Un uovo di oca

Ci scrive Ilaria, quarta primaria di una scuola di campagna: «Il giorno più bello della mia vita a scuola è stato quando la maestra mi ha chiesto di portare in classe un uovo di oca. Mio nonno Gianni ha un pollaio con tanti animali e la maestra, che è del suo stesso paese, lo conosce bene. Così ho portato in classe due uova di oca che mi ha dato il nonno. Erano bianche e grandi, come il doppio o anche di più di quelle delle galline. La maestra Elisabetta ci ha fatto una sorpresa e ha tirato fuori dalla sua macchina una piccola scatola di vetro. Noi pensavamo che fosse un acquario, invece ci ha spiegato che era una specie di culla per le uova. La lampadina si scalda, così le uova stanno al caldo ed è come se fossero sotto la pancia della mamma-oca. La maestra ci ha spiegato che si chiama incubatrice e che anche negli ospedali ci sono per tenere al caldo le bambine o i bambini che magari nascono troppo presto. Abbiamo cercato con Google quanto tempo ci vuole per far nascere un anatroccolo e abbiamo scoperto che servono quattro settimane. Allora abbiamo iniziato a segnare i giorni sul calendario e a guardare con Google come si formano le varie parti dell’anatroccolo dentro il guscio. Eravamo tutti contenti di andare a scuola, perché avevamo tante cose da scoprire ed eravamo curiose di vedere la nascita in diretta. Sul pulmino parlavamo solo di quello, speravamo che non nascessero di notte, se no non li avremmo visti. Ma poi è arrivato il giorno più brutto dell’anno. Per me e per tutti i miei compagni e compagne.

Una mattina il Preside è entrato in classe e ha chiamato la maestra fuori dall’aula. Quando è rientrata, ci ha detto che doveva portare a casa l’incubatrice con le uova, perché in classe era vietato tenerle. Per la pulizia e le malattie. Io, Alessia e Giulio ci siamo messi a piangere, ma la maestra ci ha detto di non preoccuparci, che ci avrebbe fatto lei il video della nascita, perché l’incubatrice era sua e se la portava a casa. Dal giorno dopo, per me è stato come un vuoto, come se dentro la classe mancasse qualcosa. Ogni volta che entravo, guardavo subito sullo scaffale, ma al posto delle uova c’erano i contenitori dei pennarelli.
La maestra ci ha fatto poi vedere davvero in classe, sulla Lim, la nascita dei nostri due anatroccoli. È stato bello, ma non mi sono emozionata tanto. Sono sicura che mi sarebbe venuto da gridare di gioia se le uova si fossero rotte davanti ai miei occhi e non così lontano. Da grande non voglio fare la Preside, perché vuol dire far piangere le bambine e i bambini e dire sempre di no a tutto. Abbiamo chiamato i due anatroccoli Roblox e Sushi e la maestra li ha dati a mio nonno, così possono crescere insieme alle altre oche e ai pulcini. I miei compagni mi hanno già chiesto di poter venire qualche volta a vederli e questo mi fa sentire un po’ speciale (…)».

Non c’è molto da dire a commento di questo bellissimo racconto. Mi ha fatto venire in mente la mia scuola elementare, che, come quella di Ilaria, si trovava in campagna. Parliamo di quarant’anni fa. Una volta l’anno, nel mese di novembre, nei campi dietro l’edificio arrivavano le pecore dalla bergamasca. Migliaia di zampe, belati, ciuffi di lana riempivano gli appezzamenti dove, fino a un paio di mesi prima, era cresciuta “la melga” (granturco in dialetto locale), riportando la vita, dopo quella breve pausa che seguiva sempre la stagione dei raccolti. Allora noi bambini/e ci incollavamo coi nasi alle finestre, fino a quando le maestre ce la davano vinta e ci portavano a vedere le pecore. Tutte/i in fila, eccitati come esploratori nel bel mezzo di un’avventura, percorrevamo le poche centinaia di metri che ci separavano da quella candida e belante meraviglia, tra stradine di campagna costeggiate da rogge, dove i gelsi crescevano che era una bellezza, senza quasi bisogno di cure. Allora era festa grande: i pastori ci accoglievano con un sorriso, ci spiegavano quante erano le pecore, quanta strada avevano fatto per arrivare, come fosse stato difficile nei giorni di pioggia e ci facevano sempre vedere gli agnelli sistemati nelle sacche degli asini, al calduccio, perché erano ancora troppo piccoli per stare al passo col gregge. Noi ci aggiravamo tra le pecore sgranando gli occhi, allungando di tanto in tanto una manina furtiva, per sentire la sensazione di calda morbidezza delle dita avvolte dai riccioli di lana. Le maestre non ci perdevano di vista un secondo, ma ci lasciavano fare. Allora la scuola era fatta anche di esperienze, non solo di parole. Io ho imparato a scrivere, perché la maestra di italiano ci ha fatto portare in classe una tartaruga di terra e due lumache. Le prime due frasi che la mia mano ha tracciato sul foglio sono state La tartaruga ha fatto la pipì in classe e Le lumache mangiano l’insalata senza fretta. Sono passati quarant’anni, ma di quelle frasi e di quei momenti conservo un ricordo nitido, che quando riaffiora mi scalda ancora.

Nel racconto di Ilaria ho trovato le stesse emozioni della bambina che sono stata, quella curiosità stupita davanti alla bella idea della maestra Elisabetta, l’entusiasmo di poter imparare facendo, il desiderio di condividere con i compagni un’avventura speciale. Oggi, poi, con Google e via dicendo, si possono raccogliere informazioni in tempi talmente brevi, che arricchire un’esperienza didattica di nuove informazioni e stimoli diventa davvero facile. A patto che si sia abbastanza creativi da trovare quei ponti che uniscono la vita alle nozioni, l’esperienza concreta e diretta a quelle informazioni che possono aiutarci ad allargare lo sguardo.
La maestra Elisabetta, a quanto ci dice Ilaria, è quel tipo di insegnante. Conosce i suoi alunni e le sue alunne, sa come attirare la loro attenzione, sa agganciare le scienze con la vita quotidiana, sa utilizzare gli strumenti informatici al servizio del sapere e del fare, sa portare la vita dentro un’aula di scuola. E il Preside la richiama subito all’ordine, perché ci sono le normative, la sicurezza, le regole ecc. Ma, mi chiedo, le regole servono per migliorare i contesti o solo per renderli controllabili in ogni loro aspetto (il che significa certamente abbattere i rischi, ma anche limitare le libertà personali)? I rischi che si possono nascondere dietro a un’incubatrice e due uova in classe sono davvero tali da negare ai bambini un’esperienza tanto educativa e coinvolgente? Educare è un atto che comporta sempre da parte della persona adulta l’assunzione di una certa dose di rischio. Sempre. Se non lo fa, per me non è vera educazione, ma controllo. E il controllo, a sua volta, diventa una forma di esercizio del potere, che nulla ha a che fare con la zona di sviluppo prossimale, con lo spazio della crescita, dove la libertà altrui si mette alla prova e tenta di raggiungere nuovi obiettivi. Se mia figlia o mio figlio non può mai uscire da solo, come imparerà a cavarsela in contesti non iperprotetti? Certo, ci sono età e strategie adeguate o meno («vai pure con i tuoi amici, ma devo sapere dove sei e a che ora intendi tornare»), ma che la famosa campana di vetro sia del tutto inadeguata alla crescita sana e responsabile dei nostri bambini e delle nostre ragazze è ormai una certezza. Controllare, eliminare i pericoli, rendere le salite più simili a discese — sul modello di quelli che Luigi Ballerini definisce “genitori elicottero” o “genitori spazzaneve” — non aiuta a crescere. Anzi, direi piuttosto che aumenta le dis-abilità, non sprona a raggiungere quella autonomia necessaria alla sopravvivenza, non sviluppa competenze, né resilienza, condannando i nostri e le nostre ragazze a rimanere eternamente bambine.
Probabilmente questo Preside ha pensato più alle possibili lamentele dei genitori che al valore educativo della proposta della maestra Elisabetta, che a mio avviso è evidente. Col risultato che Ilaria (e chissà quanti altri compagni e compagne della sua scuola) pensa che fare la Preside significhi solo dire di no.

Per fortuna, cara Ilaria, non è così: l’Italia è piena di Presidi che sanno vedere lontano e dicono di sì a tanti bei progetti, come quello che ci hai raccontato tu. Forse, semplicemente, il vostro Dirigente, da bambino, non ha mai avuto una maestra brava come la tua e quindi non ha mai potuto imparare la lezione. 

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Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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