Dopo aver viaggiato nel tempo tra le pagine e le vite delle scrittrici pugliesi dell’Ottocento negli articoli precedenti (Il secondo Ottocento pugliese. Le scrittrici. Parte prima e Il secondo Ottocento pugliese. Le scrittrici. Parte seconda), il nostro percorso fa un salto in avanti. Restiamo in Puglia ed entriamo nel Novecento. Lo sguardo qui si sposta dalla letteratura pura alla cronaca: andiamo a scoprire le giornaliste pugliesi e il modo in cui hanno raccontato il mondo.
Da pugliese, sento una responsabilità profonda nel rispolverare queste biografie. In questa regione si respira una bellezza complessa, ma anche dei contrasti netti, dove per farsi ascoltare — ieri come oggi — le donne hanno dovuto alzare la voce più di altri, o affilare la penna fino a farla diventare tagliente come la lama di un coltello.
Le protagoniste di questo nuovo capitolo sono andate oltre, hanno sfidato una società radicalmente patriarcale, hanno occupato redazioni fatte di soli uomini, hanno firmato reportage d’inchiesta e raccontato la politica, la cultura e il sociale con una lucidità disarmante. Hanno usato l’inchiostro come uno strumento di emancipazione, non solo personale, ma collettiva. Nelle loro vene scorreva il sangue testardo, risoluto e combattente, erano delle capatosta, come si direbbe qui al Sud: coraggiose e passionali. Mettetevi comode: oggi conosciamo le antenate della notizia. Donne che hanno aperto la strada a tutte noi e che meritano, finalmente, di essere sottratte all’oblio.

Fonte: raccontidalsalento.wordpress.com
Iniziamo il nostro viaggio dal profondo Sud, in Salento, nello specifico a Melendugno, dove incontriamo Rina Durante, scrittrice, giornalista e saggista. Caterina nacque nel 1928 in provincia di Lecce, ma visse la sua infanzia nell’isola albanese di Saseno: suo padre era, infatti, comandante della Marina militare italiana. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la famiglia ritornò in Italia. Conclusi gli studi superiori, frequentò la facoltà di Lettere all’Università di Bari. È durante questi anni che pubblicò la sua prima opera, Il tempo non trascorre invano, una raccolta di poesie, preceduta dalla prefazione dell’intellettuale francese Eugène Bestaux. Laureatasi, decise di intraprendere la carriera dell’insegnamento, entrando in contatto con importanti esponenti della cultura salentina, come Vittorio Bodini, Oreste Macrì, Tommaso e Vittorio Fiore. Si approcciò alla cultura internazionale in occasione della collaborazione con la rivista «Il Critone». Il suo primo romanzo fu La Malapianta, che si aggiudicò il premio “Salento 1965” e in cui descriveva le condizioni del mondo contadino prima e dopo la guerra, completamente disintegrato. Dimostrò sempre una acuta attenzione nei confronti degli oppressi e delle classi più disagiate: si iscrisse al Partito Socialista e fu eletta Consigliera comunale di Melendugno. Negli ultimi anni ’60 si trasferì a Roma, come insegnante di Materie letterarie, avvicinandosi sempre di più ai moti del ’68. Nel 1970 ritornò a Lecce, dopo aver vinto la cattedra nel ruolo di docente presso l’Itis “Enrico Fermi”. Rina Durante tenne, inoltre, alcuni corsi di sceneggiatura presso l’Università del Salento, portando freschezza e innovazione in un sistema didattico e pedagogico oramai fermo da anni. Tra gli anni ’70 e ’80, la scrittrice collaborò per varie testate regionali e nazionali come la «Gazzetta del Mezzogiorno», «l’Unità», il «Corriere del Mezzogiorno» e lavorò anche per la Rai. È qui che realizza, infatti, diversi radiogrammi e programmi culturali di approfondimento sulle radici storico-culturali della sua terra: Sapore di funghi, Il sacco di Otranto, Tarantismo e Glossama.
Non abbandonò mai il teatro: pubblicò la commedia Ballata salentina e, per il cinema, scrisse la sceneggiatura di Tramontana e La sposa di San Paolo diretto da Gabriella Rosaleva. Dal tarantismo alla cultura gastronomica, Rina Durante non smise di parlare del Salento.
Dopo una lunga malattia, morì a Lecce nel 2004. A lei sono state intitolate molte strade e piazze pugliesi.
Risaliamo ad Altamura: qui Antonietta Centonze nacque nel 1901. Trascorsa la sua giovinezza nella città di Bari e, successivamente, in Belgio, a Liegi, conobbe Riccardo Draghi, con cui si trasferì a Milano. La città lombarda fu una vera e propria occasione per lei, dal momento che riuscì a dedicarsi a 360 gradi al suo indiscutibile talento di scrittrice. Fu l’editore Leo Longanesi a pubblicare i suoi primi libri, in seguito a un periodo da apprendistato svolto da Antonietta Centonze come giornalista presso Rizzoli e Zavattini. Longanesi le affidò una rubrica di brevi biografie sulla rivista «Omnibus». Oggi viene ricordata come una delle giornaliste più attive dal 1930 fino al dopoguerra: pubblicò, infatti, numerosi articoli su quotidiani e settimanali, come «Historia», «Tempo illustrato», «Il Borghese», «Il Mattino», «Oggi», «Il Giornale d’Italia», «il Giornale» di Montanelli. Scrisse diverse opere, come I furiosi amori dell’Ottocento (1946, Longanesi), L’uomo che liberò gli schiavi: Vita di Abramo Lincoln (1951, Ed. Atlante), Matrimoni sbagliati (1957, Longanesi), Donne e amori del Risorgimento (1960, A. Palazzi), Dizionario delle italiane per bene e per male (1983, La Tartaruga).
Scomparve la notte del 19 aprile 1992. Altamura le ha dedicato una via.
È a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, che nacque e visse i primi anni d’infanzia Biagia Masulli, meglio conosciuta con il suo usuale pseudonimo, Biagia Marniti. Nel 1922, si spostò con la sua famiglia a Bari e, in seguito, a Roma per dare a Biagia l’opportunità di frequentare la Facoltà di Lettere. Iniziò così un periodo particolarmente produttivo dal punto di vista poetico, anche grazie al mondo culturale romano in cui era immersa. Si dice che uno dei suoi luoghi prediletti fosse la sala da thé Babingtons, dove solitamente si radunavano noti/e intellettuali e persone di cultura. Pubblicò, infatti, le sue prime poesie sulla rivista «Quadrivio», scegliendo una nuova firma che richiamasse la sua identità pugliese: trova «Marniti la cui liquida vibrante ben si accompagna alla labiale e alla palatale di Biagia, nome di battesimo che mi piacque conservare perché insolito in una donna». Nel 1943, la poeta si iscrisse a un corso di perfezionamento in Letteratura moderna e contemporanea tenuto da Giuseppe Ungaretti.
Tre anni dopo fu pubblicata la rivista «Fiera Letteraria», dove conobbe personalità di spicco, come Luciano Luisi, Luigi Diemoz e Bruno Barilli. Collaborò, inoltre, presso la rivista «La Strada», in cui incontrò Pier Paolo Pasolini. Una rete di conoscenze, insomma, a cui si aggiunse anche la poetessa Margherita Guidacci, con cui strinse un legame unico e stimolante. Biagia Marniti fu soprannominata da Ungaretti “La nera”, a causa del suo carattere schivo e orgoglioso.

Contemporaneamente alla sua attività di scrittrice, lavorò anche presso il Ministero dell’Aeronautica e dell’Alto Commissariato per i profughi, il Ministero per l’assistenza post-bellica e il Ministero dell’Interno. Nel 1952 accettò un posto a Sassari come bibliotecaria e alla fine degli anni ’50 ritornò a Roma, a causa del trasferimento presso la Biblioteca Angelica. L’autrice entrò anche nell’Accademia dell’Arcadia. Il suo forte legame con la poesia non la lasciò mai: a credere nel suo talento fu proprio la scrittrice Alba de Céspedes, che conobbe nella redazione della rivista «Mercurio», diretta da lei stessa. Successivamente alla pubblicazione delle raccolte poetiche Nero amore, rosso amore e Città, creatura viva, il suo desiderio era quello di poter dare alle stampe Più forte è la vita con Mondadori, che tuttavia rifiutò. Intervennero Alba de Céspedes e Giuseppe Ungaretti, che resero possibile il suo sogno, che si concretizzò nel 1957, con la conseguente partecipazione al premio Viareggio. Da allora in poi collaborò con diversi giornali di arte e letteratura.
Morì nella sua casa a Roma, in Via Cola di Rienzo, il 7 marzo del 2006. Ruvo di Puglia le ha dedicato un intero plesso scolastico.
Arriviamo a Canosa di Puglia, per incontrare un’altra giornalista. Ada Princigalli, nata nel 1925, visse anche lei a Roma per frequentare la Facoltà di Filosofia. Terminati gli studi, lavorò come interprete presso l’Ambasciata indiana, prima di arrivare all’Ansa, in cui rimase fino alla pensione. Un breve periodo la portò dal giornale «La Repubblica», dove tuttavia non apprezzò il forte senso di competizione e da cui scappò, ritornando sui suoi passi. Fu inviata come corrispondente dell’Ansa a Parigi, Londra e New York, dove ebbe l’opportunità di formarsi sempre di più professionalmente. Nel 1971, la Cina di Mao aprì le porte di Pechino ad alcuni giornalisti e giornaliste accreditate, tra cui proprio Ada Princigalli: sarà la prima donna giornalista al mondo a entrare in Cina, accolta dal primo Ministro cinese Zhou Enlai, a maggior ragione che arrivò con il suo figlioletto duenne Michelino. Il suo ruolo fu fondamentale per il processo di avvicinamento tra l’Italia e la Cina e per aver mostrato al suo Paese la realtà cinese attraverso i suoi servizi durante gli otto anni di permanenza. Riuscì persino a far instaurare rapporti tra vescovi cinesi e il Vaticano. Fu una delle poche persone a intervistare privatamente Nixon, di visita in Cina nel 1972.
In seguito, la giornalista si spostò a Parigi, fino al pensionamento, relazionando le vicende francesi come solo lei sapeva fare.
Ada Princigalli si spense a Roma nel 2017.

Infine, giungiamo a Foggia, a nord della Puglia. Qui, dal 1943, Roberta Tatafiore mosse i suoi primi passi, purtroppo sullo sfondo di una città che stava subendo violenti e devastanti bombardamenti. Dopo la guerra, il padre, un chimico e dirigente del Poligrafo dello Stato, fu licenziato, in quanto accusato di aver aderito al regime. I problemi economici graveranno sull’intera famiglia, che per anni si portò dietro gli strascichi di una reputazione disonorevole, fino al 1949, quando il padre Guido fu riassunto e trasferito presso la sede centrale di Roma.
Un periodo di riassestamento per Roberta, che tuttavia manifestò fin dalle elementari alcune problematiche, tra cui asocialità e anoressia. Per questo motivo si decise di farla studiare tra le mura domestiche, sotto la guida della madre. I suoi studi procedono brillantemente, fino a pochi giorni dall’esame di maturità, quando il padre fu accoltellato a morte da un operaio del Poligrafo di Foggia: fu un periodo complicato, che la ragazza visse con profondo dolore.
Conclusi gli studi superiori, Roberta Tatafiore si iscrisse alla Facoltà di Magistero, lavorando contemporaneamente come segretaria presso la Facoltà di fisica. Sposò, per volere della madre, Paolo Cotani, artista della “pittura analitica”, ma il loro legame non durò molto. Roma era, durante quegli anni, una città particolarmente attiva dal punto di vista dei movimenti femminili: Roberta Tatafiore non ne era estranea e, infatti, entrò in alcuni collettivi separatisti romani, come Donne e cultura. È in questo contesto che conosce una delle donne di spicco del femminismo italiano, Michi Staderini, con la quale condividerà ideali e una lunga amicizia.
Dal 1972 iniziò la sua carriera come giornalista pubblicista presso «Il Manifesto», «Compagna» (prima rivista italiana a occuparsi di femminismo in Italia) e «Effe» (mensile femminista autogestito). Fondò anch’essa una sua rivista, «Differenze» e il Centro Culturale-Università delle donne Virginia Woolf, che si occupa di cultura, storia e politica del femminismo. Dagli anni ’80 collaborò con lo storico mensile «Noi donne» dell’Unione donne italiane, entrando in contatto con il fenomeno della prostituzione. Incontrò Pia Covre e Carla Corso, prostitute e attiviste politiche, sostenute dal Partito radicale, che aveva a sua volta fondato il Comitato per i diritti delle prostitute. Le due le mostrarono un’altra prospettiva sul tema: la prostituzione come scelta. Da questa riflessione, la giornalista decise di andare più a fondo, analizzando la questione anche sotto il profilo legislativo e del contesto storico e politico, in particolare, riguardo gli effetti dell’immigrazione clandestina e il problema dell’Aids. Raccolse interviste, testimonianze, studiò e lesse alcuni saggi specializzati, lottò fino alla fine per i diritti umani e civili. Le sue ricerche furono pubblicate in alcune raccolte: Sesso al lavoro. Da prostitute a sex workers (1994, Milano), A prova di donna (1990, Roma), De bello fallico, cronaca di una brutta legge sulla violenza sessuale (1996, Viterbo), Uomini di piacere… e donne che li comprano (1998, Milano). Tali argomenti furono trattati anche in vari giornali, come «L’Unità», «L’Indipendente» e «il Manifesto».
Durante i primi anni 2000 decise di cambiare rotta politica e svoltare a destra: non si sentiva più rappresentata da «Noi donne» e dal “femminismo di stato”, a detta sua, strumentalizzato che non ha più nulla a che fare con quello degli anni Settanta. Nonostante tutto, continuò a sostenere le battaglie (di sinistra) sui giornali di centro-destra.
Volle essere libera anche nel momento della sua morte. Il primo gennaio del 2009 iniziò la scrittura della sua autobiografia, La parola fine. Diario di un suicidio, pubblicata dopo la sua scomparsa da Rizzoli. Spedì il testo a un “comitato amicale”, prenotò una stanza in un albergo vicino casa e assunse una dose eccessiva di psicofarmaci: morì il 14 aprile 2009.
Salutiamo Roberta Tatafiore con queste sue parole, tratte dal suo diario: «A chi appartiene la vita? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che suggerisce la coscienza».
In copertina: Targa dedicata ad Antonia Centonze, ad Altamura. Foto di Raffaella Colonna.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
