«Dobbiamo farcene una ragione: l’arte è ancora appannaggio del patriarcato» è quanto afferma Alessandra Redaelli nel suo libro Artiste ribelli – L’imprevisto nella storia, VandA edizioni, Milano 2026. Ancora oggi nei musei le opere firmate da artisti uomini arrivano al 90%, e nelle aste rispetto alle cifre dei grandi maestri c’è un divario enorme con le quotazioni raggiunte da opere di mano femminile. Ed ecco che l’autrice si mette alla ricerca di quelle donne che Carla Lonzi definiva “il soggetto imprevisto”, pittrici e scultrici che, malgrado gli ostacoli, hanno osato ciò che sembrava impossibile, sfidando le convenzioni del loro tempo; ribellandosi agli stereotipi e alle norme imposte dalla società e dall’industria artistica, hanno scelto strade alternative, sperimentando tecniche, forme e linguaggi nuovi. E le ha trovate nel silenzio dei chiostri, o all’ombra di padri e fratelli ingombranti, guerriere, ma anche un po’ dee, un po’ streghe, un po’ muse silenti.
Il libro è una raccolta di riflessioni e analisi che raccontano le vite, le lotte, le ispirazioni e le innovazioni di donne che, con coraggio e talento, hanno forgiato un nuovo modo di intendere l’arte e il ruolo della donna nell’arte stessa. Entra profondamente nelle esperienze personali di queste donne, mostrando come le loro vite siano intrecciate con contesti sociali, politici e culturali che spesso hanno ostacolato il loro percorso. Si tratta di un lavoro che dà voce a chi è stata esclusa o sottovalutata, portando alla luce storie che meritano di essere conosciute e raccontate.
Alessandra Redaelli è giornalista, critica d’arte e curatrice di mostre; ha al suo attivo vari saggi in cui aiuta a capire l’arte, soprattutto quella contemporanea, e i suoi segreti. La scrittura di Artiste ribelli è fluida, chiara e avvincente, adatta sia a un pubblico di esperti sia a chi si avvicina per la prima volta a questo tema, e rende il libro non solo uno strumento di conoscenza, ma anche una lettura stimolante e appassionante. Grazie alla sua approfondita ricerca e alla chiarezza espositiva, questo scritto offre un contributo prezioso alla valorizzazione delle donne nell’arte e invita a riflettere sulla forza della creatività come strumento di libertà e cambiamento.
Uno degli aspetti più interessanti è la varietà di profili presentati. Redaelli esplora, infatti, un ampio arco temporale, dal Medioevo ai giorni nostri, e diverse forme espressive, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla performance. Quasi centocinquanta artiste, per l’esattezza centoquarantatré, recuperate da un patrimonio in gran parte ancora sommerso, che hanno aperto la strada alle loro sorelle, raccontate non secondo un filo cronologico, piuttosto tematico. Una pluralità di voci che arricchisce la lettura, mostrando come la ribellione femminile non sia mai stata monolitica, ma multiforme e complessa.
Ed ecco che la bella, intelligente, colta e svergognata Angelica Kauffmann si permette di entrare a gamba tesa nella pittura di storia, un campo da uomini nel XVIII secolo (e forse ancora oggi!); e di Elisabetta Sirani lo storico Carlo Cesare Malvasia scrive «dipinge più che da uomo». Dalla gabbia in cui erano rinchiuse alcune donne hanno trovato il coraggio di ribellarsi, mettendo il piede in un terreno inospitale, lanciandosi nel vuoto. Come Lavinia Fontana, a cui si deve il primo nudo dipinto da una donna, che continua a dipingere anche dopo il matrimonio e con la sua pittura mantiene con ogni agio il marito. O Elisabeth Vigée-Le Brun che attraversa incolume quella rivoluzione che porterà al patibolo la sua amica, la regina di Francia. Mentre Kandinskij scorpora forme e colori realizzando quello che per tutti è il primo acquerello astratto nel 1910, quel genere di pittura era stato già inventato da una donna minuta e timida che aveva la passione di evocare gli spiriti. Hilma af Klimt aveva chiuso in un baule i suoi dipinti astratti, consapevole che il mondo non era pronto ad accettare una tale rivoluzione, che per giunta veniva da una donna. E le opere della tedesca Meret Oppenheim, vero emblema dell’oggetto surreale, non temono confronti con orologi molli e pipe. Poi ci sono i cuori spezzati, quello di Gabriele Münter per Kandinskij, che pure l’ha abbandonata per sposarne un’altra; e l’amore tossico di Camille Claudel per Rodin, o più recentemente il reliquiario di un amore finito che Tracey Emin costruisce in My bed. Ma ci sono anche le coppie che non scoppiano, i sodalizi artistici e sentimentali che resistono, come quello di Benedetta Cappa e Tommaso Marinetti. Alcune artiste, invece, hanno bisogno di solitudine come Georgia O’Keeffe, la cui arte si nutre di un isolamento assoluto, o Bice Lazzari, che la cerca nelle sue peregrinazioni. Pochissime sono riuscite a penetrare il dramma femminile con spietata lucidità, come Paula Rego, che ha dato vita a una pittura potente, di per sé già una battaglia. Tante hanno messo il corpo al centro della propria poetica, esibendolo, esplorandolo, senza finzione, né maschere, descrivendone l’invecchiamento o la gravidanza, come ha fatto Alice Neel. E il sesso raccontato dalle donne appare molto diverso da quello raccontato dagli uomini: nello sguardo femminile c’è sempre una nota di ironia, che sembra fare il verso al pubblico guardone, o la condanna decisa di tante immagini stereotipate. Ed ecco Valie Export che si offre coi genitali scoperti al pubblico: sollecitando lo sguardo maschile, tende una trappola al predatore.
Redaelli dimostra un’attenzione particolare alla dimensione femminista, facendo emergere le differenze di visione tra le protagoniste. Arte per le donne è quella di Judy Chicago e Miriam Schapiro che a Hollywood nel 1939 inventano Womanhouse; con una pittura astratta, segnica, Carla Accardi veicola il suo messaggio femminista senza immagini; e Niki de Saint-Phalle fa danzare le sue Nanas, Veneri primitive dai fianchi opulenti. Artiste interessate a problematiche sociali, come le artiste nere che difendono i neri, consapevoli che devono combattere non con un solo ostacolo, quello del genere, ma con due, come l’afroamericana Carrie Mae Weems, che si ritrae quasi sempre seduta allo stesso tavolo da cucina, sulla stessa sedia, come vi fosse inchiodata. Artiste che hanno dato voce agli emarginati, a chi voce non ce l’ha, come Shirin Neshat, le cui immagini in bianco e nero, trasudano di amore e nostalgia per la sua terra, l’Iran, e di denuncia delle repressioni contro le donne. Artiste che hanno superato ogni limite, come Frida Kahlo, che non ha mai perdonato il proprio corpo, Gina Pane e Marina Abramović, che non si risparmiano il dolore, la prima conficcandosi spine di rosa nel braccio, la seconda che si offre al pubblico, dotandolo di forbici, coltelli e pistole. Infine ci sono le streghe, le guerriere, le dee. Donne libere come Leonor Fini, una delle poche che si nega alle avances di Picasso e vive una scandalosa relazione a tre; e Tamara de Lempicka, una vera macchina da guerra, che sdogana la bisessualità, come Suzanne Valadon, donna libera, che dipinge quello che le va e ama chi vuole.
«Tutte le artiste sono un po’ streghe — afferma Redaelli — per quella capacità che hanno di stare fuori dal coro», di essere indifferenti alla morale sociale.
Certo oggi le cose sono cambiate, si muovono sul palcoscenico dell’arte tante voci decise di donne. E la Biennale di Venezia del 2022, curata da Cecilia Alemani, ha schierato il 90% di artiste donne, quando la media arrivava nelle edizioni precedenti a un 10%. Ma ancora c’è tanto da fare, e l’arte delle donne è ancora in gran parte da disseppellire, come fa l’archeologia con i resti di un dinosauro. «Ma mettendoci tutte insieme, giorno dopo giorno, riusciremo a far emergere lo scheletro, magari per scoprirlo diverso da come ce lo aspettavamo. Perché questa è la voce del soggetto imprevisto. E solo quando la si sentirà bene, forte e chiara, si avrà una visione finalmente completa e reale di che cosa sia l’arte».

Alessandra Redaelli
Artiste ribelli. L’imprevisto nella storia
VandA edizioni, Milano 2026
pp. 334
***
Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte fino al pensionamento. Tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile e componente del Comitato scientifico della Rete per la parità, ha scritto Le maestre dell’arte, uno studio sull’arte fatta dalle donne dalla preistoria ai nostri giorni e curato La presenza femminile nelle arti minori, ne Le Storie di Toponomastica femminile.
