Maria Zambrano: la filosofa della ragione poetica

Mercoledì 21 aprile, per il ciclo Una stanza tutta per sé, donne da riscoprire, è stata presentata La filosofia appassionata di Maria Zambrano, a 30 anni dalla sua morte. Il seminario è stato introdotto da Francesca Brezzi che ha presentato Zambrano come filosofa di confine, data la possibilità di dialogo con più discipline che i suoi contenuti e il suo stile letterario consentono. Le pensatrici della prima metà del ‘900, nell’Europa delle due guerre, sono portatrici delle inquietudini politiche ed esistenziali e in esse sanno trovare modalità nuove di approccio, sulla strada del pensiero filosofico; aspetto questo che andrebbe fatto emergere anche nei libri di testo di storia della filosofia, che invece ignorano quasi del tutto il contributo del pensiero femminile, per il solo fatto che è frutto di donne.

Francesca Brezzi presenta poi la modalità del seminario che si svolgerà informa di dialogo tra Giulietta Ottaviano, docente di filosofia, e Sara Del Bello autrice del libro appena uscito Esperienza, politica e antropologia in Maria Zambrano. La giovane scrittrice, laureata in filosofia politica, ha risposto alle domande sui vari temi che lei ha affrontato nel suo lavoro di ricerca, cogliendo principalmente l’aspetto politico della filosofa spagnola, nell’arco di tutta la sua vasta produzione.

La filosofia di Zambrano non è sistematica e non viene presentata con il linguaggio tipico della filosofia; il suo pensiero utilizza un linguaggio poetico che sta sul limite, sul confine, che consente di uscire dal solco del razionale; in esso prevalgono dialoghi e confessioni, è scorrevole e avvolgente, di gradevole la lettura, ma mostra delle difficoltà nella presentazione logica dei concetti che vengono diffusi, disseminati, nei vari testi. La prima domanda di Ottaviano ha riguardato il libro di Zambrano L’agonia dell’Europa del 1945, scritto dopo l’orrore della guerra, le spartizioni, le divisioni, le inimicizie. Nei confronti dell’Europa, raffigurata metaforicamente come un grande corpo malato, emergono la nostalgia della democrazia e della libertà, ma anche la speranza, quali sentimenti contrapposti, ma legati fra di loro come fossero due arcate di uno stesso ponte. La filosofa si chiede come poter risvegliare quei valori da cui è nata l’Europa stessa, rappresentati dal mondo greco e dal cristianesimo, ridotti ormai a sbiaditi ricordi, in un’Europa in cui prevale il senso di onnipotenza che svilisce il significato di persona umana. La seconda domanda riguarda proprio il concetto di persona umana; è l’aspetto antropologico che Zambrano recupera dai vari apporti filosofici, sia antichi che del novecento, mettendo a confronto i due principi di democrazia e demagogia. Nel primo vi è il popolo fatto da persone, là dove ogni persona le rappresenta tutte, mentre nella demagogia vi sono le masse rappresentate da maschere tutte uguali, proprio come accade nei totalitarismi. Il suggerimento che offre Zambrano sta nel suo fondamentale e decisamente innovativo pensiero filosofico che è quello della ragione poetica, la proposta cioè di unire la ragione e la poetica, legando questa alla visione mistica del passato e ritrovata in San Giovanni della Croce e in Santa Teresa d’Avila; tale visione è in grado di considerare e accogliere le fragilità e le ombre dell’essere umano le quali, se accettate, fanno affiorare spazzi di luce e di verità.

La ragione poetica, detta anche materna, diversa da quella occidentale che invece punta sul dominio del potere, dimenticando le ombre, è capace di recuperare speranza e fiducia. Pur non offrendo un reale e preciso metodo di indagine, dice Sara Del Bello, Zambrano ha espresso la sua linea di ricerca affidandosi a un metodo ametodico di tipo musicale: non dà regole nel senso comune del termine, ma accosta la ricerca all’ambito musicale, come i motivi musicali ci aiutano ad apprendere, così camminiamo nella conoscenza. Il tema centrale del percorso di Zambrano è legato alla sua condizione di esiliata della quale chiede di parlare Ottaviano. L’esilio è il grande dolore, conferma Del Bello ,ma esso è anche, nel suo gioco degli opposti, molto amato e considerato la sua grande opportunità che lo aveva accettato nel 1939, all’indomani della sconfitta della Repubblica spagnola per la quale aveva combattuto e che durerà fino al 1984, anno del suo rientro in Spagna, dopo la morte di Franco. È proprio l’aspetto ambivalente, sempre presente nei suoi scritti, a trasformare anche l’esilio in una nuova nascita, perché viene paragonato alla nascita dove il bambino è strappato dal grembo materno, così come l’esiliata viene strappata dalla sua terra; tuttavia esso sarà quello che le consentirà di conoscersi in profondità e rinascere.

Zambrano fa spesso appello ai molti spagnoli esuli che lei incontra di paese in paese di divenire memoria storica della amata Spagna, un tempo libera. Famosa rimane la sua frase pronunciata al rientro in patria: «Io non me ne sono mai andata dalla Spagna, perché l’ho portata sempre con me». Giulietta Ottaviano chiede se si possa parlare di Antigone, l’opera più famosa di Zambrano, per vedere se vi siano aspetti in quell’opera legati all’esilio. Sì — risponde Del Bello — essa è proprio una metafora dell’esilio in quanto Antigone, costretta ad entrare nella caverna, compie un viaggio in se stessa e, incontrando i personaggi della sua vita, avviene una catarsi e può portare a termine la propria nascita. Antigone è figura centrale, benché non la sola donna tratteggiata da Zambrano; profondo il significato politico, presente in essa, per la valorizzazione della democrazia che è un bene negato nei paesi con regime totalitario e, in particolare, in Spagna nel tempo in cui l’opera fu scritta.

Zambrano in Antigone mostra il suo pensiero femminile, ma non femminista, come lei vuole precisare; Antigone sa accettare la diversità dell’altro, di ognuno, mostra sintonia con alcune figure, come con Ismene, la sorella e con Anna, la nutrice, ma sa anche tenere a distanza ciò che non comprende, come per Edipo, troppo attaccato al potere. Ella rappresenta l’Aurora, il momento preferito da Zambrano, quando non è ancora chiaro come in pieno giorno, quando c’è una luce velata, rosata, tenue, che fa intravedere la verità dai contorni sfumati. La sua Antigone, a differenza che nella tragedia di Sofocle, non muore, rimane in vita nella tomba a significare che il processo di nascita e rinascita continua sempre. Come tutte le opere di Zambrano è ricca di simbolismo, come ad esempio quello dell’acqua, presente nella brocca della nutrice Anna, che significa verginità, purezza, specie quella del cuore. Ed è nella scelta di grande coerenza di Antigone di disobbedire alla legge del re Creonte, la manifestazione della superiorità della legge del cuore su quella dello Stato.

Della tematica delle donne, ci precisa l’autrice, Zambrano si era occupata anche in gioventù quando scriveva per la rivista Liberal, nella rubrica Mujeres, e si rivolgeva alle donne spagnole che erano ben lontane dall’emancipazione, specie se messe a confronto con quelle degli altri paesi europei. Diceva loro che non avrebbero dovuto accontentarsi del miglioramento della loro condizione economica, ma puntare anche sui valori culturali. Dà voce, sulla rivista, al profilo di alcune figure femminili quali Eloisa, Diotima, Santa Teresa d’Avila; ma sarà poi Antigone la vera rappresentazione del femminile, la figura nella quale maggiormente andrà a identificarsi.

Dopo l’esposizione dell’autrice, Francesca Brezzi apre il dibattito con tutte/i i partecipanti al seminario. Si chiede se vi è un’affinità con Simone Weil. Risponde Del Bello che è grande la similitudine con il pensiero di Weil, così che spesso vengono presentate insieme, accomunate dalla componente della passione che entrambe hanno nel procedere del pensiero. Francesca Brezzi desidera approfondire similitudine e divergenza in tema di caverna tra Zambrano e Platone. Emerge che il viaggio di Antigone è l’inverso di quello dello schiavo di Platone, mentre Antigone va sempre più in profondità e vede, perché sa attendere, anche nella penombra, l’altro sale verso una luce che può accecare, poiché legata a un sapere troppo intellettuale; Antigone valorizza l’importanza del conoscere prima se stessi/e rispetto a un sapere esterno a noi; la ragione deve essere umile e accogliere quel fondo sacro che è in noi. Un’altra domanda porta a parlare del testo: Orizzonte del liberalismo, del 1930 in cui Zambrano accusa il liberalismo di aver messo da parte i bisogni delle persone a favore del loro sfruttamento. Lei, col padre vicino al socialismo, ritiene che vadano recuperati i valori socialisti, specie quelli relativi alla formazione delle classi meno abbienti. Un’ultima domanda viene posta circa il periodo romano di Zambrano, dal 1953 al 1964; tale permanenza fu tra le più amate per il clima culturale che si respirava, oltre che per tutto il patrimonio archeologico di cui è ricca la nostra capitale. Lì, ella strinse amicizie molto forti con le intellettuali italiane, come Elsa Morante, e rimangono le raccolte epistolari con Cristina Campo (Se tu fossi qui) e con Elena Croce (A presto, dunque, e a sempre).

Conclude l’incontro Francesca Brezzi che ringrazia Sara Del Bello e tutte/i coloro che sono intervenute/i in questo secondo seminario della rassegna, lasciando un augurio alle giovani generazioni con le parole stesse di Maria Zambrano: «I semi devono avere fiducia nei fiori che saranno».

Maria Grazia Borla al fianco di Maria Zambrano in un viale di Granada (a sinistra). Particolare del monumento (a destra)

Nel chiudere questo mio lavoro, desidero aggiungere un mio pensiero a sostegno dell’inserimento del pensiero delle filosofe nei programmi scolastici di storia della filosofia. Nel mio trascorso come insegnante di filosofia e scienze umane abbiamo proposto, con la collega Danila Baldo, i contributi di Edith Stein, Hannah Arendt, Simone Weil e di Maria Zambrano in quanto essi sono di tale portata e di tale spessore innovativo da costituire una valida risorsa nel percorso formativo liceale, specie nella costruzione di un sapere dell’anima, perché capace di una conoscenza più profonda, come Zambrano ci propone. In particolare della Tomba di Antigone fu realizzata una versione teatrale, in una classe seconda del liceo di scienze umane, proprio perché il linguaggio di Zambrano si presta, nella sua plasticità, a essere messo in scena, consentendo alle varie parti dell’essere umano di entrare in contatto, come solo il teatro stesso può fare, favorendo uno sguardo multidisciplinare dei vari percorsi tematici che il testo ci offre.

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Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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