandi potenze

L’analisi più appassionante riguarda il conflitto russo-ucraino ed è affidata alla penna di John Florio, firma che di tanto in tanto compare nella rivista e dietro cui molte persone sospettano si celi proprio il Direttore. Per chi lo avesse dimenticato John Florio fu un umanista inglese di origine italiana, lessicografo, linguista, traduttore, scrittore e precettore reale, traduttore del Decamerone di Boccaccio e dei Saggi di Montaigne. Probabilmente dietro molte opere di Shakespeare potrebbe esserci proprio lui. L’articolo La Russia ha vinto perché L’America la riconosce grande potenza è un sottile e accurato trattato di geopolitica della guerra che imperversa alle porte dell’Europa. Ne consiglio vivamente la lettura a chi voglia capire, approfondendo la storia dei due Paesi, senza pregiudizi e aperto/a ad analizzare cause e motivazioni, i troppi errori commessi da ognuna delle parti, potenze europee comprese in questa vicenda, che sembra giungere alla fine in un modo e alle condizioni che avrebbero potuto essere ottenute a pochi mesi dall’inizio del conflitto, se non addirittura prima. Un testo, ricco di approfondimenti storici, politici, giuridici e di filosofia morale che si potrebbe utilizzare nelle scuole come base per discussioni geopolitiche nelle classi.
Chiude questa prima parte Orietta Moscatelli, che si interroga sul dopoguerra in Russia, se mai la pace si farà. I nodi da sciogliere sono molti: il calo demografico, che costituiva un problema già nel 2006, si è aggravato, il riposizionamento con l’Occidente, tentato almeno tre volte dal 1991, non è affatto semplice, così come trovare una nuova classe dirigente e pensare alla successione di Putin. Occorre riconvertire l’industria bellica, anche se non subito, e spiegare la pace alla società russa che ha bisogno di coesione. Probabilmente la Federazione russa non si dissolverà, come molti occidentali sperano. Ma i problemi che dovrà affrontare, se non vorrà retrocedere, sono moltissimi.
Non sappiamo se la pace russo-ucraina si stia avvicinando davvero. Forse però non sarebbe male ispirarsi alla lezione dell’Ottocento dopo lo sconvolgimento dell’epoca napoleonica. L’acuto ed erudito John Florio può permettersi di citare Henry Kissinger per condensarla in poche righe: «La logica della guerra è il potere, e il potere non conosce limiti intrinseci. La logica della pace è la proporzione, e la proporzione implica limitazione. Il successo della guerra è la vittoria, il successo della pace è la stabilità. È la tentazione della guerra di punire, è il compito della politica di costruire».

In copertina: immagine di Laura Canali.

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, faccio parte dell’Osservatorio Pari opportunità dell’Odg della Lombardia. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, ho seguito la scuola di Limes per capire meglio il mondo. Scrivo di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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