Già prof.ssa ordinaria di Filosofia morale presso l’Università degli Studi Roma Tre, Francesca Brezzi è delegata del rettore per le Pari opportunità-Studi di genere, attività in cui ha «dimostrato creatività, alte capacità di relazioni nazionali e internazionali, pragmaticità nel risolvere problemi risorgenti», come si può leggere nella sua presentazione sui siti universitari.
Presidente dell’Osservatorio interuniversitario Studi di genere e Pari opportunità per le tre università romane, La Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre, ha ideato e dirige la rivista online del Dipartimento di Filosofia «B@bel». È l’unica italiana presente nel First Women Inspiring Europe Calendar — 2011, ideato dall’Eige — European Institute for Gender Equality.
Diversi articoli, presenti in Vitamine vaganti e non solo, presentano le molteplici attività culturali seguite da Brezzi negli ultimi anni, in collaborazione con noi. Qui ne ricordiamo alcune: Maria Zambrano: la filosofa della ragione poetica; Le salonnières virtuelles. Scienze filosofiche; Intervista online.

Conversiamo con la prof.ssa per indagare con lei ciò che è il fulcro dei suoi studi: il pensiero della differenza sessuale, che dalla critica all’universale (falsamente) neutro, in effetti unicum maschile, vuole affermare la positività della differenza femminile; il pensiero, infatti, è sempre incarnato e quindi dalla dualità antropologica deriva una dualità teorica e la cultura e la società cambieranno secondo tale nuova ricca prospettiva.

Nella tua complessa raccolta di saggi Il cammino di Sofia parli di un paradigma che cambia nella filosofia femminista: dall’uguaglianza alla differenza. Ci presenti il libro e che cosa intendi, in particolare, con questa affermazione?
Ritengo che il pensiero femminista abbia lasciato un’impronta particolare, sia rispetto alle scelte dei temi, sia al modo di analizzarli e svolgerli; sono convinta, infatti, che il femminismo teorico e pratico abbia rappresentato una rivoluzione storica e culturale, di cui godiamo i frutti.
Nel testo Il cammino di Sofia, partendo dalla consapevolezza di non creare dal nulla, ma essere in qualche modo eredi di sapienze antiche, cerco di attuare un re-interrogare alcune autrici, per ri-proporre nuove domande al fine di conseguire un pensare insieme, un mit denken. È un riflettere sotto il segno delle parole di María Zambrano, chiaroscuri della ragione; cifra comune di queste filosofe, infatti, mi appare quella di offrire una inedita luce della ragione, come afferma anche Hannah Arendt, o indicare un passaggio al limite, secondo Simone Weil, aprire un varco verso un sapere altro. Nelle loro filosofie — con voce di donna — troviamo con modalità differenti un pensare altrimenti, che si sottrae al dominio dell’Uno, che rifiuta l’universale neutro, come detto. Ne deriva l’esigenza, che tutte e ognuna (omnis et singulatim) avvertono con acutezza: allargare i limiti della ragione. Sono pensatrici radicate nel loro tempo, che sanno intrecciare con profondità filosofia e vita, o meglio sono espressione di una riflessione vissuta esistenzialmente, rivelazioni di una intelligenza del cuore; in particolare il loro sguardo, di fronte agli orrori della storia, non abdica al compito di comprendere, trovando forse in questa ricerca di senso anche il filo della propria vita, unendo quindi sempre microstoria e macrostoria nel susseguirsi degli eventi, senza tuttavia dimenticare il legame forte, presente in tutti gli esseri umani.
Circa la prima parte della tua domanda: uguaglianza–differenza, io considero quello compiuto dalle donne un lungo viaggio (parlo spesso di frontiere da superare, le frontiere imposte al loro genere, ma insieme esse stesse si pongono come genere di frontiera). Il viaggio è sempre un percorso difficile, talvolta doloroso, che percorre varie tappe, un’esperienza perturbante e trasgressiva insieme.
La prima frontiera è rappresentata dalla rivendicazione dell’uguaglianza, che arriva alla raggiunta consapevolezza della parità. Lo possiamo definire il femminismo emancipazionista nato negli anni ’50 e culminato nel 1968: dalla percezione dell’aver attribuito alla natura ciò che è invece prodotto della storia (dipendenza, sottomissione, debolezza), si tende al traguardo dell’emancipazione (occupazione, scolarizzazione, rifiuto dei rapporti gerarchici nella famiglia, abbandono della morale tradizionale, etc.) e soprattutto uguaglianza dei diritti. Ne è seguito l’ingresso della donna in campi che prima erano esclusivo appannaggio maschile, e ciò in qualche modo alla pari nel mondo del lavoro, delle professioni, della politica.
Una seconda frontiera è rappresentata dal riconoscimento della differenza negli anni ‘70: «Il pensiero della differenza sessuale denuncia e rifiuta la logica di assimilazione e omologazione insita nell’universalizzarsi del soggetto maschile, e postula la necessità per le donne di produrre come soggetti attivi propri ambiti teorici di autocomprensione», come afferma Adriana Cavarero. Qui si innalzano le voci di molte femministe, ricordiamo solo le trafelate domande di Luce Irigaray, indiscussa madre del femminismo della differenza: chi sono io?, chi sei tu? Come dire l’altro (il femminile) senza sottomettersi all’uno? E perché il femminile non si è ancora dato un linguaggio pur essendo «riserva di senso e follia del discorso?» In tal modo il femminismo interviene in una tematica urgente del nostro tempo: crisi del soggetto e crisi della ragione.
Degli altri tuoi numerosi libri, quale consiglieresti come lettura, già a partire dagli ultimi anni delle scuole superiori, per iniziare a cambiare la narrazione di un protagonismo maschile a senso unico nei saperi?
Consiglierei il Piccolo manuale di etica contemporanea, in cui i capitoli centrali sono dedicati al pensiero femminista, e poi i testi di Hannah Arendt, Maria Zambrano, Luce Irigaray, Adriana Cavarero, fra tante altre autrici; l’importante è che nei manuali delle scuole superiori il femminismo con le sue pensatrici sia trattato come tema altamente filosofico e non emarginato.


Spesso ti soffermi sul fatto che la rilettura, la riscoperta, gli esempi di filosofe, teologhe, scienziate… devono diventare “politica”: che cosa intendi con questo?
La verità dell’esperienza femminile orienta la ricerca, attraversando continuamente i confini tra esperienza, sapere e politica e intrecciandoli, senza assolutizzarne nessuno; anzi mostrando il pensare più che sottenderlo: andare oltre i ruoli prescritti, oltre le aspettative incombenti, fuori dai confini disciplinari. Anche nel lavoro intellettuale la differenza sessuale è sempre all’opera, come “intreccio” di sguardi sul passato e sul presente. Le pensatrici affrontano tutti gli ambiti del sapere (dalla politica all’etica, dalla teologia alla bioetica) unendosi idealmente alla tradizione passata ma con spirito destrutturante e insieme creativo; non dobbiamo dimenticare, infatti, la ineliminabile dimensione critica, “eversiva” del femminismo, che deriva dalla duplice genealogia: una elaborazione teorica e un agire politico, ovvero il movimento di liberazione della donna degli anni ‘60-‘70 in Nord America e poi in Europa, da cui discende la possibilità di coniugare insieme tali dimensioni.
Sappiamo che fai parte di Unire (Università in rete): quali le attività principali di questa prestigiosa Rete?
Unire è una Rete che unisce molti atenei italiani ed europei, con il proposito di analizzare l’attuazione della Conferenza di Istanbul nelle Università; l’intento è, quindi, non solo affrontare il problema della violenza di genere, favorendo lo scambio di conoscenze in specifici settori di ricerca e formazione, ma consolidare una collaborazione fattiva che porti ad azioni concrete, in grado di contrastare efficacemente tale violenza. La Rete, partita inizialmente da dieci università italiane, si è poi trasformata in un network aperto a molti altri centri di ricerca concentrati sul tema.

Noi partecipiamo all’Osservatorio Gio (Gender Interuniversity Observatory) dalla sua fondazione. L’obiettivo principale è far conoscere e divulgare le azioni intraprese perché possano divenire buone pratiche sempre più diffuse e consolidate.
Il tempo che la prof.ssa Francesca Brezzi ci ha dedicato è prezioso e la ringraziamo per questo. L’augurio è che possano davvero cambiare i manuali delle scuole di base e gli studi accademici per costruire una cultura diversa da quella patriarcale, ancora prevalente, che non consideri le donne — quando va bene — complementari all’universo maschile o “l’altra metà del cielo”, ma portatrici di un pensiero diverso, autorevole di per sé, che deve potersi esprimere nella sua autenticità.
In copertina: Francesca Brezzi.
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
