Riprendendo l’intreccio del nostro discorso non possiamo non parlare dei quipus andini. José de Acosta li descriveva così: «I quipus sono memoriali o registri realizzati con fili, in cui diversi nodi e diversi colori significano cose diverse. È incredibile ciò che sono riusciti a ottenere in questo modo, perché tutto ciò che i libri possono raccontare di storie, leggi, cerimonie e conti commerciali, i quipus lo sostituiscono in modo così preciso da suscitare ammirazione». Pedro Sarmiento de Gamboa scrisse che «è ammirevole vedere le minuzie che conservano in questi cordoncini» e, più tardi, Fray Martín de Murúa affermò che ciò che avevano registrato «anche se passavano molti giorni, lo ricordavano come se fosse successo in quel momento».


I quipus erano il principale sistema utilizzato dagli Incas per registrare le informazioni numerabili consentendo a chi li utilizzava di identificare il tipo di oggetto o le caratteristiche della popolazione registrata. Lo stato inca, infatti, centralizzava la produzione agricola e manifatturiera attraverso quote obbligatorie di lavoro personale, la mit’a (in quechua: “turno” o “stagione”) un servizio pubblico per cui ogni cittadino abile doveva dedicare parte dell’anno a lavori collettivi come agricoltura su terre statali, costruzione di strade e ponti, servizio militare.

I funzionari specializzati, chiamati quipucamayocs o khipukamayuqs o khipu kamayuq (costruttori di nodi significativi / facilitatori in quechua), formavano un corpo di funzionari complesso e altamente gerarchizzato che codificava i dati amministrativi quali cifre censuarie e distribuzione delle imposte necessari per gestire in modo efficiente lo stato inca.

I khipukamayuqs annotavano sulle corde e i nodi dei quipus il numero di lavoratori assegnati alla mit’a, la durata del servizio, il tipo di lavoro (estrazione mineraria, costruzione, agricoltura), eventuali compensazioni o tributi. I quipus non erano solo registri contabili che servivano per documentare il lavoro svolto da ciascun individuo o comunità, essi erano anche archivi mobili che permettevano di monitorare e pianificare la rotazione del lavoro obbligatorio.

I quipus trovati a Huaquerones-Puruchuco sono stati in qualche modo “decifrati”. Le corde principali con nodi indicano la quantità di lavoratori provenienti da diverse comunità. I colori e le posizioni distinguono il tipo di lavoro svolto: ad esempio, corde rosse per il lavoro minerario, corde verdi per l’agricoltura. Le sequenze numeriche rappresentano turni di servizio, probabilmente legati alla rotazione della mit’a. Gary Urton e Carrie Brezine hanno interpretato questo quipu come un registro fiscale e lavorativo, usato per monitorare la distribuzione del lavoro forzato imposto agli indigeni. In particolare, si pensa che fosse gestito da un khipukamayoq incaricato di rendere conto agli amministratori coloniali spagnoli che avevano trasformato la mit’a incaica in un lavoro forzato a metà strada tra la schiavitù vera e propria e la servitù della gleba medievale.
Per gli Incas, la matematica non si limitava all’aritmetica: i numeri erano parte integrante della vita sociale. Il loro sistema matematico si basava su un sistema decimale posizionale simile al nostro, con il decimale più grande utilizzato pari a 10.000. I quipus ci mostrano una concezione tridimensionale del numero, in cui ogni nodo rappresenta una quantità attraverso una complessa combinazione di forma, direzione di rotazione e posizione relativa. Secondo i documenti spagnoli, gli Incas disponevano i numeri nello spazio, creando linee tridimensionali che concepivano la quantità come distanza dal corpo. I numeri o le unità del sistema in un quipu specifico sono indicati dai fili più lontani dal filo principale, che fungono da chiave.

I quipucamayocs, gli specialisti incaricati della loro realizzazione, utilizzavano materiali reperibili localmente, come cotone o fibre animali provenienti da vigogne, alpaca, guanachi, lama, cervi e roditori come la vizcacha. Le fibre animali erano particolarmente apprezzate per la loro capacità di trattenere i coloranti, un vantaggio cruciale poiché il colore svolgeva un ruolo fondamentale nella codifica dei quipus che erano concepiti per rimanere inalterati: erano infatti bagnati, fatti seccare e incollati con resine particolari.

Alcuni quipus raggiungevano dimensioni notevoli, con fino a 1500 corde. Ogni corda aveva un significato specifico, determinato dal modo in cui i fili venivano intrecciati per formare lo spago e dal loro colore — alcune corde cambiavano tonalità a metà lunghezza, generando effetti monocromatici o policromatici. Anche il tipo di nodo, la sua posizione lungo la corda, il numero totale di nodi e la loro sequenza contribuivano al calcolo, combinandosi per generare un potenziale vastissimo di significati.

Alcuni quipus presentano anche corde pendenti annodate e distanze fisse tra i gruppi di corde che potevano consentire all’utente di distinguere tra diverse categorie di dati. La lunghezza dei fili poteva variare, ma la lunghezza del filo principale era sempre maggiore dello spazio occupato dai fili secondari. Ciò significava che una delle sue estremità rimaneva libera e serviva per avvolgere il quipu una volta che non veniva più utilizzato. Successivamente, era possibile applicare un elemento distintivo al quipu arrotolato, come una piuma colorata o un ciuffo di lana, in modo che fosse facile da identificare in uno spazio in cui erano conservati diversi oggetti di questo tipo.

Era possibile distinguere tra informazioni relative alla popolazione, agli uomini e alle donne, al tipo di lavoro e alla produzione. Alcuni quipus molto grandi sembrano essere stati utilizzati per registrare informazioni sulle comunità in un determinato periodo di tempo, come un calendario.
Molti quipus incaici furono deliberatamente distrutti quando Atahualpa prese il potere e cercò di “riscrivere” la storia incaica in particolare distruggendo i documenti storici relativi al regno del suo acerrimo rivale e fratellastro, Huáscar.

Nel Perù post-conquista, gli amministratori spagnoli, nel tentativo di dominare e controllare la popolazione, obbligavano i khipukamayuqs a decifrare le corde dei loro quipus, mentre uno scriba ne trascriveva il significato nascosto. Questo processo diede origine a una doppia forma di archivio: uno su carta, l’altro intrecciato nei nodi. Molti quipus furono però distrutti o bruciati dai conquistatori e dai missionari, che li consideravano strumenti pagani o potenzialmente sovversivi. I cronisti raccontano infatti che gli indigeni li portavano con sé come lettere, o li utilizzavano per trasmettere messaggi “crittografati” destinati a coordinare ribellioni contro il dominio spagnolo.

Nel XVI secolo, Diego de Ávalos raccontò che, passeggiando in una zona delle Ande insieme a un corregidor (rappresentante della Corona di Spagna con poteri giudiziari, amministrativi e fiscali), si imbatterono in un indigeno che nascondeva un quipu. Alla domanda sul suo contenuto, l’uomo rispose che si trattava del resoconto di tutto ciò che era accaduto in quelle terre dalla fine dell’Impero Inca e che, poiché un giorno esso sarebbe tornato a fiorire, avrebbe dovuto rendere conto ai suoi signori di “tutti gli spagnoli che erano passati per quella strada reale, di ciò che avevano chiesto e comprato, di tutto ciò che avevano fatto, sia in bene che in male”. In altre parole, quei nodi non erano solo numeri: erano memoria, comunicazione e resistenza.
L’antropologa Sabine Hyland, St. Andrews University è convinta che i quipus fossero più che un mero sistema di conteggio per le imposte, ma fossero un vero e proprio sistema di scrittura. “Abbiamo trovato una serie di combinazioni di colori tra i cordoncini. […] Le corde hanno 14 colori diversi per 95 modelli di corda unici. […] È un numero nella norma per un alfabeto logosillabico”. I quipus di San Juan de Collata da lei studiati erano stati conservati in una scatola di legno che conteneva anche decine di lettere del XVII e XVIII secolo. La maggior parte dei documenti erano corrispondenza ufficiale riguardante principalmente i diritti sulla terra tra i leader di una comune e il governo spagnolo.

Attualmente sono conservati circa 1.000 quipus nei musei di Germania, Stati Uniti e Perù e in collezioni private. La maggior parte degli esemplari è stata rinvenuta sulla costa e nella giungla del Perù e risale al periodo compreso tra il XV e la metà del XVI secolo (prima della conquista spagnola). Si ritiene tuttavia che alcuni quipu, realizzati tra il VII e il X secolo d.C., appartenessero alla cultura Wari, che dominò le Ande prima degli Inca. Il quipu più antico mai registrato finora è stato scoperto nel 2005 tra i resti archeologici della Città Sacra di Caral, la più antica città dell’America. Si tratta di un quipu la cui antichità è stimata in 4.500 anni. I quipus continuano comunque a essere utilizzati dagli andini, soprattutto dai pastori come metodo per registrare il numero di capi di bestiame.
Tutto quanto abbiamo detto riguardo ai quipus è attinente solamente alla sfera maschile. Nella civiltà andina la divisione del lavoro per genere è molto forte: tutto ciò che fa parte dell’ambito femminile verrà trattato prossimamente.
In copertina: rievocazione di una cerimonia inca. Blog PDS Viajes
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Articolo di Flavia Busatta

Laurea in Chimica. Tra le fondatrici di Lotta femminista (1971), partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination (UN Ginevra 1983) e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, (UN Ginevra 1988). Collabora alla mostra Da Montezuma a Massimiliano. Autrice di vari saggi, edita HAKO, Antrocom J.of A.
