Las grietas, le crepe della memoria nelle fotografie di Fabiola Ferrero

«Oltre sette milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese. Molti genitori, fratelli, amici. Noi stessi. Ho visto il mio Paese trasformarsi in qualcosa di estraneo e i miei ricordi svanire, come se stessi guardando la mia infanzia attraverso il vetro appannato di una finestra. Eppure, continuo a tornarci. Spesso, cerco rifugio in quella memoria imperfetta — la mia e quella altrui».
Sono parole di Fabiola Ferrero, fotografa documentarista e giornalista nata a Caracas nel 1991. Accompagnano I Can’t Hear the Birds, uno dei quattro progetti che compongono Las grietas. Sulle tracce di una fantasia, la sua mostra personale ospitata dal Museo di Roma in Trastevere dal 1° ottobre al 22 novembre 2026. L’esposizione rientra nel Premio Iila-Fotografia, promosso dall’Organizzazione internazionale italo-latino americana per giovani fotografe e fotografi latinoamericani, di cui Ferrero ha vinto la sedicesima edizione nel 2025. La mostra è dedicata alla memoria delle vittime e dei dispersi del terremoto che il 24 giugno 2026 ha colpito il Venezuela.

Grietas, in spagnolo, significa crepe. Sono quelle che segnano gli edifici e i monumenti, quelle aperte dalle catastrofi naturali e dalle trasformazioni sociali, ma anche le fratture più intime che attraversano i ricordi, i corpi e il senso di appartenenza. Il percorso le segue in quattro tappe, dalla Caracas dell’infanzia di Ferrero fino al marmo delle statue romane.

Si comincia con Whispering Walls, dedicato al doppio sisma che nel pomeriggio del 24 giugno ha colpito il nord del Paese: due scosse di magnitudo 7,2 e 7,5 a meno di un minuto di distanza, almeno 190 edifici crollati, oltre seimila morti, circa diciottomila persone rimaste senza casa e migliaia di dispersi. Il terremoto si è abbattuto su un Paese già segnato da oltre un decennio di crisi: dal 2014 circa otto milioni di persone hanno lasciato il Venezuela, mentre le violazioni dei diritti umani e il degrado di servizi essenziali come acqua ed elettricità pesano sulla vita quotidiana. Il titolo viene da una frase della soccorritrice Oreanna Añanguren: «le pareti sussurrano», ha detto, mentre ricordava le voci provenire dalle macerie.

Le grandi stampe sulle pareti color vinaccia mostrano le luci frontali dei soccorritori nel buio dei detriti, un palazzo sventrato, l’abbraccio di due donne a un funerale, un’anziana che prega dal finestrino di un’auto. Tra le più forti, un Cristo e una Madonna rimasti in piedi in una chiesa terremotata, con i volti sfondati e coperti in parte da pizzi e tessuti: il desiderio di rendere eterna un’immagine si scontra con la sua fragilità, uno dei fili che legano l’intera mostra.
Con I Can’t Hear the Birds, premiato nel 2023 dal World Press Photo, lo sguardo si fa autobiografico. Ferrero torna nei luoghi della propria famiglia in un Venezuela svuotato dall’emigrazione e dalla perdita di quella prosperità petrolifera che aveva alimentato l’immaginario nazionale per tutto il Novecento. Racconta l’ultima visita, nel 2019, alla casa al mare: decine di altre api ronzavano intorno al letto di nonna Angela, posate sul lenzuolo a fiori come a cercare di impollinarlo. Un amico, guardando quelle foto, le ha detto che anche le api si aggrappano alla propria fantasia. È la stessa ricerca che l’artista insegue da anni: le tracce di una nazione ricca in cui sarebbe dovuta crescere, il lutto per una prosperità mai conosciuta, i gesti di persone come Raúl Estévez, scienziato di ottantuno anni che continua a insegnare geofisica all’Universidad de Los Andes, o Mairín Reyes, che oggi sgombera gli appartamenti di chi è partito.

Tra le immagini della serie c’è un volto con gli occhi chiusi e una ferita ricucita sulla fronte, una crepa visibile che rimanda a un’altra, invisibile e più profonda. Le fratture che Ferrero racconta non hanno segnato solo le case, ma anche le persone, lasciando un vuoto fatto di perdite, di chi è partito e non è tornato, e di quella speranza di prosperità che per decenni aveva illuso un intero Paese. Le ferite della pelle si rimarginano, ma queste crepe interiori non si possono ricucire con un filo.
Reinas affronta uno dei miti più radicati del Paese, quello delle regine di bellezza. «Venezuela es un país de Reinas», il Venezuela è un Paese di regine: Ferrero dice di aver sentito questa frase per tutta la vita. Il Paese detiene il record di titoli di bellezza internazionali e delle riserve accertate di petrolio, e secondo l’antropologa Marcia Ochoa le due storie si somigliano: entrambe hanno promesso progresso e modernità. Le regine hanno avuto un ruolo nella politica, nella propaganda e nella protesta, e la corona resta un desiderio di ogni età: la più giovane che Ferrero ha incontrato aveva tre anni, la più anziana sessantanove. Ma l’artista non ne nasconde il prezzo, e richiama la studiosa Esther Pineda e la sua definizione di «violenza estetica»: un sistema che privilegia la bellezza fisica e scarica sulle giovani donne pressioni e rischi, in un Paese dove i concorsi restano una delle poche promesse di mobilità sociale. Ferrero ha frequentato palchi improvvisati e palchi sfarzosi, drag queen, concorsi per señoras e bambine che provano un’idea di femminilità tramandata di generazione in generazione. Lì si è lasciata avvolgere letteralmente dalla purpurina che piove sulle regine, perché, scrive, le cose cominciano ad assomigliare a una fiaba quando ci si avvicina troppo alla fantasia.

In mostra, una regina bionda in abito di paillettes solleva una bomboletta di purpurina che le piove addosso; intorno, una bambina sotto un diadema di perle, una regina anziana con la fascia ancora sul petto, ciocche di capelli finti su una sedia e un abito di tulle abbandonato sul pavimento di un bagno, come la pelle vuota di una fantasia.
Il percorso si chiude a Roma con Contramonumento, realizzato durante la residenza artistica prevista dal Premio e presentato qui per la prima volta. Camminando per la città, Ferrero si è imbattuta di continuo in corpi perfettamente scolpiti, battaglie immortalate, uomini a cavallo diretti verso un destino glorioso. Citando il ricercatore Carlos Vargas, ricorda che i monumenti incarnano la memoria collettiva e la narrazione ufficiale. E poiché il potere è stato associato al maschile, quella narrazione è stata scritta e celebrata da una prospettiva maschile. Eppure anche il marmo invecchia, si spezza, mostra le sue crepe. Ferrero accosta le superfici delle statue alla fragilità e al tempo del corpo femminile: la stanchezza contro la forza rappresentativa, l’intimità contro la teatralità, e, come scrive lei stessa, «Invece di un colpo, una carezza».

Il contromonumento non celebra, interroga, e sposta l’attenzione dall’eroismo all’esistenza ordinaria. È qui che Reinas e la Roma monumentale si guardano: sono due modi di trasformare il corpo, soprattutto quello femminile, in simbolo di perfezione e permanenza, e due finzioni che Ferrero smonta partendo proprio dalle loro fenditure.
Nel 2021 Ferrero ha fondato Semillero Migrante, programma di tutoraggio per giovani fotografe e fotografi latinoamericani. Nel suo percorso figurano anche la borsa della Magnum Foundation nel 2018, il Carmignac Photojournalism Award nel 2021, il Deloitte Photo Grant per Reinas e, nel 2026, la nomina a National Geographic Explorer. La mostra è accompagnata da un catalogo di Gangemi Editore con un testo del fotografo Marco Delogu, che segue idealmente la linea della crepa per collegare i colori della produzione venezuelana al bianco e nero della memoria scolpita romana.

Las grietas è visitabile da martedì a domenica, dalle 10 alle 20, con chiusura della biglietteria alle 19. 

In copertina: immagine del progetto Whispering Walls. 

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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