Vienna. Verso una città equamente condivisa

Vienna è certamente la città che ha l’esperienza più consolidata in termini di urbanistica di genere. Con più di trent’anni di esperienza rappresenta un caso di particolare interesse per comprendere come si fa ad avviare e stabilizzare un approccio di gender-mainstreaming alle politiche pubbliche urbane. L’approccio prevede la realizzazione di progetti pilota, coordinati dall’ufficio di Urbanistica di Genere, che vengono poi consolidati attraverso la costruzione di linee guida e incorporati nel lavoro quotidiano degli uffici di pianificazione e negli altri uffici pubblici della città. È importante notare che il Comune di Vienna ha a disposizione un ingente patrimonio immobiliare pubblico e di edilizia sociale, che gli permette di mettere in atto più facilmente la sua azione per l’equità di genere nello spazio costruito.

L’inizio del lavoro è simbolicamente collocato nel 1991, quando è stata allestita una mostra sulla vita quotidiana delle donne nella città dal titolo: A chi appartiene lo spazio pubblico?. La mostra conteneva dati che confrontavano le vite quotidiane di donne e uomini in termini di lavoro, spostamenti, carichi di cura, e altri aspetti legati ai ruoli di genere. La mostra ha reso evidente che la vita delle donne abbraccia un largo spettro di momenti essenziali dell’esistenza individuale, familiare e collettiva delle persone. La forza delle immagini ha comunicato efficacemente come le istanze del mondo femminile non possono essere considerate residuali, contrariamente a quello che ancora viene percepito comunemente anche da molte donne che sottostimano il loro ruolo. Tra le cose che ne emergevano, c’era l’importanza di disporre di spazi urbani sicuri per far giocare bambine e bambini e per il benessere di chi se ne prende cura, introducendo quindi una prospettiva intergenerazionale e intersezionale sulla vita cittadina.

Dal punto di vista amministrativo, l’anno successivo il Comune di Vienna si è dotato di un Ufficio per le donne e nel 1998 è stato istituito l’Ufficio di coordinamento per la pianificazione e la costruzione secondo le esigenze della vita quotidiana. Dal 2010 il gender mainstreaming è diventato compito centrale dei Gruppi di pianificazione, Ingegneria civile e Costruzione edilizia. Tra il 2005 e il 2010 tutti i dipartimenti di pianificazione del Comune hanno realizzato progetti pilota nell’ambito dei contratti annuali, accumulando un patrimonio di conoscenze sistematizzato in un Manuale edito nel 2013.
A partire da allora la città di Vienna ha adottato una serie di progetti pilota specifici sul genere, che, diventati patrimonio comune, hanno introdotto procedure stabili della pubblica amministrazione. Nel 2021 erano oltre 70. In questo articolo ne verranno illustrati brevemente solo alcuni, che verranno ripresi nelle prossime pubblicazioni. 
Nel 1994 vengono pubblicate le Linee guida per una città più sicura (1994) a cura di Eva Kail, Ursula Bauer e Jutta Kleedorfer. Nel testo si spiega la connessione tra la violenza contro le donne e la progettazione dello spazio: strade, piazze, fermate degli autobus e dei treni non sufficientemente illuminate, vie d’ingresso contorte nei complessi residenziali e spazi isolati come corridoi o parcheggi causano ansia in molte donne, limitandone di fatto il pieno godimento della vita urbana e costringendole in casa, che è il luogo dove avviene la maggior parte delle violenze.

Wegweiser_Frauenwerkstadt_1. Autore H. Wolfgang. Licenza Creative Commons

Tra questi, alcuni sono particolarmente noti, come ad esempio i cohousing, Frauen-werk-stadt I, II e III (1992-2009) sono complessi di edilizia residenziale pubblica progettati «dalle donne per le donne» (Ullman, 2016), frutto di un concorso aperto ad architette e progettiste, che dovevano seguire dei requisiti di genere nell’organizzazione degli spazi urbani ed edilizi – come la vicinanza al trasporto pubblico, la progettazione di spazi comuni per le attività di riproduzione, la flessibilità della divisione interna degli appartamenti. La necessità di vicinanza ai servizi pubblici e al commercio di prossimità ha richiesto la necessità di dedicare a queste funzioni una parte dei volumi del complesso in progettazione, introducendo anche un’innovazione nella normativa, con un mix di usi tra abitare e altre funzioni. In più, sono stati adottati alcuni accorgimenti per la connessione visiva tra l’interno e l’esterno, con la funzione di garantire la sicurezza (come per esempio finestre e altre aperture su tutti i lati dell’edificio) o di svolgere diversi lavori di cura in contemporanea (come la connessione tra la lavanderia comune e il parco giochi per i bambini più piccoli. Il Frauen-werk-stadt II, inaugurato nel 2004, incorpora una particolare attenzione negli spazi comuni per favorire le relazioni intergenerazionali e di vicinato. Il terzo progetto, del 2009, nasce sulla spinta di un’associazione, [Ro*Sa], che ha messo in luce la necessità di dare priorità alle esigenze delle madri sole, delle donne pensionate e, più in generale, di facilitare attraverso la struttura del complesso abitativo la costruzione di una rete sociale tra le/gli abitanti. 

Lo spazio pubblico è stato trattato in numerosi progetti, di cui forse il più famoso è il processo di partecipazione per la ri-progettazione di Einseidler Park (1999). Si tratta di un parco in una zona residenziale poco usato dalle bambine e dalle adolescenti che risiedevano in quella zona a causa della mancanza di attrezzature adatte a loro: il parco disponeva quasi esclusivamente di un campo da basket, circondato da una rete e con un solo passaggio per entrare e uscire, che ne ostacolava il libero uso da parte delle adolescenti. Grazie alla partecipazione, il campo è stato riadattato con più ingressi, con una struttura adeguata per le attività a corpo libero, panchine, amache e zone riparate, un bagno pubblico presidiato. Anche in questo caso il progetto ha prodotto un cambiamento nelle linee guida sulla progettazione delle aree verdi. (Irschik, Kail, 2016).
Anche la riqualificazione del quartiere di Mariahilfer (2002) è stata basata sulla facilitazione dell’uso dello spazio pubblico per tutte le fasce della popolazione. Per questo è stato scelto di partire dalla domanda: «Chi usa lo spazio pubblico alle 15.30?». Il progetto ha preso le mosse dall’osservazione dei bisogni delle persone che normalmente rimangono in secondo piano, perché le loro abitudini e le loro esigenze non corrispondono al modello del lavoratore a tempo pieno, che in quell’ora è impegnato in attività produttive. Il quartiere è stato riprogettato a partire dal comfort e dalla messa in sicurezza dei percorsi pedonali, con una particolare attenzione all’accessibilità e all’autonomia di movimento di quelle persone considerate “utenti deboli” della strada. Si è trattato di pensare interventi anche piccoli, che però permettessero di migliorare la vita quotidiana di tutte le persone: la messa in sicurezza degli incroci, il miglioramento dell’illuminazione, la riqualificazione delle piazze, l’aumento delle panchine, considerate un dispositivo non solo di socialità, ma anche di autonomia per le persone che hanno difficoltà a percorrere lunghi tratti a piedi. 
Un processo partecipativo è stato applicato anche per la costruzione di un nuovo quartiere, il Seestadt, con criteri di genere, tra cui: la connessione con i trasporti pubblici, la precedenza alla mobilità non automobilistica, la mescolanza degli usi e la prossimità.

Il lungo lavoro di sperimentazione e revisione delle procedure progettuali e di pianificazione è stato raccolto in un manuale (2013, con una seconda edizione del 2021) rivolto ai funzionari e tecnici dell’amministrazione allo scopo di rendere il gender mainstreaming facilmente applicabile in tutte le situazioni. Il gender mainstreaming si fonda sul principio europeo di parità di opportunità (Trattato di Amsterdam, 1997) e assume il genere come categoria sociale — non biologica — che include norme comportamentali mutevoli e condizionate dalla cultura. L’obiettivo è integrare la prospettiva gender-equitable in tutte le decisioni politiche e di pianificazione. Si considerano, oltre alle differenze di genere, anche le dimensioni di età, background socioculturale, religione e abilità fisico-psicologiche. Un aspetto centrale riguarda il lavoro non retribuito (cura, famiglia, casa), ancora prevalentemente femminile in Austria, che genera specifiche esigenze spaziali nel contesto abitativo. Obiettivi strategici dunque sono:

  • conciliazione famiglia/lavoro: garantire un’offerta spaziale che agevoli la conciliazione, applicando il principio della “città delle distanze brevi”;
  • distribuzione equa delle risorse: sostenere molteplici possibilità d’uso degli spazi per rispondere a esigenze differenti, con una distribuzione equilibrata delle risorse limitate;
  • attrattività, sicurezza e protezione: garantire a tutti — in ogni momento della giornata — la possibilità di muoversi liberamente nel quartiere, riducendo le zone che generano ansia;
  • partecipazione equa: coinvolgere tutti i gruppi nei processi decisionali, con particolare attenzione a chi è tradizionalmente sottorappresentato.

Il Manuale procede poi con l’illustrazione di come questi obiettivi possano essere raggiunti grazie ad alcune misure e priorità da applicare ai diversi livelli della pianificazione e progettazione urbana: dalla struttura urbana, allo spazio pubblico, dalla mobilità, ai singoli appartamenti. 

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Articolo di Chiara Belingardi

Ricercatrice in urbanistica, è docente e organizzatrice del Master Città di Genere. Metodi e tecniche di pianificazione e progettazione urbana e territoriale dell’Università di Firenze. È autrice con Zaida Muxì e Flavia Pesce delle Linee Guida per Progetti inclusivi dal Punto di vista di Genere (2022) e con Daniela Poli e Stefania Ragozino di Prospettive Femministe sulla Città (CNR, 2025).

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