Fu Pietro Verri a definirla «Contemptrix Cloelia sexus» (Clelia sprezzante del proprio sesso), perché lei dei limiti imposti dal suo essere donna se ne infischiava: per tutta la vita mai rinunciò alla sua indipendenza culturale e politica, riuscendo a imporsi nel panorama intellettuale milanese del Settecento, per poi essere quasi dimenticata per più di due secoli, fino ai giorni nostri.
Clelia del Grillo nacque a Genova nei primi mesi del 1684, in una nobile famiglia che vantava parentele in molte illustri casate d’Europa. Suo padre era Marcantonio, duca di Mondragone e marchese di Clarafuente, e sua madre Maria Antonia dei marchesi Imperiali. Era la quarta di sette tra fratelli e sorelle. Si trattava di una dinastia molto ricca, dedita ai commerci, che possedeva diversi feudi in Spagna e che alla Corona iberica era particolarmente legata. Per curare questi interessi e per onorare gli obblighi legati alle importanti cariche ottenute presso la Corte spagnola, gli uomini risiedevano all’estero per la maggior parte dell’anno, mentre le donne si dedicavano alla cura del patrimonio familiare a Genova, godendo di un grado di autonomia inconsueto a quell’epoca.
Non abbiamo molte notizie sulla sua formazione di base. Come a quel tempo era consuetudine per le fanciulle dell’aristocrazia, la sua educazione iniziò a casa a opera della madre e di istitutori privati, per poi continuare all’interno del monastero della Misericordia. Fu cresciuta in un ambiente stimolante e cosmopolita; troviamo infatti molte testimonianze del fatto che già a vent’anni le si attribuiva un’ottima cultura, anche dal punto di vista scientifico. Fra le sorelle era quella che più si appassionava allo studio, tanto che in famiglia era soprannominata “l’oracolo” perché aveva sempre una risposta pronta su tutte le questioni.

Nel 1707 Clelia andò sposa al conte Giovanni Benedetto Borromeo Arese, un nobile milanese, dopo due anni di serrate trattative causate dalle perplessità del padre di lui, il conte Carlo IV. Questi contrastava l’unione a causa della fama di eccessiva autonomia di azione e di pensiero, e di una certa eccentricità di cui godevano sia lei che le sue sorelle. Fra le altre cose, tale fama era alimentata dal recente scandalo provocato da una di loro, Nicoletta Grillo, che aveva abbandonato il tetto coniugale dopo un breve e infelice matrimonio con Alberico Cybo-Malaspina, duca di Massa: «…mi spiacerebbe che ci fosse pericolo di umore gagliardo, e di certa qualità di spirito», scriveva in una lettera Paola Beatrice Odescalchi, zia del futuro sposo.
Alla fine il matrimonio fu celebrato l’8 marzo 1707 nell’oratorio al Piastrello in Badile, ma il suocero continuò sempre a manifestare una certa ostilità nei suoi confronti. Fu comunque un’unione fortunata: fra Clelia e Benedetto si stabilì un rapporto di grande sintonia. Fra i due era lei ad avere il carattere più forte e il marito le affidò gran parte della conduzione degli affari di famiglia. La coppia ebbe otto figli e, subito dopo le nozze, la contessa andò a vivere a Milano in un palazzo di proprietà dei Borromeo. Qui fondò un salotto culturale e scientifico con l’intento di accogliere i maggiori eruditi della città, assumendo il ruolo di protettrice e sostenitrice delle arti e delle scienze. Non era soltanto nobile e ricca, era anche una grande erudita: si intendeva di filosofia, teologia, matematica e possedeva una vera e propria passione per le scienze naturali. Inoltre conosceva alla perfezione latino, greco e arabo, oltre a parlare correntemente le principali lingue europee.
La forte personalità, le continue trasgressioni delle convenzioni sociali e la passione per le scienze le procurarono molti nemici, a cominciare dal suocero, col quale era in contrasto anche per motivi politici: lui era un convinto sostenitore degli Asburgo, mentre lei restava fedele alla Spagna, in un momento in cui Milano era al centro delle contese tra le diverse potenze europee coinvolte nella guerra di successione spagnola. Del resto lei non faceva nulla per evitare lo scontro, assumendo atteggiamenti veramente audaci per la mentalità del tempo: la sua casa era aperta a scienziati e intellettuali, che riceveva a ogni ora del giorno e della notte. In una nota rinvenuta nell’archivio di casa Borromeo, il conte lamenta che Clelia si dedica alla «…conversazione nel suo quarto, alla quale admette forestieri non conosciuti, ministri sospetti, e altri difidenti dell’Augustissima Casa d’Austria».
A questo si aggiunsero ben presto contrasti anche sull’educazione dei nipoti: il vecchio conte insisteva per un’istruzione basata sui suoi rigidi principi religiosi e morali, esigendo che le femmine fossero educate in convento, mentre Clelia desiderava per tutti e tutte un percorso più aperto e una maggiore libertà di pensiero. A esempio del comportamento quasi provocatorio della nobildonna c’è un episodio che viene spesso ricordato: Antonio Vallisneri, un famoso medico e naturalista padovano, racconta di quando fu svegliato alle due di notte dalla contessa Borromeo, che si trovava a passare in carrozza nei pressi di casa sua e desiderava conoscerlo; lui cortesemente la ricevette in veste da camera e berretto da notte. Ne nacque una profonda amicizia, basata sul comune interesse per l’anatomia, la filosofia e la mineralogia. Lo scienziato la definiva «la più Letterata Donna del Secolo» e a lei, nel 1721, dedicò la sua opera De’ corpi marini che sui monti si trovano, in cui, basandosi su osservazioni dirette, spiegava l’origine dei fossili marini rinvenuti in alta quota.

Nel salotto della contessa non ci si limitava a discutere teoricamente di ogni argomento, ma venivano spesso eseguiti veri e propri esperimenti scientifici, e non di rado capitava che fosse lei stessa a tenere delle lezioni. Il matematico Guido Grandi, nel suo trattato Flores geometrici, le dedicò le “clelie”, famiglie di curve geometriche la cui forma ricorda quella di un fiore. Inoltre in quel circolo non mancavano argomenti di conversazione scabrosi per l’epoca, come il concepimento e lo sviluppo del feto.
Insieme, lei e Vallisneri tentarono di fondare l’Accademia Clelia de’ Vigilanti, che avrebbe dovuto portare avanti un’attività di scienza sperimentale; questo progetto, tuttavia, non riuscì a decollare perché non ottenne mai l’approvazione della Corte di Vienna. Del resto i rapporti con gli Asburgo, e in particolare con Maria Teresa d’Austria, furono sempre piuttosto tesi, fin da quando, nel 1722, vi fu fra lei e l’amministrazione un vero e proprio incidente diplomatico: durante la consueta passeggiata in carrozza sui bastioni, Clelia si rifiutò di porgere il saluto alla moglie del governatore austriaco a Milano, Girolamo di Colloredo, intimando bruscamente al cocchiere di proseguire senza fermarsi. Subito Carlo Borromeo si scusò per il comportamento della nuora, promettendo che la contessa avrebbe fatto lo stesso. Con grande difficoltà la convinse a mandare sì le sue scuse, ma non a recarsi a corte a porgerle di persona.
Nel 1744, alla morte del marito Giovanni Benedetto, ereditò tutto il patrimonio insieme ai tre figli maschi. Si trattò di una grande manifestazione di affetto e di stima nei suoi confronti, perché non era prassi comune, a quel tempo, che la moglie ereditasse personalmente i beni del coniuge defunto.
L’anno successivo, nel 1745, Milano fu occupata per qualche mese da Filippo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, al quale Clelia manifestò subito tutto il suo appoggio. Non appena gli austriaci ripresero la città, la contessa fu messa sotto accusa e dovette rifugiarsi a Bergamo, dove ebbe inizio un lungo esilio: fu privata di tutti i suoi beni e fu impedito persino ai suoi figli di inviarle denaro. Nel 1747 l’imperatrice Maria Teresa le ordinò di raggiungere Gorizia, città dell’impero, ma lei si rifiutò di ubbidire per ben due anni, al termine dei quali dovette cedere: si recò in Friuli e chiese il reintegro dei suoi possedimenti. Fu un vero e proprio atto di sottomissione da parte sua e a questo punto Maria Teresa, soddisfatta, la riabilitò.

Il ritorno a Milano, dopo altri quattro anni trascorsi a Venezia, fu trionfale: fu accolta in città da un popolo festante che vedeva in lei un’oppositrice degli Asburgo, e fu coniata una medaglia commemorativa con la sua effigie. Tuttavia Clelia riaprì il suo salotto, ma non fu mai più come prima: una serie di lutti familiari e i problemi di salute legati all’età la costringevano a una vita più ritirata. Morì il 23 agosto 1777 a Sedriano, alla veneranda età di 93 anni, e fu sepolta nella collegiata di Santa Maria Podone.
La contessa Borromeo, che con il suo salotto animò e diede grande impulso alla cultura scientifica milanese di tutto il Settecento, dopo la sua morte fu quasi dimenticata, fino ai giorni nostri. Solo recentemente la sua fama è stata riportata alla luce: nel 2007 si è svolto a Cesano Maderno un convegno su Clelia Grillo Borromeo Arese. Un salotto letterario settecentesco tra arte, scienza e politica, che ha ricordato questa figura di donna colta, appassionata e complessa. A lei è stata intitolata una piccola strada, proprio nel cuore di Milano.
Per saperne di più:
– Generali, D., Spiriti, A., Facchin, L. (a cura di), Clelia Grillo Borromeo Arese. Un salotto letterario settecentesco tra arte, scienza e politica, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2011.
– Bardazza Serralunga, A. M., Clelia Grillo Borromeo Arese. Vicende private e pubbliche virtù di una celebre nobildonna nell’Italia del Settecento, Biella, Eventi & Progetti Editore, 2005.
– Buratti Mazzotta, A., Clelia Grillo Borromeo Arese, “une femme savante” del Settecento milanese nelle carte dell’archivio di famiglia, Lecco, Cattaneo Editore, 2020.
– https://www.treccani.it/enciclopedia/clelia-grillo_(Dizionario-Biografico)/ in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 59, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002.
– https://scienzaa2voci.unibo.it/biografie/56-grillo-borromeo-arese-clelia in Dizionario delle donne scienziate in Italia dal Settecento al Novecento.
In copertina: targa a Clelia del Grillo Borromeo, in Impagine, di Nadia Boaretto.
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Articolo di Maria Grazia Vitale

Laureata in fisica, ha insegnato per oltre trent’anni nelle scuole superiori. Dal 2015 è dirigente scolastica. Dal 2008 è iscritta all’Associazione per l’Insegnamento della Fisica (AIF) e componente del gruppo di Storia della Fisica. Particolarmente interessata alla promozione della cultura scientifica, ritiene importanti le metodologie della didattica laboratoriale e del “problem solving” nell’insegnamento della fisica.
