La mattina del 30 novembre 1930, i detenuti del carcere delle Mantellate di Roma, recandosi verso la carrozza cellulare che li avrebbe tradotti nel penitenziario di Trani, rimasero stupiti nell’apprendere che una donna sarebbe stata trasferita con loro. La guardavano con un misto di stupore e curiosità mentre lei se ne stava, in attesa di salire sul convoglio, contro il muro indicatole dalla guardia.
Assieme a quegli uomini ammanettati, incatenati a due, che borbottavano se non bestemmiavano, Camilla Ravera, condannata, il 10 ottobre precedente, a 15 anni e 6 mesi di reclusione per aver ricostruito il Partito comunista in Italia veniva trasferita nel carcere di Trani. Durante il viaggio, ha raccontato anni dopo, si era sentita come «cosa inerte e senza limiti precisi» ma il freddo tagliente di quel tardo autunno del 1930 era stato, in parte, attenuato da una bevanda scura che la superiora delle suore del carcere delle Mantellate l’aveva forzata a bere prima di lasciare la cella. Quella suora che si offrì di portarle la valigia dalla cella al convoglio, che la raccomandò alla guardia e che si congedò da lei stringendole la mano e con la promessa di una preghiera, era una delle tante donne che cominciarono a far parte della sua nuova esistenza, ora che era diventata una “detenuta politica”. Concetto, quest’ultimo, il cui senso complessivo sfuggiva sia al carabiniere che, in treno, la fece sedere, violando gli ordini, accanto al finestrino, perché le mancava l’aria, sia alle donne che, a Foggia, dove il convoglio aveva fatto sosta dopo Caserta, avevano chiesto a Ravera se avesse ammazzato qualcuno dal momento che a Trani venivano trasferite solo le ergastolane e le ree di gravi delitti. Il concetto di “detenuta politica” proprio sfuggiva loro; in fondo, Camilla manifestava solo idee diverse da quelle di cui era espressione il potere in Italia e aveva scritto qualcosa contro il duce sui giornali.

Prima della suora alle Mantellate, Camilla aveva ricevuto gesti di solidarietà da altre donne presso il carcere di Varese dove era stata condotta subito dopo l’arresto, il 10 luglio 1930 ad Arona, in provincia di Novara, sulle rive del Lago Maggiore.
La guardiana Rosa Bertone, «una donna semplice […] incolta […] brutta, magrissima, distrutta dalla miseria», aveva origliato molto alla porta dove erano avvenuti gli interrogatori a Ravera e, trascorsi 20 giorni dall’arresto di questa, una mattina, all’alba, «con un’aria misteriosa e ansiosa» era entrata furtivamente nella sua cella e le aveva chiesto di bere un uovo fresco che aveva nascosto per lei in una «tasca della sua sottanona» assieme a una bottiglietta di marsala. Era scappata via subito, prima che qualcuno potesse arrivare, «per tornare alla solita ora a riprendere il suo servizio, muta e rigida come sempre». Rosa era tornata tutti i giorni a trovare Camilla prima che questa fosse trasferita a Roma e le aveva raccontato che si vergognava per «trovarsi a servire quella gente che» portava i detenuti in carcere e li trattava in quel modo ma era stata costretta ad accettare quel lavoro dal momento che, dopo un lungo periodo di disoccupazione, suo marito, per la miseria, si era ammalato.
Aveva sempre vissuto in montagna e non sapeva neppure che le prigioni esistessero per davvero, Rosetta Molinari, una detenuta del carcere, una «scopina […] una povera creatura disgraziata, che non poteva avere aiuto da nessuno e per di più stava diventando madre». Rosetta che, solo quando aveva fatto ingresso in carcere, aveva commentato: «Ora penso che magari c’è anche l’inferno», pregava con fervore raro e mostrò sempre molta benevolenza nei confronti di Camilla.
La biancheria nel carcere a Trani, dove Ravera arrivò la sera del 3 dicembre 1930, le fu consegnata da Nannina, la guardiana laica «sempre buona e premurosa», che si mostrò molto più che solidale con la detenuta non appena giunta. Contravvenendo agli ordini della superiora che le aveva impedito di intrattenersi a parlare con i nuovi arrivati, Nannina confidò subito a Camilla che c’era una detenuta che la conosceva, Felicita Ferrero, giornalista e antifascista torinese, la quale finì per condividere la «cella dell’orologio» con la conterranea, prima segretaria di un partito politico. Nelle ore notturne, inoltre, condivise la cella con Felicita e Camilla, Giorgina Rossetti, l’operaia tessile e attivista antifascista di Biella, che «chiedeva di non essere privata del lavoro di laboratorio e del corrispondente salario, non potendo ricevere aiuti dalla famiglia».

A Trani, Ravera ebbe modo di osservare le suore e, nello specifico, riflettere sul loro ruolo in carcere: erano donne che avevano vissuto tutta la loro vita in convento o in case circondariali e che «credevano con la più grande certezza le cose più strane» come, ad esempio, che i penitenziari fossero «una sottospecie di collegio o di ricovero per donne che avevano commesso delle colpe e ne dovevano sopportare e subire la penitenza. […] Una specie di purgatorio, dove era ammessa la redenzione attraverso la penitenza e la sottomissione». E mentre per le altre detenute la vita da recluse era scandita da questa concezione delle guardiane, per quelle antifasciste, assieme alla difficoltà di poter ricevere libri e giornali, la quotidianità voleva dire anche far fronte alla questione religiosa: la resistenza di molte di loro a ogni forma di spiritualità, letta come un atto di ribellione «dovuto all’amarezza della condanna», provocava una “doverosa” insistenza e, in alcuni casi, atteggiamenti di tormentosa perseveranza da parte delle suore che volevano, a tutti i costi, riportare queste ree sulla retta via. L’approccio delle suore con Camilla, nello specifico, fu ambivalente. Alcune la considerarono un’anima perduta destinata alla dannazione eterna e, tra queste, dovette esservi sicuramente suor Patrizia, inviata a Trani con il preciso compito di sorvegliare Ravera. Donna «rozza e fanatica», giunta con chissà quale pregiudizio nei confronti di questa “detenuta politica”, le faceva i più miserabili dispetti: le consegnava la posta in ritardo; le lasciava la scodella della minestra fuori dalla cella così diventava fredda e immangiabile… In realtà, non era buona neppure con le detenute comuni e «le picchiava in testa con le sue grosse chiavi, quando si attardavano a ordinarsi in fila per scendere dai dormitori ai laboratori». Alle consorelle, del resto, non era affatto gradita. Altre suore, invece, preferirono sospendere il giudizio nei confronti di questa donna tanto temuta dalle autorità fasciste e riconobbero in lei solo “il prossimo” della morale cattolica a cui fare del bene.

Fu una guardiana laica che, un giorno, mentre Camilla si dedicava alle sue pulizie personali, le comunicò che «un carcerato di Turi, un politico “sapiente e da tutti onorato”» desiderava avere sue notizie e le mandava i suoi saluti: fu grazie a questa donna che Ravera poté stabilire un filo di comunicazione sottilissimo quanto insperato con Antonio Gramsci. La guardiana prese ad aggiornarla ripetutamente sulle condizioni di Gramsci; si trattava di notizie non sempre confortanti, malgrado il grande rispetto nei suoi confronti da parte delle guardie: isolato dai suoi stessi compagni e spesso triste, si dedicava costantemente allo studio e alla scrittura.
Sebbene col primato della quarantena nelle carceri fasciste con 4795 giorni in detenzione, oltre al fatto che non fu mai maltrattata né sottoposta ad alcuna forma di tortura, Ravera raramente incontrò guardiane che si attennero severamente all’ordine dell’isolamento: suor Vincenzina, nel carcere di Perugia, dove Camilla fu trasferita l’8 novembre 1933, contravvenne, dopo poche settimane dal suo arrivo, all’ordine di non rivolgerle la parola. Incaricata di accompagnarla “all’aria” rimanendo in silenzio, un giorno, durante la passeggiata, chiese a Camilla se avesse potuto parlare: voleva raccontarle la sua vita di orfanella in un orfanotrofio, poi i suoi giorni trascorsi in convento e in carcere. Era stato il cappellano del carcere, secondo quello che lei stessa confessò a Ravera, a spingerla a parlare, quando questi le aveva spiegato che «era disumano tenere una persona in totale silenzio e che toccava a lei attenuare tale crudeltà», condividendo il racconto della sua vita con la detenuta. Con suor Vincenzina nacque un vero e proprio sodalizio umano; dopo che Camilla si fu adoperata per ricavare nuovi disegni per le tessitrici, stanche di riprodurre sempre gli stessi motivi, queste, in compagnia della suora, passando sotto la sua cella, gridavano, battendo le mani: «Grazie, segregata!». A spezzare una routine alienante contribuì anche suor Ignazia, una piemontese che prese a dire a Ravera di volerle bene perché sua conterranea e perché sapeva bene che la sua detenzione dipendeva dal suo «essersi messa dalla parte dei poveri, contro la prepotenza e l’ingiustizia». Anche lei aveva scelto il potere della parola e del racconto per unirsi alla resistenza di Ravera e di chissà quante altre donne detenute per gli stessi motivi: le parlava di cosa accadeva in carcere, delle chiese cittadine dove trascorreva gran parte del suo tempo e della gente che vedeva nelle strade. Alimentava incessantemente quel collegamento spezzato fra “dentro” e “fuori”, indispensabile per scongiurare lo spettro dell’alienazione.
All’interno delle carceri, così come in altri luoghi e circostanze, si alimentò, durante il ventennio fascista, un senso di solidarietà femminile che abbatté i confini di credo politici, sociali e religiosi diversi; ne furono protagoniste donne dall’identità spesso rimasta ignota, che remarono in una direzione piuttosto che in un’altra, che non si piegarono agli ordini ricevuti ma che risposero alla loro morale e che contribuirono, come nel caso di quelle che entrarono in contatto con Camilla Ravera, la maestra nata ad Acqui Terme il 18 giugno 1889 e divenuta presto l’incubo della polizia fascista, alla nascita di una società più plurale e democratica. Almeno nelle aspirazioni.
Tutte le citazioni sono tratte da: Diario di trent’anni, 1913-1945 di Camilla Ravera.
In copertina: foto dello schedario, Camilla Ravera in carcere.
***
Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
