«Non so nulla dei diritti dell’uomo, né dei diritti della donna; riconosco solo i diritti umani».
Intervenendo alla Nona convenzione per i diritti delle donne negli Stati Uniti, il 21 maggio 1859, Susan Brownell Anthony«Non so nulla dei diritti dell’uomo, né dei diritti della donna; riconosco solo i diritti umani».
Intervenendo alla Nona convenzione per i diritti delle donne negli Stati Uniti, il 21 maggio 1859, Susan Brownell Anthony, attivista proveniente da una famiglia quacchera di orientamento liberale del Massachussetts, si chiede in base a quale luogo della Dichiarazione d’Indipendenza del luglio 1776, «l’uomo sassone trae il suo potere di privare tutte le donne e i negri dei loro inalienabili diritti». Tale interrogativo prefigura lo svolgersi di un percorso storico statunitense in materia di riconoscimento dei pieni diritti politici e civili delle donne, in parte, parallelo a quello europeo, in parte, in linea con quanto accaduto nel continente africano dove i diritti dei bianchi sono stati individuati e tutelati, quasi in ogni circostanza, prima di quelli delle popolazioni indigene.
Sebbene, di fatto, in nessun luogo della Dichiarazione d’Indipendenza delle colonie americane dalla madrepatria vi fosse un esplicito invito a discriminare le donne in materia di diritti e a escluderle dall’esercizio del voto – diritto che suggella, in qualche modo, il riconoscimento per eccellenza della piena cittadinanza e della partecipazione effettiva alla vita politica e sociale di una comunità — il 19 e 20 luglio 1848, a Seneca Falls, nello stato di New York, le donne statunitensi sentono l’urgenza di riunirsi per discutere e avanzare proposte circa il riconoscimento dei loro diritti e, più in generale, del loro ruolo nella società americana. Propugnata da un gruppo di donne quacchere e da Elizabeth Cady Stanton, autrice della Dichiarazione dei diritti e dei sentimenti — un documento modellato sulla Dichiarazione d’Indipendenza e considerato l’atto fondativo del movimento suffragista americano — la Convenzione di Seneca Falls, rivela, purtroppo, proprio come accaduto in Europa, l’esistenza di un’America dei diritti a due velocità — quella dei diritti degli uomini e quella dei diritti delle donne, costrette a speronare avanzamenti legislativi con pretese democratiche e libertarie ma, nei fatti, predisposti a tutela esclusivamente maschile.

Non solo. A partire da Seneca Falls e attraverso tutte le convenzioni che ne seguono, i movimenti per i diritti, e quelli femministi e suffragisti in particolare, registrano un’ampia stratificazione di posizioni e, di conseguenza, una dispersione di forze e un rallentamento dei tempi nel conseguimento di alcuni traguardi legislativi a tutela della parità, dovuti sia, ancora una volta come accade in Europa, a obiettivi diversi che le varie anime dei movimenti si prefiggono, sia, come invece accade in Africa, alla presenza sul territorio statunitense dei neri della diaspora, anch’essi considerati “eccezione” dal diritto positivo del giovane stato nordamericano.
Stanton, solo per fare qualche esempio, non manca di criticare le posizioni di Lucy Stone, prima donna del Massachusetts a conseguire una laurea e tra le leader della National American Woman Suffrage Association (Nawsa), costituitasi nel 1869: mentre Stone è convinta che la battaglia per il riconoscimento del suffragio sia l’unico mezzo per tenere insieme i diversi orientamenti del movimento femminista, Stanton controbatte asserendo che il diritto di voto non può essere l’unico scopo dell’impegno femminile in materia di diritti in quanto le donne vivono una condizione di schiavitù molto più ampia che tira in ballo il contesto sociale e religioso nel quale esse vivono.
Susan Brownell Anthony, d’altro canto, donna dalla mentalità progressista, nella sua battaglia per l’uguaglianza dei diritti, come dimostrano, poi, le sue dichiarazioni del maggio 1859, include tutti, donne e Africani dell’Atlantico Nero; a Seneca Falls, firma la Dichiarazione dei Sentimenti di Elizabeth Cady Stanton di cui rimarrà per sempre amica, tuttavia, proprio Stanton, abolizionista fino al dilagare della Guerra civile americana, si rifiuta, conclusosi il conflitto, di approvare il Quattordicesimo e il Quindicesimo Emendamento della Costituzione, che assicurano agli uomini afroamericani il diritto di voto e, più in generale, una loro maggiore tutela giuridica. La motivazione che adduce al suo diniego è semplice e risponde al principio del “o tutti o nessuno”: il diritto di voto, così come tutti gli altri, deve essere accordato contemporaneamente agli afroamericani e alle donne, bianche e nere.

Nella consapevolezza dell’impossibilità di esaurire un tema così ampio, per una causa che coinvolge tantissime personalità di rilievo della storia contemporanea statunitense e riconoscendo ad alcuni stati, come il Nebraska, lo status di pionieri nella lotta per il riconoscimento dei diritti di tutte le “minoranze”, numericamente tali all’interno della popolazione americana o socialmente create, una specie di summa delle questioni affrontate dalle femministe d’oltreoceano fra Otto e Novecento può essere rappresentato dalle idee e dall’operato di Sarah Moore Grimkée della sorella minore Angelina Emily. Nate entrambe a Charleston, nella Carolina del Sud, e appartenenti a una ricca famiglia di coltivatori, Sarah e Angelina sono fin da bambine consapevoli del fatto che, rispetto agli schiavi sfruttati nelle piantagioni di famiglia, godono di indiscussi privilegi in quanto bianche, ma sanno ugualmente di essere svantaggiate rispetto ai loro fratelli, soprattutto in materia di istruzione, in quanto donne. A Sarah, in particolare, alla quale viene pure riconosciuta una straordinaria intelligenza da parte della famiglia, è negata ogni possibilità di accesso all’istruzione classica, perché donna. Entrambe, tuttavia, seguono privatamente i fratelli nella progressione dei loro studi apprendendo contenuti preziosi per il loro futuro di attiviste e Sarah, che fin da bambina ha sognato di diventare una grande avvocata, di nascosto approfondisce gli studi di Legge. Quando le due sorelle lasciano definitivamente la Carolina del Sud per viaggiare negli Stati del New England — Sarah si è già allontanata per un periodo in Pennsylvania — sono due convinte attiviste abolizioniste che raccontano l’esperienza della schiavitù dei neri in presa diretta, perché ne sono state loro stesse testimoni e ne denunciano l’abominio. La loro voce, ben presto, non si leva solo contro la schiavitù e a favore dei pieni diritti dei neri d’America, ma anche di quelli delle donne e, primo fra tutti, quello di essere elettrici attive e passive del giovane stato nordamericano. Scrive Sarah: «L’intelletto non ha sesso; […] la forza d’animo non ha sesso; e […] le nostre opinioni sui doveri degli uomini e sui doveri delle donne, sulla sfera maschile e sulla sfera femminile, sono mere opinioni arbitrarie, diverse a seconda delle epoche e dei Paesi, e dipendenti unicamente dalla volontà e dal giudizio di mortali erranti». Sarah che, dunque, riconosce l’assoluta soggettività del diritto positivo, a seconda delle civiltà di cui è espressione, afferma inoltre: «Non so nulla dei diritti dell’uomo, né dei diritti della donna; riconosco solo i diritti umani». In tal senso, le sue parole esprimono un’esigenza riformista che va oltre la questione femminile e che parla alle coscienze degli americani della seconda metà del XIX secolo, puntando sulla più vasta categoria dei diritti umani appunto. Ciononostante, quando il 18 agosto 1920, entra in vigore il XIX Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, con il quale viene di fatto riconosciuto il diritto di voto alle donne dello stato (la certificazione dell’adozione risale al 26 agosto successivo), tale diritto riguarda solo le donne americane bianche. La definitiva tutela contro le discriminazioni etniche in materia elettorale sarà sancita invece nel 1965, con l’approvazione del Voting Rights Act volto a garantire il rispetto dei diritti di voto garantiti dal Quattordicesimo e Quindicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.


Pur accogliendo di buon grado la parzialità del risultato ottenuto nell’agosto del 1920, se è vero che la giurisprudenza statunitense in materia elettorale ha un passo meno lento di quella messicana, che accorda il diritto di voto alle donne dello stato solo nel 1953, per espresso volere dell’allora presidente Adolfo Ruiz Cortines, è altrettanto vero che gli Stati Uniti non segnano il primato nordamericano in materia. È il Canada lo stato cui spetta tale riconoscimento: nel 1916, infatti, in tre province canadesi — Manitoba, Alberta e Saskatchewan — viene riconosciuto alle donne il diritto di votare alle elezioni provinciali. A livello federale, invece, tale diritto viene riconosciuto due anni più tardi, il 24 maggio 1918, quando tutte le donne dello stato con almeno 21 anni hanno potuto esprimere il loro voto. Si chiamano Nellie McClung, Emily Murphy,Louise McKinney, Irene Parlby e Henrietta Muir Edwards le cinque donne dell’Alberta, rappresentate nel complesso bronzeo, eretto a Ottawa nel 2000, noto come i Cinque famosi. Cinque statue di donne, una accanto all’altra, che immortalano la fierezza e la determinazione delle cinque suffragiste canadesi le quali si sono battute per i diritti delle donne, prima di tutto, in quanto “persone”.
In copertina: Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony.
***
Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
attivista proveniente da una famiglia quacchera di orientamento liberale del Massachusetts, si chiede in base a quale luogo della Dichiarazione d’Indipendenza del luglio 1776, «l’uomo sassone trae il suo potere di privare tutte le donne e i negri dei loro inalienabili diritti». Tale interrogativo prefigura lo svolgersi di un percorso storico statunitense in materia di riconoscimento dei pieni diritti politici e civili delle donne, in parte, parallelo a quello europeo, in parte, in linea con quanto accaduto nel continente africano dove i diritti dei bianchi sono stati individuati e tutelati, quasi in ogni circostanza, prima di quelli delle popolazioni indigene.
Sebbene, di fatto, in nessun luogo della Dichiarazione d’Indipendenza delle colonie americane dalla madrepatria vi fosse un esplicito invito a discriminare le donne in materia di diritti e a escluderle dall’esercizio del voto – diritto che suggella, in qualche modo, il riconoscimento per eccellenza della piena cittadinanza e della partecipazione effettiva alla vita politica e sociale di una comunità — il 19 e 20 luglio 1848, a Seneca Falls, nello stato di New York, le donne statunitensi sentono l’urgenza di riunirsi per discutere e avanzare proposte circa il riconoscimento dei loro diritti e, più in generale, del loro ruolo nella società americana. Propugnata da un gruppo di donne quacchere e da Elizabeth Cady Stanton, autrice della Dichiarazione dei diritti e dei sentimenti — un documento modellato sulla Dichiarazione d’Indipendenza e considerato l’atto fondativo del movimento suffragista americano — la Convenzione di Seneca Falls, rivela, purtroppo, proprio come accaduto in Europa, l’esistenza di un’America dei diritti a due velocità — quella dei diritti degli uomini e quella dei diritti delle donne, costrette a speronare avanzamenti legislativi con pretese democratiche e libertarie ma, nei fatti, predisposti a tutela esclusivamente maschile.

Non solo. A partire da Seneca Falls e attraverso tutte le convenzioni che ne seguono, i movimenti per i diritti, e quelli femministi e suffragisti in particolare, registrano un’ampia stratificazione di posizioni e, di conseguenza, una dispersione di forze e un rallentamento dei tempi nel conseguimento di alcuni traguardi legislativi a tutela della parità, dovuti sia, ancora una volta come accade in Europa, a obiettivi diversi che le varie anime dei movimenti si prefiggono, sia, come invece accade in Africa, alla presenza sul territorio statunitense dei neri della diaspora, anch’essi considerati “eccezione” dal diritto positivo del giovane stato nordamericano.
Stanton, solo per fare qualche esempio, non manca di criticare le posizioni di Lucy Stone, prima donna del Massachusetts a conseguire una laurea e tra le leader della National American Woman Suffrage Association (Nawsa), costituitasi nel 1869: mentre Stone è convinta che la battaglia per il riconoscimento del suffragio sia l’unico mezzo per tenere insieme i diversi orientamenti del movimento femminista, Stanton controbatte asserendo che il diritto di voto non può essere l’unico scopo dell’impegno femminile in materia di diritti in quanto le donne vivono una condizione di schiavitù molto più ampia che tira in ballo il contesto sociale e religioso nel quale esse vivono.
Susan Brownell Anthony, d’altro canto, donna dalla mentalità progressista, nella sua battaglia per l’uguaglianza dei diritti, come dimostrano, poi, le sue dichiarazioni del maggio 1859, include tutti, donne e Africani dell’Atlantico Nero; a Seneca Falls, firma la Dichiarazione dei Sentimenti di Elizabeth Cady Stanton di cui rimarrà per sempre amica, tuttavia, proprio Stanton, abolizionista fino al dilagare della Guerra civile americana, si rifiuta, conclusosi il conflitto, di approvare il Quattordicesimo e il Quindicesimo Emendamento della Costituzione, che assicurano agli uomini afroamericani il diritto di voto e, più in generale, una loro maggiore tutela giuridica. La motivazione che adduce al suo diniego è semplice e risponde al principio del “o tutti o nessuno”: il diritto di voto, così come tutti gli altri, deve essere accordato contemporaneamente agli afroamericani e alle donne, bianche e nere.

Nella consapevolezza dell’impossibilità di esaurire un tema così ampio, per una causa che coinvolge tantissime personalità di rilievo della storia contemporanea statunitense e riconoscendo ad alcuni stati, come il Nebraska, lo status di pionieri nella lotta per il riconoscimento dei diritti di tutte le “minoranze”, numericamente tali all’interno della popolazione americana o socialmente create, una specie di summa delle questioni affrontate dalle femministe d’oltreoceano fra Otto e Novecento può essere rappresentato dalle idee e dall’operato di Sarah Moore Grimkée e della sorella minore Angelina Emily. Nate entrambe a Charleston, nella Carolina del Sud, e appartenenti a una ricca famiglia di coltivatori, Sarah e Angelina sono fin da bambine consapevoli del fatto che, rispetto agli schiavi sfruttati nelle piantagioni di famiglia, godono di indiscussi privilegi in quanto bianche, ma sanno ugualmente di essere svantaggiate rispetto ai loro fratelli, soprattutto in materia di istruzione, in quanto donne. A Sarah, in particolare, alla quale viene pure riconosciuta una straordinaria intelligenza da parte della famiglia, è negata ogni possibilità di accesso all’istruzione classica, perché donna. Entrambe, tuttavia, seguono privatamente i fratelli nella progressione dei loro studi apprendendo contenuti preziosi per il loro futuro di attiviste e Sarah, che fin da bambina ha sognato di diventare una grande avvocata, di nascosto approfondisce gli studi di Legge. Quando le due sorelle lasciano definitivamente la Carolina del Sud per viaggiare negli Stati del New England — Sarah si è già allontanata per un periodo in Pennsylvania — sono due convinte attiviste abolizioniste che raccontano l’esperienza della schiavitù dei neri in presa diretta, perché ne sono state loro stesse testimoni e ne denunciano l’abominio. La loro voce, ben presto, non si leva solo contro la schiavitù e a favore dei pieni diritti dei neri d’America, ma anche di quelli delle donne e, primo fra tutti, quello di essere elettrici attive e passive del giovane stato nordamericano. Scrive Sarah: «L’intelletto non ha sesso; […] la forza d’animo non ha sesso; e […] le nostre opinioni sui doveri degli uomini e sui doveri delle donne, sulla sfera maschile e sulla sfera femminile, sono mere opinioni arbitrarie, diverse a seconda delle epoche e dei Paesi, e dipendenti unicamente dalla volontà e dal giudizio di mortali erranti». Sarah che, dunque, riconosce l’assoluta soggettività del diritto positivo, a seconda delle civiltà di cui è espressione, afferma inoltre: «Non so nulla dei diritti dell’uomo, né dei diritti della donna; riconosco solo i diritti umani». In tal senso, le sue parole esprimono un’esigenza riformista che va oltre la questione femminile e che parla alle coscienze degli americani della seconda metà del XIX secolo, puntando sulla più vasta categoria dei diritti umani appunto. Ciononostante, quando il 18 agosto 1920, entra in vigore il XIX Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, con il quale viene di fatto riconosciuto il diritto di voto alle donne dello stato (la certificazione dell’adozione risale al 26 agosto successivo), tale diritto riguarda solo le donne americane bianche. La definitiva tutela contro le discriminazioni etniche in materia elettorale sarà sancita invece nel 1965, con l’approvazione del Voting Rights Act volto a garantire il rispetto dei diritti di voto garantiti dal Quattordicesimo e Quindicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.


Pur accogliendo di buon grado la parzialità del risultato ottenuto nell’agosto del 1920, se è vero che la giurisprudenza statunitense in materia elettorale ha un passo meno lento di quella messicana, che accorda il diritto di voto alle donne dello stato solo nel 1953, per espresso volere dell’allora presidente Adolfo Ruiz Cortines, è altrettanto vero che gli Stati Uniti non segnano il primato nordamericano in materia. È il Canada lo stato cui spetta tale riconoscimento: nel 1916, infatti, in tre province canadesi — Manitoba, Alberta e Saskatchewan — viene riconosciuto alle donne il diritto di votare alle elezioni provinciali. A livello federale, invece, tale diritto viene riconosciuto due anni più tardi, il 24 maggio 1918, quando tutte le donne dello stato con almeno 21 anni hanno potuto esprimere il loro voto. Si chiamano Nellie McClung, Emily Murphy, Louise McKinney, Irene Parlby e Henrietta Muir Edwards le cinque donne dell’Alberta, rappresentate nel complesso bronzeo, eretto a Ottawa nel 2000, noto come i Cinque famosi. Cinque statue di donne, una accanto all’altra, che immortalano la fierezza e la determinazione delle cinque suffragiste canadesi le quali si sono battute per i diritti delle donne, prima di tutto, in quanto “persone”.
In copertina: Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony.
***
Articolo di Sara Carbone

Laureata in Storia e dottoranda presso l’Università degli Studi Roma Tre, è docente di Discipline letterarie. Traduttrice e mediatrice linguistica, è Consigliera dell’Associazione di Storia Contemporanea di Senigallia e componente del Centro studi sul Teatro napoletano, meridionale ed europeo di Napoli. Collabora a diverse riviste, quali Il materiale contemporaneo; è autrice di saggi sul fenomeno migratorio.
