La cultura della corda. Annodare la sorte. Parte undicesima

Nella tradizione shintoista è presente una corda annodata chiamata Shimenawa, composta da paglia di riso o canapa intrecciate alla quale, a volte, vengono appese delle strisce di carta colorate dette gohei; tale corda delimita lo spazio templare sacro riservato agli dei, precluso al mondo profano degli uomini. Essa può anche legare elementi naturali di particolare importanza religiosa come i celeberrimi Meoto Iwa, che simboleggiano l’unione delle due divinità creatrici del Giappone, Izanagi e Izanami.

Meoto-Iwa o “Marito e Moglie” o “Rocce Sposate” 

Anche molti rituali giapponesi legati alla terra e all’agricoltura utilizzano simboli basati sull’annodamento come lo shimenawa.

Corde shimenawa a Ise-Shima. La scritta dice: “La porta della famiglia dei discendenti di Somin Shorai” in riferimento a una leggenda su un miracolo durante una pestilenza 

Allo stesso modo, l’architettura tradizionale giapponese si distingue per l’uso di nodi strutturali (nodi tettonici), cioè punti di giunzione tra le parti strutturali di un edificio, in questo caso in legno, che non sono fusi o incollati ma legati in modo flessibile. Questo modo di legare le componenti architettoniche mostra chiaramente come la tradizione costruttiva giapponese si fondi su una cultura del telaio elastico in legno, piuttosto che su quella muraria e plastica tipica di edifici concepiti come masse compatte, spesso in pietra o mattoni, dove le parti sono fuse in un corpo unico. 

Corde con omikuji 

Un’altra tradizione legata all’annodamento riguarda gli omikuji, i biglietti della “lotteria sacra” che si estraggono nei templi e contengono predizioni casuali. Se la sorte rivelata non è favorevole, è consuetudine piegare e annodare il foglietto, poi legarlo ai rami di un pino o a delle corde. Questo gesto nasce da un gioco di parole: in giapponese, “pino” (matsu) suona come il verbo “aspettare”. Così, si spera che la malasorte resti lì, sospesa, legata all’albero o alla corda, mentre chi ha letto il presagio può proseguire il cammino, libero come vento tra le foglie. 

Shimenawa a Izumo Taisha 

Izumo Taisha, noto anche come Izumo Oyashiro, è considerato il santuario più antico del Giappone, poiché esiste nel suo sito attuale da 1500 anni. Gli edifici attuali risalgono per lo più al 1874, anche se l’edificio principale (honden) è più antico, essendo stato costruito nel 1744.
Uno dei kami che presiedono il Grande Santuario di Izumo è Okuninushi-no-Mikoto cui viene attribuito il merito di aver introdotto in Giappone l’agricoltura, la medicina e la sericoltura e che è la divinità shintoista del matrimonio. I visitatori vengono spesso qui a pregare di trovare un partner o per celebrare il loro matrimonio. Si dice che i visitatori del santuario battano le mani quattro volte quando pregano: due volte per sé stessi e due volte per un potenziale partner. All’esterno della sala principale di culto, la Sala dell’Oracolo, ci sono enormi shimenawa e la fortuna sorride a chi riesce a lanciare una moneta che si conficchi nelle estremità tagliate delle corde. 
I nodi nei rituali giapponesi non chiudono, ma connettono. Sono sospensioni del tempo, custodi di significato, ponti tra mondi. Legare qualcosa è un atto di intenzione: trattiene, protegge, trasforma. Centrale è il nodo del bambù (setsu) visto come punto di svolta nella vita: ogni nodo è una fase, una prova, una possibilità di rafforzarsi. Il bambù cresce attraverso i suoi nodi, e così l’essere umano: ogni passaggio è necessario, ogni legatura è una memoria del cammino. 

Kamon, blasoni di nobili famiglie giapponesi 

Nel Giappone tradizionale, dunque, i nodi non sono solo funzionali: sono gesti carichi di intenzione. I nodi delle shimenawa proteggono, purificano, separano. Il mizuhiki, l’arte decorativa dei nodi, trasmette auguri, legami, transizioni: ogni forma è un messaggio. Annodare un omikuji a un ramo è un atto di speranza, un modo per trattenere la malasorte. I nodi ovviamente compaiano nei Kamon, gli emblemi araldici giapponesi, usati per identificare clan, lignaggi e status sociale. Alcuni Kamon utilizzano motivi che derivano o richiamano chiaramente nodi, intrecci o lacci con un forte significato simbolico. Il concetto giapponese di musubi (annodare), centrale nella cosmogonia giapponese, è simbolo di unione, matrimonio, destino e di forza dei legami. Rappresentare un nodo in un Kamon significava invocare la solidità, l’unità e la continuità del clan familiare. Esiste un Kamon noto come Meyui, che letteralmente significa “nodo a occhio”. Questo motivo deriva dall’antica e costosa tecnica di tintura Shibori, in cui si annodavano piccole porzioni di tessuto prima di immergerle nel colore per creare un motivo a macchie. Questo Kamon è una stilizzazione di questo reticolo di nodi ed è un simbolo di pregio e artigianato. Molti Kamon astratti presentano disegni geometrici di corde intrecciate o figure annodate, spesso racchiuse in un cerchio (maru) e la loro forma esprime l’idea di interconnessione, eternità e assenza di fine. 

Due donne giocano ad ayatori, stampa di Suzuki Harunobu (1765), The MET

In Giappone, le ayatori sono le versioni locali del Ripiglino: giochi di abilità, ma anche forme di meditazione e memoria. Le figure di corda sono modi per raccontare storie, visualizzare concetti cosmici, trasmettere conoscenze. Il gesto di intrecciare e passare la corda tra le mani è ritmico, rituale, relazionale: crea una figura, la dissolve, la trasforma. Annodare una shimenawa o formare una Fclc sono modi per dare forma all’invisibile. Il nodo trattiene, il gioco trasforma. Il filo è memoria, confine, possibilità e in entrambi i casi, ciò che conta non è solo la forma finale, ma il percorso delle mani, il ritmo del gesto, la presenza del corpo e il suo legame con lo spirito. Molti concetti relativi alle Fclc, compresa la parola stessa ayatori, derivano dalla tessitura o dal lavoro a maglia e ciò potrebbe essere correlato al fatto che queste attività erano spesso svolte al chiuso, soprattutto durante le fredde stagioni piovose e l’ayatori, tradizionalmente associato alle bambine, veniva praticato soprattutto in inverno.

Bambine giocano Futari-Ayatori (Ripiglino con due persone), stampa di Chikanobu 

Un esempio è un nodo di grande valenza simbolica, lo Srivatsa, parola sanscrita che significa “Nodo infinito”. In Tibet è chiamato dPal be’u ed è uno degli Astamamgala, gli Otto simboli del buon auspicio del Buddismo. Dal punto di vista topologico, se si interpreta lo Shrivatsa non come una raffigurazione bidimensionale, ma come un intreccio tridimensionale, con sovrapposizioni e incroci reali, allora potrebbe essere un nodo non banale, cioè non deformabile in un cerchio liscio senza tagliarlo.

Nodo Infinito tibetano (dPal be’u) o Nodo Eterno 

Nella sua forma simbolica, tuttavia, lo Shrivatsa, è tutto fuorché banale: rappresenta l’interconnessione di tutti i fenomeni, la dualità della coscienza e persino le energie intrecciate del kundalini (l’energia vitale dormiente, il potenziale creativo, la forza primordiale associata all’energia femminile o Shakti). Esso è un nodo “non banale” dell’esperienza umana, un “nodo liminale”: non appartiene pienamente alla matematica né alla mitologia, ma vibra tra le due. È un nodo che non si lascia sciogliere, perché intreccia forma, significato e spazio diventando rappresentativo dell’idea che i tutti fenomeni siano tra loro connessi all’interno di un circolo chiuso di cause ed effetti. 

Nodo plurimo e decorazione in giada 

Il poeta della dinastia cinese Song Zhang Xian scrisse: «il cuore è come una doppia rete metallica composta da mille nodi».
In Cina nella sua forma più primitiva il nodo risale al periodo paleolitico, dove veniva impiegato nelle prime tecniche di cucitura. Prima dell’avvento degli ideogrammi, i nodi venivano utilizzati per registrare eventi e trasmettere messaggi, fungevano da ausilio mnemonico, impiegato per la conservazione di informazioni, e possono essere considerati un precursore della scrittura. Anche il Tao Te Ching fa riferimento a questo: «Lasciate che le persone tornino a fare nodi alle corde e le utilizzino [al posto della scrittura]». Questo uso fondamentale e utilitaristico dei nodi è l’antenato comune di tutte le pratiche successive basate sull’uso di corde.

Spiegazione di tecniche per fare figure con la corda da un libro cinese 

Alcuni studiosi pensano che il gioco della matassa abbia avuto origine in Cina e che, come i nodi, abbia avuto origine dall’antica pratica dello jishì, ovvero “annodare corde per conservare le informazioni”, prima dell’invenzione dei caratteri scritti. Il gioco è chiamato fān shéng (Corda invertita) o kang sok (Corda del pozzo) nella Cina meridionale. Il termine (shéng) non indica solo la corda fisica, ma anche la regola, la norma, e ciò apre a letture simboliche: giocare con la corda è anche giocare con l’ordine. Anche in Cina il Ripiglino è un gioco per bambine.
Nel periodo degli Stati Combattenti (403-221 a.C.), i nodi venivano utilizzati per documentare sentenze e accordi nonché come mezzo di registrazione di eventi storici; essi assunsero una valenza rituale all’interno delle pratiche commemorative della dinastia Han. Nodi decorativi compaiono su recipienti in bronzo, dipinti su seta e sculture buddiste risalenti a ben 4000 anni fa. Un nodo in rattan della cultura Liangzhu è uno dei più antichi esempi conosciuti. Dalla dinastia Han alla dinastia Tang e poi alla dinastia Song, l’arte dell’annodare si è evoluta da pratica utilitaria a forma d’arte altamente raffinata integrata nell’abbigliamento, nella gioielleria e nell’architettura.

Esempio di nodi-bottone cinesi 
Come creare i nodi bottone e asola per una giacca cinese

L’arte dell’annodare cinese (Zhōngguó jié), profondamente intrecciata con il buddismo e il taoismo, incarna i principi cosmici di interconnessione, dualismo yin-yang e ciclicità temporale. Realizzati con un unico filo di seta, i nodi non solo decorano ma strutturano: nei primi abiti privi di bottoni o cerniere, le cinture annodate erano l’unico mezzo di chiusura. Anche gli ornamenti femminili come nelle acconciature o come il “nodo ad arco” nel murale della principessa Yongtai (dinastia Tang), riflettono questa centralità. Il filo scelto deve essere equilibrato in consistenza per garantire forma e nitidezza, mentre il rosso, simbolo di fortuna, domina la palette cromatica. I nodi possono essere combinati e arricchiti con elementi propiziatori come giada o monete, fondendo estetica, funzione e cosmologia in un unico gesto tessile. 

Accessori per acconciatura femminile, dinastia Tang 

Durante la dinastia Qing, i nodi divennero molto sofisticati e questi ornamenti venivano considerati opere d’arte usate per la decorazione in una vasta gamma di oggetti di vita quotidiana come portantine, tende, pendenti per le spalle, flauti, borse profumate, forcine per capelli, collane e pipe. I doni tra parenti e amici erano tutti decorati con nodi e nappe intricate. 

Vestito di corte, dinastia Qing,
metà del XVII secolo, The MET 
 Dettaglio 

Ecco alcuni tipi di nodi con il loro significato. Nodo a doppia moneta: ricorda due monete di bronzo sovrapposte, simbolo di prosperità. Nodo a pipa: derivato dal nodo a doppia fila di bottoni, decora abiti Tang e qipaoNodo fortunato: tra i più antichi, porta auspicio; si usa singolarmente o come pendente, in molte varianti. Nodo pan long: rappresenta immortalità e origine cosmica; spesso nodo centrale da cui si sviluppano altri. Nodo doppia connessione: due nodi intrecciati e difficili da sciogliere, simbolo di legame e continuità. Nodo trifoglio ad arco: con tre lobi esterni, richiama le foglie del trifoglio e augura buona sorte. 

Alcuni tipi di nodi cinesi 

In copertina: tempio shinto nell’area di Kanazawa con un grande shimenawa con appese delle gohei

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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.

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