La Repubblica romana non ebbe vita facile ai suoi esordi, perché gli Etruschi non si rassegnarono facilmente a perdere l’influenza che avevano esercitato su Roma attraverso i Tarquini. Per riprendersela, il re etrusco Porsenna la cinse d’assedio. Ed è in questa occasione che la tradizione colloca intorno al 507 a.C., due anni dopo il sacrificio di Lucrezia, che si verificarono due esempi di eroismo famosissimi, uno attribuito a Muzio, detto poi Scevola, e l’altro a Clelia. È Livio a mettere in relazione i due fatti, ma facendolo sminuisce in un certo senso il valore del gesto della ragazza, attribuendolo al desiderio delle ricompense che la città aveva assegnato all’eroe. Infatti, per ricompensare il coraggio di Caio Muzio che, non essendo riuscito a portare a termine il suo proposito di uccidere Porsenna, si era punito bruciando la mano che aveva fallito «i senatori gli donarono un terreno al di là del Tevere […] Vedendo che si tributavano onori al coraggio, anche le donne si sentirono incitate a compiere atti d’eroismo per la patria e Clelia, una delle fanciulle date in ostaggio [a Porsenna in base agli accordi di pace] eluse le sentinelle, passò a nuoto il Tevere tra una pioggia di dardi nemici, guidando la schiera delle fanciulle e le ricondusse in salvo a Roma dai loro parenti», Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, libro II, cap. 13.
Naturalmente il re etrusco chiede la restituzione di Clelia ma, secondo Livio, fa capire che, una volta ottenuta soddisfazione, la restituirà alla sua famiglia. Solo per questo, sottintende lo storico, i Romani accettano di rimandarla indietro. E Porsenna, ammirato dell’eroismo della ragazza, ma anche della lealtà dei nemici, consente addirittura a Clelia di portare con sé la metà degli ostaggi: lei sceglie i più giovani, garanzia della crescita della città. E «i Romani premiarono quell’atto di coraggio, nuovo in una donna, con un inusuale genere d’onore, una statua equestre: in cima alla via Sacra fu posta una statua che rappresentava una ragazza a cavallo».
Anche uno degli annalisti, Aurelio Vittore, racconta la leggenda di Clelia, ma con una variante interessante: Clelia si sarebbe limitata a organizzare la fuga delle altre ragazze, facendole nuotare per attraversare il Tevere confuse tra i cavalli degli Etruschi: lei stessa, una volta assicuratasi, rimanendo di vedetta sulla sponda del fiume, che erano arrivate sane e salve dall’altra parte, sarebbe tornata volontariamente tra gli altri ostaggi.
Quanto alla statua di una ragazza a cavallo che i Romani in età augustea potevano ancora vedere sulla via Sacra, oggi si propende a credere che rappresentasse una Venere equestre, cui era dato l’attributo di Cloacina o Cluilia: da qui forse la storia e il nome stesso di Cloelia. In ogni caso Clelia resta un’eccezione, perché si comporta come un uomo.
Più in linea con il ruolo attribuito tradizionalmente alle donne è l’episodio che vede coinvolte, qualche anno dopo, Veturia e Volumnia, rispettivamente madre e moglie di Gneo Marcio Coriolano. I fatti si collocano in una fase di forti contrasti tra patrizi e plebei che agitarono a lungo la città, dopo la cacciata dei re, l’istituzione della Repubblica e la creazione della nuova magistratura dei tribuni della plebe. Coriolano apparteneva alla fazione più oltranzista del patriziato che osteggiava in ogni modo il riconoscimento dei diritti e dei bisogni materiali della plebe. Secondo Plutarco aveva rischiato di essere precipitato dalla rupe Tarpea come traditore; poi, condannato all’esilio perpetuo, si era vendicato mettendosi a capo dei Volsci che aveva guidato vittoriosamente fino alle porte di Roma. Là, per fermarlo, gli vanno incontro l’anziana madre e la moglie con i due figlioletti in braccio. Ė Veturia a parlare: sottraendosi all’abbraccio del figlio che le è corso incontro gli chiede di sapere, prima di farsi toccare, se si trovi davanti a un nemico o a un figlio e se debba considerarsi prigioniera o madre nel suo accampamento, II, 40.
Gli attentati alla libertas, che la Repubblica nata dalla cacciata dei re vuole sia l’elemento caratterizzante delle nuove istituzioni, continuano a moltiplicarsi anche quando la minaccia del ritorno dei Tarquini sembra definitivamente scongiurata. Tanto che i Romani decidono di affidare a un codice di leggi scritte su dodici tavole di bronzo i principi cui i magistrati eletti devono fare riferimento: per redigere questo primo codice si affidano a un corpus di dieci uomini scelti, che dovrebbero durare in carica solo un anno, il tempo considerato sufficiente per portare a termine il compito affidatogli. Ma allo scadere di quel primo anno, sembra rendersi necessaria una proroga e uno dei decemviri legibus scribundis riesce a farsi rinnovare il mandato. Appio Claudio è il suo nome, un nome che passerà alla storia a ricordare che qualunque magistratura elettiva non è esente dal rischio di trasformarsi in dittatura. E ancora una volta la difesa della libertas passa attraverso il sacrificio cruento di una donna che viene immolata per preservarne la castitas, che è tutt’uno con la libertà, per una donna.
Anche la storia di Virginia è molto nota, ma vale la pena di ricordarne brevemente i passaggi principali. La prima cosa da sottolineare è la sua bellezza. Mentre nulla ci viene detto dell’aspetto fisico di Lucrezia, e sembra che ad accendere la libido di Sesto Tarquinio sia solo il suo atteggiamento operoso e pudico — oltre che il desiderio di rivalsa nei confronti di Collatino che, grazie a lei, aveva vinto la “gara delle mogli” — la vicenda di Virginia nasce proprio dall’incapacità di Appio Claudio, quasi impazzito (alienatus), di dominare la passione suscitata in lui dalla semplice vista della ragazza. Virginia però non si lascia corrompere: chiusa come in un recinto eretto intorno a lei dalla pudicizia (omnia pudore saepta) resiste alle lusinghe del decemviro. La metafora che fa riferimento ai recinti che raggruppavano i cittadini in occasione del voto, è significativa: il pudore assicura che la ragazza stia al suo posto, non esca dai limiti che le sono imposti. Allora Appio Claudio, approfittando dell’assenza del padre di lei Virginio, impegnato a combattere lontano da Roma, convince un suo cliente, Marco Claudio, a rivendicarla come schiava, sostenendo che sarebbe nata da una sua schiava. A nulla serve l’intervento del fidanzato di Virginia, il tribuno Icilio. Il decemviro è anche il giudice cui tocca stabilire la veridicità delle affermazioni di chi la rivendica in schiavitù; in un primo momento fa finta di voler attendere il ritorno di Virginio, detentore della patria potestas, l’unico in grado di stare in giudizio a nome della figlia nubile che, in quanto donna, non ha il diritto di difendersi da sola. Fino a quel momento, decreta, Virginia sarà affidata al suo cliente. Nel frattempo cerca di fare in modo che a Virginio non venga dato il permesso di allontanarsi dal campo di battaglia. Ma il piano non gli riesce. Virginio torna e gli si rivolge sdegnosamente così: «Mia figlia l’ho promessa in sposa non a te, ma a Icilio e l’ho cresciuta per il matrimonio, non per lo stupro. Tu invece ti comporti come le bestie e gli animali selvatici, che si accoppiano senza regole». Poi chiede di potersi appartare per qualche minuto con la figlia, accompagnata da un gruppo di matrone in lacrime, e, portatala nel tempio di Venere Cloacina, la pugnala a morte, affermando: «Ti rendo la libertà, nell’unico modo in cui posso farlo». Sobillato dallo zio e dal fidanzato della ragazza che ne sollevano il corpo esanime e lo mostrano alla folla accorsa, «lamentando la scelleratezza di Appio, la bellezza funesta di Virginia e la necessità che aveva portato il padre a un simile gesto» (Livio, ivi, III, 47, 48), il popolo insorge, pone fine al decemvirato, restaura le magistrature ordinarie e Appio Claudio è costretto a darsela a gambe.
Ė evidente che Virginia è solo un pretesto, la vicenda in cui si trova coinvolta è un affare tra uomini; e si ribadisce ancora una volta il bisogno dei maschi di controllare la discendenza, attraverso la scelta che il padre fa del marito cui dare in mano la figlia femmina. Si tratta di tenere in ordine il mondo, altrimenti si torna allo stato di natura.
A Virginia non è concessa neppure una parola.
Ben diversa, quindi, la sua storia da quella di Lucrezia che invece ha avuto la possibilità di scegliere, di accusare il suo stupratore, di chiedere vendetta e infine di darsi la morte con un’arma virile. Del resto con la morte di Lucrezia si conclude una fase della storia romana, quella della monarchia, che, benché demonizzata dagli storici come un’epoca di illibertà, riconosceva alle donne un ruolo non secondario, un’autorevolezza, e un’intelligenza che potevano usare, nel bene o nel male, per indirizzare la politica degli uomini che detenevano il potere. A partire da Ersilia, ma anche con Tarpea — e senza citare Egeria, se la consideriamo una divinità — e soprattutto con Tanaquilla che assicura il trono sia al marito che al genero, e con Tullia, capace di rinnegare i più sacri legami di sangue per portare sul trono l’uomo da lei scelto.
Come accade in molte epoche storiche, a Roma, durante il periodo repubblicano, al conflitto tra le classi sociali si sovrappone quello tra i generi e ogni mutamento nella condizione delle donne, nella loro libertà di movimento e di parola, sarà associata a momenti cruciali della sua evoluzione.
In copertina: miniatura che illustra la leggenda romana di Clelia, mentre fugge a cavallo attraverso il fiume Tevere per sfuggire al re etrusco Porsenna. L’opera è tratta dal manoscritto Des cleres et nobles femmes di Giovanni Boccaccio, realizzato intorno al 1450. Il manoscritto proviene dalla collezione Spencer della New York Public Library. Opera di pubblico dominio (particolare).
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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
