Mauritania. Una cultura maschile? 

 Sono partita per la Mauritania con cinque persone, tutte francesi, che avevano tra loro un consolidato rapporto di amicizia, mentre con me la conoscenza era stata solo virtuale. Eravamo un gruppetto eterogeneo: qualcuna di noi aveva viaggiato in diversi continenti, qualcun altro invece era più sedentario. Per uno di noi, E., si trattava di un viaggio nella memoria, poiché aveva vissuto e lavorato nel paese per molti anni. Grazie a lui siamo stati accolti da un amico del luogo, che ci ha accompagnato per un tratto del viaggio. 
Nel piazzale antistante l’aeroporto di Nouakchott ci hanno accolto M., l’amico di E., e due autisti. Sono comparsi nel buio, indossando i loro Dara’a azzurri. Dara’a è un termine arabo, tradotto in francese con Boubou: si tratta di un indumento fluttuante, lungo fino a terra, dalle maniche ampie, con una grande tasca davanti utile per riporre tutto il necessario. Un design confortevole, dunque, che consente qualsiasi movimento. Il tessuto è il cotone, che mantiene il corpo fresco in un clima spesso torrido come quello del deserto mauritano. Anche i colori, l’azzurro intenso e il bianco, aiutano a sopportare il caldo. Se il Sahara è famoso per gli “uomini blu”, i Tuareg che lo hanno attraversato per secoli e tuttora lo abitano, la Mauritania dovrebbe essere conosciuta per gli uomini turchesi e bianchi che si incontrano ovunque. Il Dara’a è dunque il capo d’abbigliamento tradizionale, un elemento distintivo dell’identità culturale locale, indossato non solo nelle occasioni speciali ma sempre nella vita quotidiana. 

Dara’a in vendita a Nouakchott

M., si è rivelato subito una preziosa fonte di informazioni sul suo Paese, sia riguardo alla storia che all’attualità. Parla volentieri del suo passato di insegnante e collaboratore con associazioni umanitarie. È da lui che apprendiamo alcuni drammatici aspetti degli anni ’90 del secolo scorso, quando l’intensa desertificazione aveva costretto molte famiglie di agricoltori a lasciare le terre e spostarsi in città, all’improbabile ricerca di un’occupazione. Un fenomeno di proporzioni imponenti: l’estrema indigenza di questi nuclei familiari aveva causato un’emergenza alimentare e abitativa nella capitale (l’unica grande città del Paese) e il conseguente fenomeno dei bambini e bambine di strada. M. ne parla con grande emozione e sottolinea che, sebbene la povertà sia ancora diffusa (e ai nostri occhi appaia drammatica) la situazione è notevolmente più stabile rispetto a qualche decennio fa. 
Anche sulla situazione politica è molto diretto: sebbene non manifesti le proprie idee, afferma che oggi come un tempo ciò che conta in Mauritania non sono le convinzioni ma l’appartenenza a un gruppo, che lui stesso definisce “tribù”. In un Paese indipendente da circa 60 anni, governato prevalentemente da figure militari, M. sostiene che sono comunque gli accordi fra le diverse tribù a definire i ruoli direttivi in vista delle elezioni, o di qualsiasi altra forma di cambiamento di governo.
È ancora M. a rispondere, con altrettanta franchezza, alle mie domande sulla situazione delle donne nel Paese. Secondo lui, cinque sono le “offese”, così le definisce, che le donne subiscono: le mutilazioni genitali, i matrimoni precoci, il lavoro eccessivo e l’esclusione dallo studio, lo stupro, il gavage. Quest’ultima è una pratica consueta prima del matrimonio: la futura sposa è costretta a mangiare molto e bere molto latte di dromedaria; arrivando alle nozze ingrassata dimostrerà alla famiglia dello sposo che proviene da un nucleo benestante, dove non lavora ed è ben nutrita. M. si dichiara contrario a queste tradizioni, che non pratica: le sue figlie non hanno subito menomazioni fisiche e frequentano la scuola francese, la migliore per trovare un impiego. Tuttavia il suo rapporto con le donne di casa (la moglie e le due figlie) è, dal nostro punto di vista, estremamente paternalistico e autoritario. La sua attuale famiglia è mononucleare (M. è stato sposato tre volte, ma si autodefinisce un “poligamo seriale”, perché non ha avuto più mogli contemporaneamente); le sue donne rimangono sempre in città, in un’abitazione modesta, mentre M. viaggia molto al nord, dove possiede un ampio palmeto, commercia in datteri e sbriga i suoi affari. Ovunque ci fermeremo, sarà riconosciuto e trattato con cordialità. 
Sarà grazie a lui che verremo accolti al Festival Nomade, un evento che ha luogo in pieno deserto e contribuisce al mantenimento delle tradizioni locali in una cornice di modernità. Arrivarvi è di per sé un’esperienza straordinaria: dopo ore di viaggio in 4×4 senza alcun punto di riferimento, compare nella notte una struttura dotata di luci psichedeliche e strumenti musicali amplificati, che ospita musicisti e cantanti “famosi in tutta l’Africa”. Il pubblico è numeroso: donne accoccolate di fronte al palco, bambini divertiti, uomini in piedi, appartati. Intorno all’immancabile fuoco sono solo loro a danzare: agitando in aria i Dara’a, simili a grandi uccelli bianchi e azzurri, creano uno spettacolo suggestivo; le donne restano per lo più sedute con i bambini e solo alcune accennano qualche movimento, protette dall’oscurità.
L’organizzatore di questo evento è G., rientrato dopo alcuni decenni di lavoro in Canada; attento alle tradizioni ma sensibile alle novità musicali, organizza tutti gli anni questo momento di aggregazione per piccoli gruppi dispersi nel deserto che altrimenti non avrebbero alcuna occasione di incontro. Un po’ come accadeva nel passato alle nostre fiere di paese, qui le persone si conoscono, si rivedono, organizzano matrimoni, parlano di commerci e soprattutto si divertono. G. illustra il progetto del festival, che gestisce con consapevolezza e sensibilità: non gli interessa, infatti, diffondere troppo questo evento, quanto piuttosto mantenerlo nell’ambito di quest’area. Teme che l’arrivo della notorietà (televisione, social…) toglierebbe genuinità alla manifestazione. 

Il festival di Amatlish

Può sembrare superfluo dirlo, ma la realtà culturale di questo Paese ha reso difficile relazionarsi direttamente con le donne, perché mancava una lingua condivisa; anche negli incontri casuali, per esempio nei mercati, era difficile comunicare, mentre gli uomini si sono sempre mostrati curiosi e loquaci. Così ho scambiato qualche parola in italiano con un venditore senegalese, che era arrivato attraverso la Francia fino a Sanremo, per poi riprendere la via dei mercati africani. Contrattando, in spagnolo, con un giovane cambiavalute ambulante ho saputo che aveva vissuto a Barcellona; un anziano abitante di Nouakchott ha raccontato a me e B., la mia compagna di vagabondaggi, di aver appreso il francese durante il servizio nella marina mauritana, per poi occuparsi della ”sicurezza” del quartiere. Fiero del suo impiego alloggiava con la moglie e sei figli in una modestissima catapecchia di legno fra prestigiose residenze in muratura, che sorvegliava spostandosi sulla sua motocicletta. 
Durante tutto il viaggio altri uomini ci hanno accompagnato e accudito: alcuni autisti e un cuoco. Abilissimi alla guida, sono tutti impegnati part time nella stagione turistica e ritornano alle loro attività (la pastorizia o mestieri artigianali) per il resto dell’anno. La loro compagnia si è sempre distinta per discrezione, gentilezza, cordialità, a sottolineare l’abitudine a gestire con disinvoltura i rapporti con visitatori stranieri, in un Paese che desidera sviluppare le proprie potenzialità turistiche.
Ciascuno aveva un ruolo ben preciso nel gruppo: l’auto del responsabile del viaggio percorreva per prima piste che, ai nostri occhi inesperti, apparivano più immaginarie che reali. Sempre elegante nel suo Dara’a azzurro, gentile, rispettoso ma mai ossequioso, questo autista sapeva individuare i luoghi più interessanti e i panorami più emozionanti dove sostare, condividendo anche gli incontri riservati a noi straniere/i, mentre gli altri membri del gruppo ci attendevano altrove. Grazie a lui abbiamo visitato case private cui altrimenti non avremmo avuto accesso. 
All’autista più giovane e intraprendente era consentito talvolta di sperimentare una scorciatoia particolarmente difficile fra le rocce o una discesa dalla pendenza impressionante. Durante un’esibizione canora organizzata in un villaggio si è esibito in una danza sfrenata, agitando il suo Dara’a bianco nella notte, simile a un grande uccello in volo. 

Autista che danza

Il cuoco D. ci ha viziato per tutto il percorso con crudités e crèpes, carne di dromedario e, una volta raggiunta la costa, pesci freschissimi alla brace. La scoperta più interessante è stata il “pane di sabbia”, un’appetitosa pagnotta che D. cucinava sotto la sabbia rovente. Era il compagno inseparabile di F., il meno loquace tra gli autisti e abilissimo meccanico: è stato lui a dirigere rapidamente le operazioni di cambio pneumatico quando abbiamo forato; quando la sabbia ha ostruito il carburatore della sua auto ha trovato facilmente un ricambio in un’improbabile officina nel mezzo del nulla. 

Officina meccanica

Inutile sottolineare che la curiosità ci ha spinto a chiedere informazioni di ogni genere agli autisti. Dalle conversazioni con il più giovane, che era anche il più loquace, abbiamo capito che in generale l’istruzione si ferma alla scuola dell’obbligo in arabo, mentre il francese si apprende autonomamente per comunicare con chi viene in visita. Osservandoli, più ancora che comunicando, abbiamo appreso altri aspetti: la loro abilità di autisti su percorsi impervi; la nostalgia per le famiglie, che hanno raggiunto per una sola notte quando siamo arrivati nell’Adrar; la loro devozione all’Islam, quando in mezzo al deserto si rivolgevano alla Mecca, aprendo piccoli tappeti e, in mancanza di acqua, purificandosi con la sabbia. In maniera tutt’altro che scontata si sono dimostrati attenti all’ambiente, sia nell’eliminazione dei rifiuti, sia nel rapporto con i rari animali incontrati sul nostro percorso, soprattutto quando l’autista F. e il cuoco hanno soccorso un giovane ariete, ferito dopo una caduta da un carro bestiame, consegnandolo al villaggio più vicino. 
Come spesso accade, anche in questa terra il “maschile inclusivo” sembra occupare tutto lo spazio e definire la realtà; per una donna in viaggio, però, è l’incontro con le altre donne che permette di scoprire una dimensione profonda, oltre l’apparenza. Ma questa è un’altra storia. 

In copertina: una famiglia di Nouakchott.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

Lascia un commento