Forse siamo tutti e tutte ingabbiate in ruoli che non ci appartengono davvero. Costrette dalla società, dalle convenienze, a essere ciò che non siamo. E se il mondo che ci circonda fosse una finzione? Se le nostre scelte in realtà fossero il risultato di desideri inculcati dall’esterno?
Il film Don’t Worry Darling (2022), diretto da Olivia Wilde, inscena una realtà apparentemente perfetta, in cui il benessere materiale, l’armonia coniugale e la stabilità sociale sono presentati come condizioni naturali dell’esistenza. La vicenda si sviluppa attorno ai coniugi Alice, interpretata da Florence Pugh, e Jack, interpretato da Harry Styles, residenti a Victory, una comunità sperimentale, distopica e controllata. Ogni giorno, gli uomini si recano presso la sede centrale, mentre le donne si dedicano, invece, alla cura della casa, alla preparazione dei pasti e alla vita sociale, così da sostenere il loro compagno, il cui operato è cruciale per il bene comune. Un equilibrio, insomma, che dovrebbe avere tutte le carte in tavola per soddisfare ogni tipo di necessità e assicurare felicità eterna.
L’ordine è sostenuto dalla figura carismatica di Frank, interpretato da Chris Pine, fondatore e leader del progetto, i cui discorsi sono intrisi di retoriche, aspirazioni di progresso e valori tradizionali legati alla famiglia e alla domesticità. L’equilibrio si incrina quando Alice comincia a percepire anomalie nella propria esperienza quotidiana e a interrogarsi sulla natura di quel luogo.
La narrazione segue lo sguardo della protagonista. Lo spettatore e la spettatrice rimangono sempre più turbati man mano che la sua crisi diventa più forte, fino alla comprensione totale della verità.
Il film articola il racconto nella progressiva perdita di fiducia dell’universo rappresentato. Inizialmente, la regolarità delle giornate, la stabilità delle relazioni e la perfezione degli ambienti suggeriscono l’esistenza di un mondo coerente, nel quale ogni elemento sembra occupare una posizione prestabilita. Questa apparente armonia viene gradualmente incrinata da eventi inspiegabili e da anomalie percettive che Alice non riesce a ricondurre inizialmente a una spiegazione razionale.
Dal punto di vista del genere cinematografico, Don’t Worry Darling combina elementi del dramma psicologico, del thriller e della fantascienza distopica. La tensione viene costruita soprattutto dall’incertezza rispetto alla natura della realtà rappresentata.
Victory, con la sua estetica ispirata agli anni Cinquanta, è uno spazio ambiguo, rigido, scandito dalla ripetizione di gesti e comportamenti e fondato su una netta separazione tra la sfera maschile della produzione e quella femminile della domesticità. Mentre agli uomini è riconosciuto un ruolo pubblico attraverso il lavoro, alle donne viene assegnata quasi esclusivamente la sfera domestica, presentata come il loro naturale ambito di realizzazione e privata di un effettivo riconoscimento sociale. Questa rigida distribuzione dei ruoli è presentata come il presupposto di una vita armoniosa e desiderabile, nella quale ciascun individuo sembra avere una posizione prestabilita e funzionale all’equilibrio della comunità.
L’organizzazione sociale di Victory richiama così le rappresentazioni della famiglia ideale diffuse negli Stati Uniti del secondo dopoguerra attraverso la pubblicità, la televisione e il cinema, riproponendo un ideale nel quale il benessere coincide con la stabilità dei ruoli di genere. Anche gli ambienti contribuiscono a costruire questa familiarità: le abitazioni, gli arredi, gli abiti e gli spazi collettivi sono visivamente riconoscibili e sembrano confermare la promessa di un’esistenza appagante. L’ambientazione è caratterizzata da colori caldi, superfici luminose, linee architettoniche molto pulite e una cura maniacale dell’ordine. La perfezione è coinvolgente, in quanto rispecchia il progetto che lo ha costruito, nato per essere coerente e rassicurante. Tuttavia, con il progressivo emergere di incongruenze, tale familiarità si incrina e gli stessi elementi visivi assumono una connotazione sempre più inquietante. Gli spazi domestici sono minacciosi e la coerenza visiva è un dato cruciale per svelarne la sua artificialità.
Per tutta la durata del film, Victory si articola dunque attorno a una contraddizione fondamentale: è al tempo stesso familiare e artificiale, rassicurante e perturbante, desiderabile e oppressivo. È proprio attraverso questa ambivalenza che vengono messe in discussione le immagini di felicità apparentemente perfetta, svelando come dietro l’armonia della vita quotidiana si nasconda un sistema di controllo che naturalizza la subordinazione femminile e presenta l’ordine patriarcale come condizione necessaria del benessere.
Uno dei temi centrali di Don’t Worry Darling riguarda proprio la rappresentazione di una mascolinità incapace di confrontarsi con l’emancipazione femminile e con il ribaltamento dei rapporti di potere all’interno della coppia. Nella realtà, al di fuori di Victory, Alice è una medica: passa le sue intere giornate in ospedale, è appassionata, dedita al suo lavoro e autonoma economicamente. Jack, al contrario, vive una condizione di immobilità: è insicuro, è schiacciato dalle aspettative sociali che pretendono dagli uomini una performatività costante. La sua frustrazione nasce proprio dall’opposizione tra il proprio ideale di mascolinità e la posizione reale che egli occupa. La simulazione di Victory risponde a questa frattura con un rovesciamento dei rapporti tra i due: Alice viene privata della propria identità professionale, mentre Jack può assumere il ruolo di marito lavoratore. Il suo privilegio non è scaturito dal successo materiale, ma semplicemente dalla sua posizione dominante. Di fatto, la dipendenza femminile si rivela la condizione necessaria dell’autorealizzazione maschile. Alice e la sua personalità vengono cancellate, affinché Jack possa sentirsi in pace con sé stesso.
Questa dinamica può essere messa in relazione con il concetto di mascolinità egemone elaborato dalla sociologa Raewyn Connell. Il modello egemonico non riguarda semplicemente le caratteristiche individuali degli uomini, ma un sistema di relazioni che legittima il predominio maschile e stabilisce quali forme di mascolinità siano socialmente riconosciute. Jack incarna una risposta alla perdita di centralità: invece di accettare una relazione paritaria, cerca di ripristinare una condizione nella quale il proprio valore venga confermato dalla subordinazione della compagna. Il film non presenta quindi la frustrazione maschile come una giustificazione del controllo, ma ne mostra il potenziale distruttivo quando viene trasformata nella pretesa di decidere per un’altra persona.
La violenza del sistema emerge soprattutto dal fatto che Alice non viene coinvolta consapevolmente nel progetto. La simulazione le sottrae la possibilità di scegliere il proprio ruolo e di comprendere la natura della realtà nella quale è inserita. La questione centrale riguarda il diritto di autodeterminarsi. Jack desidera sia una moglie conforme a un ideale, sia le condizioni affinché Alice non possa sottrarsi a quell’ideale. La tecnologia rende possibile questa appropriazione.
La vicenda di Alice permette infine di ampliare la riflessione oltre la dimensione meramente fantascientifica. Il film non suggerisce che ogni desiderio di stabilità, famiglia o benessere sia di per sé una forma di oppressione. La differenza fondamentale è quella tra una scelta libera e un modello imposto, tra la possibilità di desiderare una vita domestica e l’obbligo di rinunciare alla propria autonomia per aderire a un ideale. Un ruolo non è una prigione: lo diventa quando viene definito da altri, quando non può essere rifiutato e quando la felicità di una persona dipende dalla subordinazione di un’altra.
La domanda iniziale torna così con una consapevolezza diversa: quanto siamo libere e liberi di scegliere la vita che desideriamo, se i nostri desideri sono continuamente attraversati da aspettative sociali e modelli culturali? Il film non dà allo spettatore e alla spettatrice una risposta definitiva, ma invita a interrogarsi su ciò che consideriamo normale, a riconoscere le gerarchie che si nascondono dietro le immagini di felicità e a distinguere il benessere dalla conformità. Una vita apparentemente perfetta vista dall’esterno non è necessariamente una vita libera.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
