Il secondo Ottocento pugliese. Le scrittrici. Parte seconda

Siamo a Taranto. Qui la testimonianza scritta sulla Prima guerra mondiale di una crocerossina è stata fondamentale non solo per ricostruire ciò che accadeva ai numerosi soldati italiani feriti dal fronte, ma anche per far sì che la memoria dell’autrice giungesse fino ai nostri giorni. I suoi appunti, infatti, furono raccolti in un libro Per la patria: 24 maggio 1914–24 maggio 1919, pubblicato nel 1923. 

La tarantina Cordelia Jannelli, chiamata Delia, era la figlia di un medico e sindaco della città. Si diplomò in Lettere, ma con lo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò come infermiera nella Croce Rossa Italiana, seguendo le orme del padre: lei stessa riferì nei suoi scritti di aver sempre coltivato una profonda passione per l’arte sanitaria. Visse appieno e con grande attenzione il suo ruolo, rendendosi ben presto conto come il suo contributo, come quello di tutte le donne durante quel periodo, fosse un chiaro segnale di emancipazione femminile. Il suo orgoglio è rivolto soprattutto nei confronti di tutte quelle donne meridionali che hanno agito e collaborato nel bene della Patria, rovesciando lo stereotipo che le disegnava come delle inette poco istruite. Nel frattempo racconta dei feriti e del loro dolore, delle strazianti amputazioni: in particolare, per quanto riguarda lo sbarco a Brindisi di 118 marinai dopo lo scoppio della santabarbara sulla nave “Benedetto Brin”. La sua penna corre veloce tra le pagine, realistica, cruda, che non tralascia le sensazioni ed emozioni di Delia che le rimanevano attaccate sulla pelle. Lei voleva solo ricordare. 
Con la fine della guerra, il presidente della Croce Rossa la invitò a rendere pubblici i suoi appunti, in modo tale da raccogliere fondi dalla vendita del libro. Ciò che emerse fu una voce unica, femminile, fino ad allora inascoltata, che riscosse molto successo. Successivamente, si dedicò alla scrittura di vari articoli in collaborazione con la «Voce del Popolo» e alla poesia: alcuni suoi componimenti furono musicati da Olindo Spagnuolo e una sua Preghiera, musicata invece da G. Felice Checcacci, fu pubblicata a Firenze da Magnini nel 1942.
In suo onore, Taranto le ha dedicato un giardino pubblico.

Incontriamo la poeta Caterina Barbaro Forleo in provincia di Brindisi, a Francavilla Fontana, città di cui la famiglia era originaria. Nata a Napoli nel 1874 e in seguito trasferitasi definitivamente in Puglia, fu una donna piena di talento per la scrittura di poesie e racconti, sotto lo pseudonimo di “Duchessa d’Este”, con grande interesse e successo negli ambienti culturali a lei contemporanei. Scrisse, inoltre, vari resoconti di natura etnografica per diverse riviste, quali «Babilonia» e la «Rivista delle Tradizioni popolari italiane». Nel 1892 pubblicò Crisalidi. Sfumature e ricordi, per cui ricevette i complimenti del letterato Angelo De Gubernatis, con cui intrattenne una breve corrispondenza, custodita oggi nella Biblioteca Nazionale di Firenze. Purtroppo la vita familiare inghiottisce Caterina Barbaro Forleo e la sua produzione letteraria: infatti, interruppe la scrittura dopo il matrimonio con il conte di Sant’Angelo Limosano, Roberto di Gaeta, e la nascita dei quattro figli. Il suo ultimo volume di poesie fu Farfalle.

Scendiamo ora in Salento, a Lecce, dove vissero tre talentuose scrittrici.
La prima è una giornalista, Emilia Marcor Bernardini, nata il 4 maggio 1865 nella città salentina. Prima di stabilirsi definitivamente a Lecce, fece esperienza di numerosi trasferimenti a causa del lavoro del padre: Carlo Marcor, infatti, realizzò numerose e importanti opere nei Paesi orientali, in particolare in Turchia. Emilia Marcor acquisì dunque una spiccata padronanza del francese, dell’inglese e del turco, oltre a una istruzione cosmopolita. A 22 anni, sposò l’avvocato leccese Nicola Bernardini, dal quale avrà cinque figli. Entrambi hanno molti interessi, tra i quali vi è quello del giornalismo: nel 1890 il marito fondò e diresse il «Corriere meridionale» e, successivamente, «La provincia di Lecce», dalla tendenza più liberale e moderata. A Emilia Marcor Bernardini affidò inizialmente una rubrica di cronaca mondana e, in seguito, “Farfalle erranti”, inerente a temi vicini al costume, alla moda e alla cultura. 
La sua pronipote, Annamaria Bernardini Pace la ricorda con queste parole: «La mia bisnonna viveva nel meridione d’Italia, ancora oggi considerato dai più territorio di arretratezza culturale e sociale. E, invece, un giornale quotidiano non certo allora indirizzato a un pubblico anche femminile, grazie agli uomini che lo dirigevano si rivolgeva alle donne per proporre alle nuove generazioni modelli culturali e comportamentali che uscissero dallo stereotipo della femmina meridionale schiava del marito, spettatrice più che attrice oltre i confini della casa familiare». Una donna moderna, Emilia Marcor Bernardini, che non si occupava solo della sua rubrica, ma dell’intera attività editoriale. Prima giornalista salentina, è stata spesso associata alla sua collega napoletana, Matilde Serao.

Di origini leccesi è anche la scrittrice e giornalista Maddalena Santoro, nata nel 1884. 

Maddalena Santoro. Fonte: www.leccecronaca.it

Fin da subito respirò aria di cultura: il padre, Saverio, era giornalista pubblicista, scrittore di articoli su vari quotidiani locali, e la madre era una nobildonna, Maria Elisabetta Lo Re. Si distinse per la sua spiccata intelligenza presso il Regio Liceo Palmieri di Lecce. Nominata la migliore alunna nelle materie letterarie, inizia inoltre a pubblicare poesie e novelle su alcuni periodici locali. Tuttavia, è attraverso la profonda amicizia con Caterina Tanzarella, figlia del medico e deputato nel Consiglio Provinciale di Terra d’Otranto, Gaetano, che è possibile oggi ricostruire precisamente le fasi della vita di Maddalena Santoro: le due infatti si scambiarono una fitta corrispondenza per ben vent’anni, dal 1919 al 1938. Le lettere, rese pubbliche da Nicola Fanizza nel libro Maddalena Santoro e Arnaldo Mussolini (2016, Edizioni del Sud), sono una opportunità per comprendere l’attività di propaganda della scrittrice e la complicata storia sentimentale con il fratello minore di Mussolini, Arnaldo. 
Dopo la maturità entrò all’interno delle associazioni cattoliche giovanili. Nel 1919 fu invitata dal Papa nelle città del Sud, come ambasciatrice della sua propaganda in occasione del nascente Partito popolare italiano di don Sturzo e dell’ufficiale entrata in politica dei cattolici. Divenne così, nei territori meridionali, una delle sedici dirigenti dell’Azione Cattolica. Grazie a questa attività, si trasferì a Milano, nella speranza di potersi finalmente dedicare al suo futuro. Nel 1921 ottenne un ruolo nella Casa editrice Alpes e acquisì una certa notorietà come romanziera. Conobbe un uomo, Arnaldo Mussolini appunto, ma il loro rapporto non fu affatto semplice: lui era sposato e aveva ben tre figli. Secondo quanto le riferiva, invece, non era legato da alcun vincolo matrimoniale e la madre dei bambini era particolarmente inferma. Maddalena, ignara, tentò di convincerlo a legittimare i figli e sposare la donna, nonostante questo avesse voluto dire porre fine a qualsiasi rapporto con Arnaldo. Maddalena Santoro scoprì la verità soltanto a seguito della morte dell’uomo, nel 1931, quando egli fu seppellito nel paese della moglie, con cui era regolarmente sposato.
Gli anni a Milano furono quelli più proficui, in cui la sua carriera di scrittrice emerse nello scenario culturale del tempo: collaborò con varie riviste, come «Humanitas», «Novella», «La Donna», «Il Giornale della Donna» e «La Puglia Letteraria», e pubblicò poesie, novelle e romanzi, con la casa editrice Bemporad.
Trasparenze femminili (1923) e L’altra (1924) sono i primi di una lunga serie di romanzi “rosa” destinati principalmente alle donne: seguono, infatti, Così, donna, mi piaci!… (1926), Ombre sull’aurora (1926) e L’amore ai forti (1928), fino al 1934. Tutti riscossero un grande successo. Lei stessa parla così della sua attività di scrittrice, in «La Puglia Letteraria»: «Non m’accorgo, quasi, d’essere io stessa a scrivere: i pensieri, che si concretizzano in periodi, scaturiscono spontanei e rapidi da una sorgente che pare inesauribile, forse perché è tutta fatta di vaporosa idealità, che m’impedisce d’affaticarmi col peso di ricordi storici o letterari, con rievocazioni d’ambienti, sui quali brevemente mi soffermo quasi sfiorando appena tutto ciò che è luogo fatto o convenzione, mentre preferisco penetrare, anzi immergermi nel profondo mistero delle anime». 
I rapporti con l’editore, in quanto ebreo, si spezzarono quando le furono emanate le leggi razziali. Mussolini, d’altro canto, colse l’occasione per cancellare le tracce di Maddalena Santoro. 
Nell’ultima lettera a noi giunta la scrittrice comunicò all’amica che si sarebbe sposata il 7 agosto, senza precisare l’anno, con il conte e scrittore di letteratura d’infanzia Paolo Alberto Colombini. Le sue parole lo descrivono come un «gentiluomo d’intelligenza, di cultura, di bontà», nonostante nei rapporti della polizia segreta emerga che il conte abbia subito numerose condanne per truffa. La figura di Maddalena Santoro intimoriva particolarmente Mussolini, dal momento che ella fu a conoscenza, tramite Arnaldo, delle loro oscure vicende politiche-affaristiche, come il Concordato con la Chiesa e la Tangentopoli nera. Per questo motivo, fu tenuta sotto osservazione.
Durante gli ultimi anni, l’autrice scoprì di soffrire di una grave malattia: morì il 13 febbraio 1944, in provincia di Monza, dove con grande probabilità si era rifugiata.

Terza scrittrice leccese è Francesca Loffreda Ruggieri, chiamata Fanny. Figlia di Pasquale e Anna Fazi, Fanny crebbe con una educazione basilare, che non proseguì negli studi superiori, ma frequentò la Scuola normale delle Marcelline di Lecce. Sposò un proprietario terriero, Giuseppe Loffreda, da cui ebbe due figli. Successivamente, la famiglia si trasferì a Roma, per dare la possibilità ai due ragazzi di iniziare un percorso universitario. Durante questo periodo, Francesca Ruggieri iniziò a studiare come autodidatta, acquisendo un alto livello culturale e una spiccata conoscenza dell’inglese e del francese. Nella capitale entrò in contatto con diversi periodici femminili, come «Il Giornale della donna» e «Il Messaggero», su cui pubblicò molti articoli. Fu anche autrice di varie opere, tra cui Così comincia la vita (1939, Milli) e Anime (1941, Vitagliano). Affidò all’Editore Gastaldi di Milano i suoi scritti: Una donna tra due mondi (1956), Sanatorio (1946), Camera n° 4 (1947) e Signora di provincia (1959). 
Morì a Roma il 30 gennaio del 1979. A suo nome è stata intitolata una strada di Lecce. 

Scendiamo ancora più a sud, a Casarano. Adele Lupo Maggiorelli fu una delle più brillanti scrittrici pugliesi del XIX secolo, nonché la prima poeta salentina a pubblicare un suo libro. 

Adele Lupo Maggiorelli. Fonte: www.pinodenuzzo.it

Nata nel 1851, grazie all’influenza dello zio prete Giovanbattista, professore di lingue classiche, crebbe in un ambiente stimolante, in grado di far emergere le sue eccezionali doti ed elevarsi dal punto di vista culturale. Già da molto giovane compone diverse poesie. Una di queste, Presso il letto di mia madre inferma, racconta il dolore straziante che ha provato assistendo alla morte della madre ammalata gravemente. Questa sofferenza ispirò anche molti altri versi, che la portarono alla vittoria di un premio letterario nel 1871. A farla ufficialmente diventare poeta, secondo la critica, fu però Fiori d’Aprile. Ispirazioni e Memorie.
Qualche anno dopo sposò Andrea Maggiorelli, di origini fiorentine, maestro di lettere, da cui avrà un figlio, Adello. La sua attività letteraria continuò, attraverso poesie e racconti educativo-scolastici, nati dalla necessità di soddisfare la richiesta di testi con il diffondersi dell’istruzione obbligatoria. In molti di questi, tra cui Amelia, ovvero la perla del contado (1878), Un ideale (1883) e Voci dell’anima. Nuovi canti (1883), tentò di trasmettere il valore dell’educazione femminile, fondamentale non solo per la famiglia, ma anche per la società. Collaborò con una delle prime riviste scolastiche italiane, come «Lo Studente Magliese», e con la rivista femminile «Cordelia». A causa di alcuni lutti, cessò la sua attività letteraria.
Morì nel 1927 a Velletri.

Si conclude qui il nostro intenso e insolito viaggio lungo la Puglia, alla scoperta di alcune scrittrici che hanno utilizzato la penna come strumento di autodeterminazione, che si trattasse di denunciare la crudeltà della guerra o di scalare le classifiche editoriali nazionali. Le loro esistenze sono riuscite a rovesciare lo stereotipo che voleva la “donna meridionale” isolata, sottomessa e poco istruita.

In copertina: targa dedicata a Delia Jannelli, Taranto. Foto di Angelo Lippolis.

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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).

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