Kallocaina

Perché desideriamo così tanto la libertà?
È da questa domanda che prende avvio il romanzo di Karin Boye, Kallocaina, opera inclusa nella serie di distopie della prima metà del Novecento — insieme a Noi (1924) dell’autore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin, Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley e il più noto 1984 (1948) di George Orwell — che provano a immaginare pessimisticamente un futuro in cui le dittature controllano in modo totalizzante e disumanizzante le vite degli individui. L’autrice, tuttavia, entra a pieno titolo nella coscienza del protagonista, indagandone le idee, le convinzioni, le angosce, i dubbi e i dissidi interiori.

Karin Boye nacque nel 1900 a Göteborg, in Svezia, da una famiglia altoborghese, in un ambiente ferventemente culturale: i genitori erano difatti impegnati in cause civili. Fin da subito si appassionò alla lettura e alla scrittura, concedendo alla carta e all’inchiostro di custodire i suoi pensieri, racconti e disegni. Nonostante la sua educazione cristiana presso la scuola femminile di impronta religiosa Mathilda Halls skola för flickor, ebbe un primo approccio durante il periodo dell’adolescenza — trasferitasi nel 1909 a Stoccolma — alle filosofie orientali, tra cui il buddhismo, principale ispirazione di molte sue poesie. Durante questi anni, però, visse una crisi di natura spirituale, in seguito descritta nel suo romanzo Crisi, del 1934: riavvicinatasi al cristianesimo, prende parte a un seminario estivo, organizzato dalla Associazione cristiana di studenti liceali, Kristliga Gymnasistföreningen. Fu qui che conobbe Anita Nathorst, studente di teologia, che costituirà una figura centrale nel corso di tutta la sua vita. Iniziò a maturare la convinzione di essere destinata alla dannazione eterna in quanto rifiutava la morale del sacrificio, della rinuncia e della sofferenza millantata dal messaggio cristiano. Fonte di crisi interiore fu anche la scoperta della propria bisessualità, come ricordò suo fratello Ulf.
Dal 1921 Karin Boye si dedicò allo studio del greco, del norreno e della storia della letteratura presso l’università di Uppsala, dove ebbe l’occasione di accrescere la sua consapevolezza politica e militante, entrando in contatto con il movimento Clarté, che riuniva gli/le intellettuali radicali degli anni Venti. Il movimento fu noto per il suo appello di pace e per la sua critica sociale di stampo socialista, con un ruolo decisivo nella diffusione del marxismo e della psicoanalisi. Tuttavia, l’autrice non fa ancora emergere nei suoi scritti alcun impegno politico e nel 1922 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Moln (Nuvole). Cruciali furono per l’autrice le letture dello Zarathustra di Nietzsche e di alcune opere di Schopenhauer, per esplorare il rapporto tra morale e umanità e indagare la presenza di Dio come essenza nelle piccole cose, nella semplicità della vita quotidiana e nell’intimità dell’essere.
Nel 1929 sposò un attivo clarteista, Leif Bjork. Non esplorò la sua omosessualità, che aveva cercato in tutti i modi di negare a sé stessa e a chi le stava intorno, fino al 1932, quando intraprese a Berlino un percorso di psicoterapia, al ritorno dal quale si separò definitivamente dal marito.

Nel 1940 visse un periodo ad Alingsas per assistere una sua amica malata di cancro, di cui era innamorata. Questi anni furono particolarmente produttivi per la sua attività: scrisse il suo ultimo romanzo Kallocaina e la sua ultima raccolta di poesie I sette peccati capitali. L’anno successivo, in una fresca giornata di aprile, Karin uscì portando con sé alcune pastiglie di sonnifero e non fece più ritorno. Il suo corpo fu ritrovato qualche giorno dopo riverso nel cuore del bosco.
Göteborg le dedicò una statua nel 1987, realizzata in bronzo dallo scultore Peter Linde e situata all’esterno della Biblioteca Civica. Fu la prima statua della città dedicata a una donna, con un nome proprio, della città, uno dei simboli della comunità queer femminile svedese.
Le opere di Karin Boye riflettono una dicotomia costante, quella tra rigidità e spontaneità, tra paura e fiducia, tra costrizione e libertà. Opposizioni binarie che emergono anche nella psicologia dei personaggi, sistematicamente combattuti tra la volontà di concedersi al loro essere più autentico o il sottostare a regole dispotiche e ideali precostituiti. Convinta che per gli uomini e le donne sia inevitabile rispondere alla propria volontà interiore, la «volontà vegetativa», l’autrice gioca con i personaggi e con la loro evoluzione: animati da un desiderio recondito e irrazionale, essi raggiungono una libertà tutt’altro che bramata, tentando al contrario di rimanere aggrappati alle certezze fornite dal contesto politico e sociale a cui appartengono. Ogni sforzo è vano, la forza magnetica che spinge involontariamente gli esseri umani è inarrestabile. Una contraddittorietà e combattività che con tutta probabilità si ispira a dinamiche e vuoti interiori autobiografici.

L’ambientazione di Kallocaina è una nazione oligarchica chiamata lo Stato Mondiale, costruita al fine di garantire a tutti i costi il bene comune, seppur per mezzo di misure dittatoriali. È tra le parole del suo diario che conosciamo Leo Kall, un chimico, che tenta di assecondare le necessità dello Stato con una invenzione rivoluzionaria, il siero della verità, la “kallocaina”, appunto (nome nato dal suo inventore, ma che ha anche origini svedesi, dal sostantivo dal significato di “freddo” e, soprattutto “vocazione”, “appello”). Ogni cittadino e cittadina deve rigidamente attenersi a orari stabiliti, momenti controllati dedicati a rapporti familiari e relazionali totalmente passivi e circostanziali.
Nonostante il siero sia nato con il presupposto di arrecare sicurezza e stabilità nella società, il suo utilizzo fa man mano emergere l’incompatibilità tra la verità, i pensieri reconditi e il potere. Chi legge conosce man mano il contesto totalitario dello Stato Mondiale attraverso gli occhi e i dilemmi del protagonista, un antieroe, a differenza del Winston Smith di 1984. Leo Kall è, infatti, a tutti gli effetti un tassello conforme alla nazione a cui appartiene, più di quanto lo siano le persone che gli stanno intorno. Egli odia e rifiuta qualsiasi essere umano che sia diverso o che si discosti dalla norma vigente: aderisce volontariamente e con estrema lucidità all’apparato repressivo del sistema, alimentando però inconsapevolmente un conflitto interiore con quella parte di sé che anela alla libertà. È così che il siero della verità diventa un’arma per essere testimone dello stesso tormento che gli altri e le altre custodiscono interiormente. Le menzogne svelate sotto effetto di kallocaina sono indici, prove di una infelicità radicata e strutturale che caratterizzano tutti e tutte indistintamente: queste confessioni, nel momento in cui svanisce la sensazione di alterazione, inorridiscono prima di tutto le cavie. La causa di tale infelicità sono i mancati rapporti umani, siano essi amicali, romantici o familiari. È qui che lo Stato Mondiale perde definitivamente il controllo, nelle menti dei suoi cittadini e cittadine. Il verme di questo sentimento non potrà mai essere sradicato e tutte e tutti sono portati a percepirlo come una condizione necessaria, e dunque lo negano, in primis a sé stessi.

Particolarmente interessante l’indagine della maternità affrontata dall’autrice, che appare qui l’unica áncora nei confronti della realtà. L’infelicità di Linda, moglie di Leo, nasce proprio dalla soppressione di questo sentimento e dall’allontanamento forzato dai suoi figli/e, covando segretamente un profondo moto di ribellione e volontà di autenticità: probabilmente è in questo caso che Karin Boye fa emergere la sua esperienza come donna lesbica nella Germania nazista. La presa di coscienza da parte della donna crea una consapevolezza cruciale di non essere sola: è tramite questa tragica dinamica che si avvicina a qualsiasi altra madre. La metafora dell’albero simboleggia quella sapienza vegetativa affidata nelle sue opere alle figure femminili: «Che cos’ero allora? Non lo so. Una donna che non aveva alcun potere su ciò che avveniva e che pure si sentiva in estasi perché sarebbe avvenuto attraverso di lei. Un essere prendeva vita dentro di me, e aveva già i suoi tratti, la sua natura che io non potevo cambiare… Ero un ramo che fioriva e non sapevo niente delle mie radici, né del mio tronco, ma sentivo la linfa che saliva da profondità sconosciute».

Se i personaggi di George Orwell sono deformati, anestetizzati e domati dalla repressione, per sempre frammenti della stessa macchina tirannica, Karin Boye invece è interessata alla contraddittorietà degli esseri umani, molto più complicati di quello che appaiono. Con una scrittura avvolgente e uno stile scorrevole, rimaniamo ancorati alle pagine, con il fiato sospeso, nella paura di ciò che potrebbe accadere al protagonista in un regime privo di empatia.
Perché, dunque, desideriamo ardentemente la libertà? Si domanda l’autrice. Forse perché siamo di fatto infelici e tentiamo continuamente di livellare quelle crepe insite nel nostro spirito, invece di riconoscerle e farci pace. È attraverso il confronto e il dare voce a queste contraddizioni che questo stato d’animo da privato diventa condiviso, conoscendo la speranza nella lotta collettiva.

In copertina: dettaglio della copertina del libro Kallocaina

Karin Boye
Kallocaina. Il siero della verità 
Iperborea, 2023 
256 pp. 

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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